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Bangladesh. Tutti i miti sul terrorismo islamico sfatati dall’attentato di Dacca

luglio 4, 2016 Leone Grotti

I danni dell’Arabia Saudita, l’illusione di poter chiudere gli occhi, la balla dell’integrazione e il ruolo dei comuni fedeli islamici

Hanno fatto irruzione venerdì al grido di “Allahu Akbar”, Dio è grande, nell’Holey Artisan Baker, locale frequentato da stranieri nel cuore della capitale del Bangladesh, Dacca, e hanno trucidato 20 ostaggi: nove italiani, sette giapponesi, una ragazza indiana e tre bangladeshi. Gli ostaggi presi dai sette attentatori erano più di 30, ma chi è stato in grado di recitare versi del Corano è stato rilasciato. Due poliziotti sono rimasti uccisi nel blitz che ha portato all’uccisione di sei terroristi. Uno è stato arrestato vivo. L’ennesima strage dello Stato islamico, in terra asiatica ma avente come obiettivo quello di colpire l’Occidente, insegna molte cose e sfata alcuni miti sulla complessa realtà del terrorismo islamico di matrice jihadista.

ARABIA SAUDITA. L’estremismo islamico si sta diffondendo anche nelle comunità e nei paesi dove per tradizione l’islam dovrebbe essere più tollerante, come in Bangladesh. Per l’ennesima volta, c’è lo zampino dei petrodollari del Golfo. Kushi Kabir, la più nota attivista dei diritti umani del paese, spiega questo radicamento: «Le cose sono cambiate con la diffusione in Bangladesh del wahhabismo, una forma intollerante dell’islam che viene dall’Arabia Saudita», dichiara al Corriere. «C’è un revival religioso che si vede nelle scuole, nella costruzione di enormi moschee con fondi provenienti dall’estero, nell’aumento del numero di madrasse non consentire, registrate o controllate ma assai ben finanziate». Le stesse parole usate da altri analisti dopo gli attentati di Bruxelles. E ancora: «L’hijab non è mai stato diffuso qui, ora è diventato una moda. Non succede solo nelle madrasse ma anche nelle università».

BASTA FAR FINTA DI NIENTE. Il governo fino ad ora ha fatto finta di niente, ma dopo l’attentato non è più possibile: «Dal 2013 tutti coloro che hanno una mentalità razionale, scientifica, coloro che si dicono atei o che mettono in dubbio la religione hanno cominciato ad essere uccisi. Poi è successo ai preti e alla ridottissima minoranza sciita e già prima gli ahmadi. Attentati ogni due-quattro mesi, poi anche due o tre nello stesso mese. (…) Se le istituzioni vedono accadere queste cose dovrebbero cambiarle. Non so cosa sta facendo il governo, è quello che ci chiediamo tutti. Potrebbe agire con forza, la gente lo appoggerebbe. Il governo deve prendere sul serio questa guerra ideologica». Il monito vale per tutti i paesi, non solo arabi, ed è ribadito anche da Vali Nasr, rettore della scuola di studi politici internazionali della John Hopkins University di Washington: «Bisogna esercitare una forte pressione sui paesi arabi sunniti per obbligarli a smettere di tollerare l’Isis», dice al Corriere.

L’INTEGRAZIONE NON C’ENTRA. Le biografie degli attentatori di Parigi, Bruxelles, San Bernardino e Orlando avevano già messo in crisi la teoria del terrorismo causato dalla “mancata integrazione”. L’ultimo attentato a Dacca la affossa del tutto, perché i terroristi provenivano tutti da “famiglie bene”, avevano frequentato le migliori scuole del paese ed erano figli di medici, politici, docenti e alti funzionari dello Stato del Bangladesh. Il fattore che scatena l’adesione all’Isis, dunque, non è quello economico-sociale. Un compagno di classe ricorda così uno degli attentatori: «La sua è una famiglia ricca. (…) Apparteneva a quella categoria di abitanti del Bangladesh che dividono il mondo tra amici e nemici, tra musulmano e non musulmani. (…) Se i figli delle nostre élite diventano terroristi islamici significa che è la fine di un progetto culturale». Chiosa l’esperto di terrorismo islamico Mohammad Noor Khan: «Pensavamo che la buona scuola fosse condizione necessaria e sufficiente per tenere lontano il terrorismo. Ma non è affatto così».

«ORA TOCCA AI FEDELI ISLAMICI». Il terrorismo jihadista dell’Isis è una tragedia che nasce dentro l’islam e lo riguarda, volente o nolente. Come dichiara ad AsiaNews monsignor Gervas Rozario, vescovo locale di Rajshahi e presidente della Commissione episcopale Giustizia e pace, «l’attentato rappresenta una barbarie senza giustificazione. I martiri cristiani della strage saranno ricordati in maniera molto speciale. Il nome di Dio non può e non deve essere tirato in mezzo a simili atti. Ora tocca ai fedeli islamici intervenire, alzarsi in piedi per salvare la faccia della loro religione».

Foto Ansa/Ap

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6 Commenti

  1. Rolli Susanna scrive:

    Chissà se in Italia -dato che c’erano anche degli italiani tra le vittime- han preso le distanze…Vorremmo sapere, sollecitati o meno, cosa ne pensano.

  2. Sebastiano scrive:

    «Ora tocca ai fedeli islamici intervenire, alzarsi in piedi per salvare la faccia della loro religione».

    Sta fresco, monsignore: in ANNI di massacri questa “alzata in piedi” si è risolta in asettici comunicati stampa, al grido di “non sono musulmani” (manco venissero da marte), e in “manifestazioni” di piazza con percentuali di partecipanti da prefisso telefonico internazionale.
    Per non parlare delle volte in cui più di qualcuno dei loro capi si è affannato a sostenere la tesi della “mancata integrazione”, che inevitabilmente si risolveva nella “colpa dell’occidente”.

    • EquesFidus scrive:

      Sì, certo: mancata integrazione nostra con loro, in quel senso “mancata integrazione”! Diventare dhimmi, pagare la jihza, sottostare ad angherie e pena di morte o carcere duro in caso di conversione: ecco l'”integrazione” islamica. Mi dispiace, ma io non intendo rinunciare né a Dio in nome del “dialogo”, né alla mia patria in nome dello straniero né alla mia libertà in nome di perniciose ideologie totalitarie. Se piace tanto loro l’idea di fare i conquistatori del mondo, se lo dovranno sudare.

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