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Banche venete. Se la crisi del Sud ricomincia al Nord

luglio 25, 2017 Mariarosaria Marchesano

Per l’economista Giannola (Svimez) occorre evitare di ripetere gli errori di 20 anni fa, quando Roma mise all’asta il Banco di Napoli privando il Mezzogiorno di un punto di riferimento strategico per lo sviluppo

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«Il Veneto rischia di subire uno shock strutturale analogo a quello vissuto dal Mezzogiorno 20 anni fa, quando tracollò il Banco di Napoli privando il tessuto economico e imprenditoriale di un punto di riferimento strategico. Certo, sono due situazioni molto diverse, ma con alcuni tratti in comune che si delineano quando entra in crisi un modello di sviluppo e, di conseguenza, il sistema dei rapporti che ruota intorno alla banca». Adriano Giannola, economista e presidente dello Svimez parla con il tono di chi sta per vedere lo stesso film per la seconda volta e si augura, però, che il finale possa essere diverso. La sua testimonianza oggi è stimolante per comprendere i meccanismi di un processo che a metà degli anni Novanta finì per isolare progressivamente il Mezzogiorno dopo il crac della “sua” banca. Oggi come allora, è proprio il territorio a restare con il cerino in mano dopo che un decreto del governo pone le basi per un’operazione di “salvataggio” che passa attraverso lo scorporo dei crediti deteriorati. E, ironia della sorte, il Veneto avrà la stessa bad bank a occuparsi del recupero di questi prestiti: la Sga, la società per la gestione delle attività, che con il Banco di Napoli ha prodotto risultati inattesi macinando addirittura 500 milioni di utili. Circostanza che ha convinto il governo che una soluzione analoga sia adottabile anche per le banche venete. Sud e Nord, in due epoche diverse, accomunati dallo stesso destino.

Professor Giannola, la locomotiva d’Italia è in crisi. Come se lo spiega?
Quel modello si è incrinato in modo drammatico dal 2008-2009, ma i primi segnali erano già evidenti alla fine degli anni Novanta con l’ingresso dell’Italia nell’euro. Un sistema imprenditoriale forte come quello veneto era comunque beneficiato dalle periodiche svalutazioni competitive della lira. Una volta che, dal 1998, queste sono diventate impraticabili, ha sofferto la competizione di una sempre più intensa globalizzazione. Dal 2009 l’austerità ha fatto il resto. Qualcosa di simile è avvenuto anche nel Mezzogiorno negli anni Novanta, quando è stato repentinamente azzerato il sostegno pubblico all’economia. Ma in Veneto c’è indubbiamente una forza di reazione maggiore che dovrebbe fare la differenza.

Che cos’hanno in comune i casi Banco Napoli e delle due banche venete?
Si tratta di due casi molto diversi. Il Banco di Napoli non fu messo in liquidazione ma fu venduto in una sedicente asta competitiva molto discutibile. Entrambe le storie, però, sono figlie di modelli di sviluppo che, per una serie di ragioni, endogene ed esogene, smettono di funzionare mandando in cortocircuito l’intero sistema e i rapporti che ruotano intorno all’istituto di credito. Poi ci sono modi e modi di affrontare queste crisi.

Vuol dire che si possono evitare?
Volendo, si possono gestire con maggiore razionalità. Nel caso del Banco di Napoli, la fine dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno privò dalla sera alla mattina migliaia di aziende di contributi già deliberati la cui erogazione era stata già anticipata dal sistema bancario. L’inadempienza dello Stato, che io definirei una “illegale” spending review, contribuì al lievitare esponenziale delle sofferenze che fecero tracollare il Banco.

Per la verità, le cronache finanziarie dell’epoca riferiscono di un crac bancario provocato da una cattiva gestione basata sulle clientele…
Proprio i risultati della Sga, venuti alla luce dopo tanti anni, ci portano a considerazioni diverse. Ma anche allora erano abbastanza evidenti a chi ebbe modo di analizzare l’attivo del Banco. L’atrofia del polmone finanziario precipitò il Sud in una profonda crisi. La storia successiva è ben nota.

Ma hanno ancora senso, secondo lei, le cosiddette “banche dei territori”?
Di certo l’Europa sembra guardare con un certo sospetto a queste realtà perché sarebbero foriere di connivenze che ne rendono poco trasparente la governance. Però, per restare al Sud, vediamo che la regione che soffre di meno il razionamento del credito oggi è la Puglia, dove operano delle banche popolari che hanno lì le proprie radici.

Torniamo al Veneto. Che cosa si deve fare per evitarne l’impoverimento?
Occorrerebbe mantenere la capacità di canalizzare risorse verso questa regione che è reattiva e può certamente uscire da questo momento difficile. Direi di evitare di ripetere l’errore fatto 20 anni or sono con il Mezzogiorno, di cui ancora oggi si pagano le conseguenze.

Lei si batte da tempo perché venga scritta una verità diversa sulla fine del Banco di Napoli. Il fatto che la Sga abbia prodotto centinaia di milioni di utili che cosa le suggerisce?
Da tempo propongo un’indagine parlamentare su quella vicenda. La nascita di una commissione d’inchiesta sui crac bancari potrebbe essere un’occasione utile per fare finalmente luce. In ogni caso, esiste un diritto per i vecchi azionisti del Banco di Napoli proprio sugli utili della Sga sancito dall’articolo 2 della legge 588 del 1996. Su quei diritti è in corso un confronto tra gli ex azionisti (in primis la Fondazione Banco Napoli) e il Mef. Ritengo improprio e riduttivo parlare di “risarcimento” o di “indennizzo”. Andrebbe verificato senza reticenze il fondamento o meno di quel diritto e in caso positivo, quantificato il corrispettivo che deve essere riconosciuto agli azionisti di allora.

Foto Ansa

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