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Banche e crediti deteriorati, benedetto “addendum”

novembre 15, 2017 Mariarosaria Marchesano

Aumenti di capitale e spinta alle cartolarizzazioni: ecco l’effetto delle nuove linee guida della Bce per gestire i npl. Parla l’economista Mele (Swisse Finance Institute)

recessione-bce-ansa

Lo scontro ai massimi vertici delle istituzioni europee sulle nuove regole a cui le banche dovranno attenersi per gestire in futuro i crediti deteriorati ci dice tre cose. La prima è che questo ‘addendum’ di cui tanto si parla – ma che altro non è che un rafforzamento delle linee guida già pubblicate dalla Banca centrale europea lo scorso marzo – è talmente rilevante da rischiare di cambiare il clima dei rapporti tra i vertici della Bce, presieduta da Mario Draghi, e il governo italiano (il ministro Pier Carlo Padoan è stato l’unico dell’Ecofin ad esprimere contrarietà spingendosi a dire che la vigilanza europea, guidata dalla francese Daniele Nouy, è andata oltre la sua area di competenza ricevendo come risposta che non è affatto così). La seconda è che il prossimo anno sarà un banco di prova per gli istituti di credito italiani che dovranno fare un salto culturale considerando i prestiti di dubbia esigibilità non più come spazzatura da nascondere sotto il tappeto ma come un problema da affrontare e risolvere in tempi brevi (le svalutazioni andranno fatte in due anni per i prestiti senza garanzie e in massimo sette anni per quelli garantiti). La terza è che ci sarà una forte spinta verso le cartolarizzazioni, cioè operazioni di smaltimento di crediti ‘cattivi’ di cui il sistema bancario del nostro paese è carico ( il dato è scomparso dalle cronache finanziarie, ma ricordiamo che ammontano a oltre 360 miliardi di euro al valore lordo tra sofferenze e incagli).

TAJANI E LA LEVATA DI SCUDI DEL PARLAMENTO EUROPEO. Ma alla fine è un bene o un male che venga rafforzata la vigilanza su come vanno trattati questi crediti? L’economia del paese, le imprese e i lavoratori ci guadagnano o ci perdono? Tanto per cominciare, bisognerà attendere l’8 dicembre per conoscere gli esiti della consultazione sul tema promossa dalla stessa Bce tra i vari paesi e che prevede anche un’audizione pubblica per il 30 novembre. Lo stato dell’arte dice che dopo il pressing esercitato dal presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, la Bce avrebbe accettato di far slittare i tempi per l’introduzione delle nuove regole. Ma nulla è scontato e, soprattutto, l’indicazione data dalla vigilanza della Banca centrale europea agli istituti di credito è ormai chiara ed è destinata a cambiare il corso della storia bancaria in Italia. “E’ una direzione da cui non si può più tornare indietro, occorrerà modificare i criteri su cui si basa l’erogazione del credito. Quella che a prima vista può sembrare una stretta creditizia si rivelerà, invece, una cosa positiva per l’economia reale”, spiega a Tempi l’economista Antonio Mele, che insegna allo Swisse Finance Institute e per 10 anni è stato professore alla London School of Economics. Un parere controcorrente il suo, visto la levata di scudi delle istituzioni e la crescente preoccupazione nel mondo bancario. “L’unica cosa di cui si può discutere sono le modalità di comunicazione che sono state utilizzate, i mercati finanziari sono molto sensibili e di sicuro le banche non hanno beneficiato di quest’annuncio. Detto questo, non si capisce perché le banche dovrebbero nascondere delle perdite nei loro bilanci invece che liberarsene utilizzando risorse cash per far funzionare l’economia”, afferma l’economista.

CORRETTO L’INTERVENTO DELLA BCE. Ma, si sa, il termine write off o svalutazione non piace troppo ai banchieri che temono di dover registrare perdite che poi influenzano in modo negativo i rendimenti. E questo approccio ha pesato per molto tempo e si è irrigidito dopo la crisi mondiale del 2008 facendo risultare l’Italia meno esposta sotto il profilo del credito ma in realtà con uno stock accumulato di crediti inesigibili che ne ha fatto il primo mercato europeo per gli investitori di questo settore. “Trovo l’intervento della Bce corretto anche per la tempistica. C’è un inizio di congiuntura favorevole e questo è il momento giusto per un cambio di passo. Il problema è che in Italia presto ci saranno le elezioni politiche e l’attenzione è concentrata sul consenso. Ma ci sono medicine che vanno bevute anche se sono amare da digerire”, continua Mele. Comunque vada, un cambio di passo sembra dunque inevitabile. E non è un caso che le banche comincino a programmare i futuri aumenti di capitale necessari ad affrontare una fase che comporterà un certo numero di svalutazioni e perdite di bilancio. La buona notizia, per gli istituti di credito, è che per il momento lo stock delle sofferenze già accumulate sembra restare fuori dal perimetro delle nuove regole. Ma in futuro chissà. “E’ prevedibile un incremento delle cartolarizzazioni di questi crediti e la vivacizzazione di questo mercato. Ma non bisogna averne timore, funziona così anche in altri paesi dove, non è un caso, l’economia è ripartita molto prima dopo al crisi mondiale del 2008”, conclude l’economista.

Foto Ansa

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