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Banche, 35 mila posti a rischio. «Ma la crisi è di vocazione. Ingiusto che la paghino solo i più deboli»

settembre 18, 2013 Matteo Rigamonti

«Basta con l’idea che bisogna vendere, vendere e solo vendere. Serve un piano industriale condiviso». Intervista a Giulio Romani, segretario Fiba-Cisl, dopo la disdetta unilaterale dei contratti di settore da parte dell’Abi

Si elabori un progetto industriale condiviso per il futuro delle banche, che devono tornare a fare il loro mestiere, cioè gestire la raccolta e l’impiego del risparmio. A partire dal finanziamento di investimenti in opere pubbliche, di cui il Paese ha più che mai bisogno. Così Giulio Romani, segretario generale del sindacato dei bancari Fiba-Cisl, commenta il momento che il settore sta attraversando, all’indomani della disdetta unilaterale da parte dell’Abi, l’associazione delle banche italiane, dei contratti siglati il 19 gennaio 2012, che risultano particolarmente gravosi. Sono almeno 35 mila i bancari over 55 a rischio prepensionamento sugli oltre 300 mila addetti del settore. Se tutto sarà confermato, il 31 ottobre sarà indetto lo sciopero nazionale.

Romani, la crisi delle banche è irreversibile?
Preliminarmente terrei a precisare che il quadro pre-fallimentare presentato dall’Abi in cui tutti i dati sono negativi, anche se comparati con il resto dell’Europa, è frutto esclusivamente di una loro ricostruzione. Mentre non mi risulta che lo stesso scenario sia condiviso dalle banche. Ad ogni modo, se davvero si volesse costruire un percorso insieme per uscire dalla crisi, lo si dovrebbe fare a partire dall’analisi della situazione attuale e dall’individuazione delle cause che qui ci hanno portato. Cosa che purtroppo però non è stata fatta. Di certo noi non siamo disposti ad accettare dati e decisioni imposte unilateralmente.

Nel merito, quali rilievi sollevate all’Abi?
Le cause che secondo l’Abi hanno portato a una situazione non più gestibile e quindi alla decisione di disdire unilateralmente i contratti nazionali vigenti sono ascrivibili prevalentemente a tre fattori: la perdita di redditività delle banche connessa alla crisi economica e al boom dell’home banking, il peso eccessivo del fisco sugli istituti di credito e l’elevato costo del lavoro per un personale non più adeguatamente professionalizzato. E che fine hanno fatto, mi domando, le responsabilità di quei manager iper-retribuiti nella cattiva gestione di banche ed istituti, che persino diversi casi di cronaca hanno portato negli ultimi anni all’attenzione di tutti? È mai possibile che a pagare siano sempre i soliti, i più deboli, ossia i dipendenti? Inoltre, mi permetto di ricordare all’Abi che, quando ci si siede a un tavolo per rinegoziare l’impianto contrattuale, solitamente lo si fa alla luce di un progetto industriale condiviso. Cosa che, a quanto mi risulta, ancora non esiste.

La banca del futuro, però, dovrà pur cambiare qualcosa.
Certamente. Purché, però, non si voglia sviluppare una banca che è come un’assicurazione, senza sportelli e dove gli input politico-amministrativi partono dal centro e sono diretti a commerciali iper-precarizzati che hanno un solo obiettivo in testa imposto dalla dirigenza: vendere, vendere e solo vendere. Senza prestare attenzione alla qualità del prodotto né alle richieste del mercato. Se dovrà fare questo mestiere, la banca è condannata a sparire come soggetto: primo, perché così sparisce la sua struttura; secondo, perché sparisce agli occhi dei cittadini.

Come deve cambiare, invece, la banca?
Una banca non deve mai rinunciare a fare il suo mestiere, che è quello di gestire il credito e il risparmio, stando attenta alle esigenze di bilancio. Per questo le banche devono riscoprire la loro missione originale; e non, invece, aspirare a rubarsi clienti a vicenda, come da ultimo si è tentato di fare con lo sciacallaggio del portafoglio di Monte dei Paschi di Siena, alimentando così una concorrenza selvaggia. Io penso che, oltre a riqualificare il personale su altre mansioni laddove sia indispensabile, le banche dovrebbero consorziarsi tra di loro per quanto riguarda il versante dei servizi, in modo tale da essere il più efficienti e flessibili possibile di fronte alle esigenze del mercato; e che dovrebbero farsi concorrenza, piuttosto, sugli investimenti per finanziare le infrastrutture pubbliche: allora sì che potrebbero chiedere, in virtù di questo compito, un alleggerimento della pressione fiscale. Così facendo, oltretutto, si assicurerebbero un gettito diretto, tramite le concessioni, e uno indiretto, proveniente dal territorio.

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1 Commenti

  1. Marco says:

    Il solito delirio del solito sindacalista con le idee confuse su ciò che è impresa, su ciò che dovrebbe essere banca e su ciò che è diventato essere banca.

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