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A Baghdad l’albero di Natale più alto l’ha alzato un musulmano

dicembre 23, 2016 Rodolfo Casadei

Iniziativa di un imprenditore per «aiutare gli iracheni tutti a dimenticare la loro angoscia». Il plauso di monsignor Sako: «Testimonianza di un clima diverso»

albero-natale-baghdad

Un conico albero di Natale artificiale alto 26 metri e largo 10, collocato fra le giostre e le ruote panoramiche di un parco giochi nel cuore di Baghdad, a due passi dalla Zona verde, è forse la più incongrua delle visioni incongrue che si possono presentare. Ma ci si può riconciliare col discutibile impatto estetico quando ci si informa del promotore dell’iniziativa e delle sue motivazioni. A spendere 24 mila dollari per erigere il più alto albero di Natale presente nella capitale irachena, dove gli abitanti sono musulmani per il 99 per cento, è stato un uomo d’affari che ha voluto col suo gesto esprimere solidarietà alla minoranza cristiana del suo paese, nel mirino dei terroristi da dodici anni e in gran parte dispersa dentro e fuori dall’Iraq dopo l’occupazione della piana di Ninive da parte dell’Isis nell’estate di due anni fa. Yassir Saad, imprenditore musulmano e benestante, ha dichiarato alle agenzie che la sua iniziativa testimonia il desiderio della maggioranza musulmana di «unirsi ai nostri fratelli cristiani nelle loro celebrazioni festive», e la sua speranza di «aiutare gli iracheni tutti a dimenticare la loro angoscia, specialmente quella per la guerra a Mosul».

«È un’iniziativa molto bella, che documenta un clima diverso che stiamo vivendo a Baghdad dopo l’offensiva dell’esercito e delle altre forze che hanno riconquistato gran parte della piana di Ninive», dice a Tempi al telefono dalla capitale irachena Louis Raphael Sako, il patriarca della Chiesa caldea. «Attorno al simulacro di albero nel luna park di al-Zawraa si riuniscono cristiani e musulmani per momenti di condivisione, anche io ho partecipato a uno di questi insieme alla corale della cattedrale». A visitare l’albero di Natale arrivano scolaresche coi loro insegnanti, si mettono in posa per le foto di gruppo e poi scattano quelle personali per cogliere i diversi particolari e le diverse prospettive.

«Questo albero rappresenta la pace e l’amore», ha dichiarato alla Associated Press l’insegnante Saba Ismael, in visita con le sue studentesse. «Auguro ai cristiani iracheni di poter tornare a vivere in questo paese e nelle loro case, e condurre una vita normale e pacifica». L’augurio da parte musulmana che i cristiani iracheni non emigrino più dal paese e anzi quelli già partiti facciano ritorno, è particolarmente gradito al patriarca: «Ora che le cittadine cristiane della piana di Ninive sono state liberate, possiamo sperare che l’emigrazione cessi e che i profughi tornino a vivere nelle case da cui sono stati scacciati, ma non sarà un processo automatico», commenta Sako che ha visitato le località quando i combattimenti erano ancora in corso.

«Anzitutto bisogna restaurare le case e i servizi pubblici razziati o distrutti: mancano acqua, elettricità, riscaldamento, gli infissi e gli arredi delle abitazioni. Bisogna sminare il territorio, chiudere i tunnel, verificare le condizioni di sicurezza. Metà dei cristiani sfollati a Erbil non vede l’ora di tornare a casa, ma un’altra metà continua a pensare che la sicurezza non tornerà più, bisogna vendere le case e col ricavato partire e andare a vivere all’estero. C’è davvero il pericolo di uno sconvolgimento demografico della popolazione della piana di Ninive anche quando l’Isis sarà completamente sconfitto, cosa per la quale ci vorranno ancora molti mesi. Molti cristiani potrebbero vendere le loro proprietà a curdi o arabi e andarsene. Senza garanzie per la loro sicurezza, nazionali e internazionali, non resteranno».

Anche quest’anno, come accade dal 2014, il patriarca caldeo celebrerà la Messa della notte di Natale a Erbil, per essere vicino alle decine di migliaia di sfollati cristiani della piana di Ninive che vivono in container e appartamenti sovraffollati da due anni e mezzo dopo essere stati costretti a fuggire dalle proprie case dall’Isis. Alla vigilia dell’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003, nel paese vivevano circa 800 mila cristiani. Oggi non ne rimangono, secondo le stime più attendibili, che 275 mila.

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