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Bach, Tarkovskij e von Trier. L’ultima chance di una preghiera

luglio 5, 2015 Pier Giacomo Ghirardini

Andate su Internet, amici. Ascoltate “Ich ruf’ zu dir”. Ascoltate. Io ti invoco

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Nel film di Andrej Tarkovskij, lo psicologo Kris Kelvin viene inviato sulla stazione orbitante intorno a Solaris. Il pianeta, coperto da un immenso oceano-cervello, materializza ciò che si cela nei recessi della psiche degli esperti di “solaristica” ospiti della stazione, ove rimangono ormai solo gli scienziati Snaut e Sartorius – ombre di sé stessi. Il terzultimo superstite, Gibarian, si è suicidato pochi giorni prima. Ha lasciato uno scarabocchio infantile di un impiccato e una sola parola: celovjek, l’uomo.

Ecce homo. L’ora arriva anche per Kris, venuto lì per risolvere la questione da tecnico: al suo cospetto si presenterà la dolce moglie Hari, morta suicida. Incontro al naufragio di quest’uomo, oltre la follia, si muove solo la misericordia struggente del commento musicale: Ich ruf’ zu dir, Orgelbüchlein BWV 639, corale preludio per organo. Io ti invoco.

Nell’ultimo film di Lars von Trier, una ninfomane divora esistenze al ritmo dello slogan di Lenin preferito dal neoliberismo: «Bisogna rompere le uova per fare la frittata» dice a una madre (e ai suoi tre bimbi) di cui ha adescato il marito – e che manco gli interessa. Pura “distruzione creativa”, da manuale dell’Ocse, o da futuribile (non più di tanto) gender-didattica comunitaria. Ciò nonostante, persino per lei, arriva un giorno die Stimme, la voce: la musica di Ich ruf’ zu dir. Una folgorazione lancinante: scopre di non essere più capace di provare piacere – ma tirerà dritto verso l’abisso.

Ho davanti l’autografo di Bach. Invece di tre pentagrammi in parallelo, come nelle partiture moderne (cantus firmus alla mano destra, secondo manuale e pedale), un unico pentagramma per le due mani. Risparmio? No, preghiera. Suonata all’organo ogni mano ha una tastiera e, in questo corale, si sovrapporranno spesso. Ma se eseguita al pianoforte, un dito della mano sinistra arriverà periodicamente su un tasto dove è già piazzato un dito della destra, la nota andrà ribattuta senza perdere il canto della precedente, e la mano sinistra accarezzerà la destra, mentre sgrana un ininterrotto rosario estatico di semicrome. Andate su Internet, amici. Ascoltate Ich ruf’ zu dir. Anche nella trascrizione per pianoforte di Busoni. Ascoltate. Io ti invoco. E immaginate der Kantor che ne insegna il solfeggio a uno dei suoi bambini, sorridendo.

Foto Ansa


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1 Commenti

  1. Luca P. says:

    Caro Sig. Ghirardini,
    ti ringrazio per questo splendido articolo.
    Per pura coincidenza ho rivisto alcune settimane fa dopo anni la versione integrale di Solaris, la bellissima edizione rimasterizzata con tutti i pezzi tagliati nella prima edizione italiana.
    E’ un capolavoro commovente di pura poesia.
    Non ho potuto fare a meno di cerca informazioni su quel brano di Bach che citi nel tuo articolo … è ammagliante per la sua bellezza e semplicità.
    Nel film Tarkovskij ne ha fatto un uso veramente magistrale e commovente.
    Ogni opera d’arte è come un figlio, assume un suo carattere indipendente dall’originario significato del suo autore.
    Non posso leggere con certezza nella mente di Tarkovskij ma so per certo cosa provoca in me il film.
    La moglie Hari, creata dal cuore del mistero dell’oceano, che si innamora del protagonista Kris fino al punto di voler morire per donare al lui la libertà di “tornare li dove il cuore desidera” … mi pare il più bel paradigma dell’avvenimento Cristiano.
    E la musica di Bach che risuona nella biblioteca (l’unica stanza in cui gli astronauti si sentono liberi perché fuori dalla vista dell’oceano di Solaris) mentre Hari contempla “I cacciatori nella neve” di Pieter Brueghel … affascinata ed innamorata da quel brulicare di umanità dipinta … a me ricorda l’amore del Mistero fatto carne.
    Il protagonista Kris alla fine ha due possibilità … quella di lasciarsi cadere tra le braccia del Padre … o quella di “tirare dritto verso l’abisso” come fatto dalla protagonista di Nymphomaniac o come tutti gli altri scienziati della base spaziale attorno a Solaris.
    Grazie ancora per il tuo bellissimo articolo.

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