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Avsi ha aiutato 200 Rom del campo di via Triboniano a tornare in Romania

febbraio 8, 2012 Chiara Sirianni

Anna Difonzo, responsabile progetti Est Europa e Sud-est asiatico presso Avsi, abbozza un bilancio: «Quei bambini vanno a scuola e i padri stanno imparando un mestiere. Le famiglie, 48 in tutto, da Milano si sono insediate in più di 15 località delle province di Olt, Dolj e Gorj, nella regione Oltenia, situata nel sud-ovest della Romania, a 200-300 chilometri da Bucarest».

Era marzo 2011 quando il campo nomadi di via Triboniano è stato chiuso definitivamente: al suo posto, in via Barzaghi, periferia nord-ovest di Milano, un collegamento ai padiglioni dell’Expo 2015. I rom? Rimpatriati, con la collaborazione di Avsi (Ong senza scopo di lucro impegnata in 38 paesi del mondo con 100 programmi di cooperazione allo sviluppo) e con il suo partner rumeno Fundatia Dezvolontarea Popoarelor (Fdp). Allora Radu Cata, operatore, aveva raccontato a Tempi di aver conosciuto e fatto colloqui a decine di famiglie per proporre e definire con loro un progetto realistico di reinserimento. Gli obiettivi erano ambiziosi: percorsi di inserimento lavorativo, che potessero accompagnare la persona per riscoprire e valorizzare nel proprio paese l’«innata dignità di ogni vita umana», secondo l’efficace definizione di Benedetto XVI. Educazione e integrazione sono le parole chiave di questa iniziativa, unica nel suo genere, in collaborazione con il Comune di Milano (assessorato alle Politiche sociali) e la Casa della Carità (che aveva in gestione il campo).

Calin Pop, che come direttore di Fundatia ha seguito l’andamento dei rimpatri, non aveva negato qualche perplessità. Per una serie di fattori: in primo luogo, alcune famiglie, nonostante avessero firmato il contratto, non sono mai arrivate in Romania, ma chissà dove. Secondo: dopo dieci-quindici anni trascorsi a peregrinare sul suolo italiano non è facile riadattarsi alla mentalità e alla burocrazia romene. Terzo: si passa da una metropoli come Milano a una zona rurale, fortemente arretrata. «È come fare un salto di cinquant’anni indietro nel tempo». Quarto: la forte discriminazione vissuta in patria. Il 70 per cento delle famiglie rientrate sono tornate a vivere nelle cosiddette “zingarie”, quartieri in cui abitano, ghettizzati, solo rom. Ciononostante, l’impegno degli operatori è massimo. La prima attività è la ricostruzione delle case, la seconda è il servizio di orientamento al complesso familiare: iscrizione a scuola, accesso ai servizi medici e alle sovvenzioni pubbliche, mediazione con le agenzie del lavoro. Ogni cinque giorni le famiglie ricevono una visita dei volontari, che entrano con le famiglie in un rapporto di amicizia, e ne individuano attese e speranze.

Certo, il processo è lento. Ma oggi, a quasi un anno di distanza, a che punto è il progetto? Anna Difonzo, responsabile progetti Est Europa e Sud-est asiatico presso Avsi, abbozza un bilancio: «Quei bambini vanno a scuola e i padri stanno imparando un mestiere. Le famiglie, 48 in tutto, da Milano si sono insediate in più di 15 località delle province di Olt, Dolj e Gorj, nella regione Oltenia, situata nel sud-ovest della Romania, a 200-300 chilometri da Bucarest». Uno degli obiettivi era quello di assicurarsi che al termine dei 12 mesi le famiglie (a cui viene versato un contributo dai 180 ai 200 euro) non lasciassero la Romania, ma raggiungessero un miglioramento delle condizioni di vita tali da vivere con dignità, avvalendosi dei principali meccanismi di sostegno sociale. Ed è così, per un totale di duecento persone. Convincerli non è stato facile: «In due settimane ero riuscita a convincere solo sei famiglie. Quando questi nuclei sono arrivati in Romania e hanno trovato i nostri operatori pronti ad aiutarli a ristrutturare le loro vecchie abitazioni, hanno chiamato gli altri, e subito si è instaurato un processo a catena». Non esiste un modello familiare tipo: ogni situazione è diversa.

Ci sono quelli partiti negli anni Novanta che hanno “fondato” il Triboniano, nonostante a Roma avessero condizioni di vita ottime, case enormi, macchine costose. Altri sono venuti per trovare nuove modalità di guadagno. Ma per la maggior parte si tratta di famiglie molto povere, partite dopo il 2000 coi bambini al seguito, sperando di scappare dalla miseria che pativano in patria. Certo, un cambiamento così radicale non è semplice: il 70 per cento delle famiglie rientrate sono tornate a vivere nelle cosiddette “zingarie”, quartieri in cui abitano, ghettizzati, solo rom. Il problema maggiore? Trovare un lavoro. L’Italia offre certamente più possibilità. Salvo alcuni, che hanno trovato un impiego simile a quello che svolgevano a Milano (in gran parte si tratta di muratori) gli altri sono ancorati alla fase di formazione. Ma Avsi è speranzosa: «Siamo in trattativa con uno stabilimento Pirelli, ci stiamo provando».

Una bella sorpresa, invece, è stato l’andamento scolastico dei bambini, che non solo frequentano, ma ottengono buoni voti. «L’educazione ripaga sempre: se i genitori sono tornati controvoglia, siamo certi che la sfida si giochi tutta su questi bambini. Si sentono ancora, via lettera, coi gli ex compagni di classe, e con gli insegnanti che avevano in Italia, che li spronano. Si sentono in dovere di far bene. Siamo molto contenti. Hanno una capacità di adattamento e di apertura che gli adulti non vogliono e non possono recuperare. E hanno voglia di superare ogni ostacolo. Il futuro è nelle loro mani».

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