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Befera è diventato un fumetto (ma poteva essere un eroe senza volto e senza nome)

gennaio 19, 2013 Mattia Feltri

Ci ha preso gusto, una sera a “Piazza pulita”, una sera da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”. Il suo fisco dal volto umano è davvero minacciosamente umanissimo

Sarà che, intrisi di cultura popolare, l’immagine che avevamo dello sceriffo fiscale era quella severa ma bonaria del maresciallo Fabio Topponi, cioè Aldo Fabrizi. E che l’immagine che conserviamo (colpevolmente) dell’evasore fiscale è quella del cavalier Torquato Pezzella, cioè Totò, un povero diavolo che si arrabatta per salvare il salvabile, e non consegnare tutto ai dracula di Stato. Sono nemici giurati, e quando la figlia del maresciallo Topponi si fidanza col figlio del cavalier Pezzella, costui ha una sincope: «Ti sei fidanzato con la Tributaria!». Sarà anche che (sempre meno) si è avuta se non simpatia almeno comprensione verso chi non denuncia il reddito, e insomma sarà per tutte queste cose che uno come Attilio Befera, il direttore dell’Agenzia delle entrate, non ce lo saremmo mai sognati. Per quel che rimane del nostro senso dello Stato, uno come lui dovrebbe essere senza volto e senza nome, l’invisibile che cammina sul bianco vestito di bianco, o meglio, nel grigio vestito di grigio. E invece si è preso molto sul serio, come è giusto che sia, e dà l’impressione di voler essere preso altrettanto sul serio, e anche qui non è sbagliato, e per confermare il primo obiettivo e raggiungere il secondo ha nel tempo mutato strategia, e qui risiede la scoppiettante novità.

Condurremo la lotta all’evasione «con equilibrio», disse Befera quattro anni e mezzo fa, quando il suo profilo si delineò nelle nostre vite. Diceva cose così, che iscrivere i figli alle scuole private «non è indice automatico di evasione». Che la sua Agenzia si sarebbe mossa «all’insegna della semplificazione, della duttilità e della flessibilità». Parlava in quel modo fra il morbido e il mellifluo che si direbbe adeguato a un uomo che ci si figura quasi invisibile dietro a pile di cartelle nella polvere. Ma è durata poco. Presto a Befera hanno preso a prudergli le mani. Piccoli segnali: non voleva capirci di più dei paradisi fiscali, voleva «intraprendere una lotta a 360 gradi». Segnali già più corposi: non invitava ad avvalersi dello scudo, ma «chi non lo farà troverà pane per i suoi denti». E da lì in poi il direttore si è calato lo Stetson sulla fronte – cioè il cappello di Tex Willer – e ha abbassato le mani verso il cinturone. Anche un bel linguaggio, molto fumettistico, decisamente bonelliano: «Ci aspettiamo un regalo di Natale», disse parlando del gettito. Come chi deve sgominare la banda dei tizzoni d’inferno, e ne fa secco uno dopo l’altro: «Ora tocca a beni immobiliari e grandi patrimoni». Nessuna pietà, è la dura legge della colt: «Chi evade è un ladro» (il che è vero, ma non sempre); «in altri paesi hanno sistemi più feroci», «gli evasori non avranno scampo» e si potrebbe aggiungere «che il diavolo mi porti se…».

«Abbiamo le armi»
Questa sarebbe la modernità, però. Lo pensa Befera, e lo spiega: «Usiamo un linguaggio datato, dobbiamo semplificarlo»; supermodernità: «Stiamo pensando di usare Facebook per gli accertamenti»; persino qualche inatteso e occasionale zuccherino: «Il fisco va reso più umano, ci stiamo pensando». Più umano forse nel senso che poi Befera ci ha preso gusto, una sera a Piazza pulita, una sera da Fabio Fazio a Che tempo che fa, una volta intervistato su un giornale, una volta intervistato sull’altro. «Gli evasori non avranno scampo», disse sul Messaggero, «abbiamo le armi». Il suo fisco dal volto umano è davvero minacciosamente umanissimo. Ha momenti di puro sprezzo, manda i suoi a Cortina nel famoso blitz del Capodanno scorso: «Abbiamo fatto andar bene gli affari. In quel giorno i ristoranti hanno aumentato i ricavi del 300 per cento». La sollevazione che ne seguì se la gustò fino in fondo. «Non ho detto pizzicarne uno per educarne dieci», smentì il Giornale e forse gli sarebbe tanto piaciuto averla detta davvero quella frase. Si sarebbe presto rifatto: vuole incutere «un sano timore», individuare «i furbetti»; dipinge un «partito degli evasori», propone una «rieducazione alla legalità» di stampo quasi cinese. Un giorno o l’altro lo vedremo di spalle, mentre si allontana verso il tramonto sul suo mustang.

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