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Aspettando la pace

giugno 16, 1999 Farina Renato

La vita surreale nella capitale Jugoslava. Il volontario
serbo-australiano, il vescovo cattolico venuto dalla Slovenia,
la profuga serbo-bosniaca, il capo dei comunisti. Gente di Belgrado. Seconda di due corrispondenze dal fronte

Belgrado, 7 giugno. Fine dei raid e pace tra quarantott’ore dicono le agenzie occidentali. Chissà se è vero. Speriamo. Io intanto, che nel mio piccolo mi auguro che sia così, vi racconto di Capitan Dragan, un australiano.

Capitan Dragan In questo momento sta al 17° piano di un grande grattacielo in centro a Belgrado. Non dico quale perché eventualmente non andassero a buon porto le trattative tra generali serbi e comandi alleati giù in Macedonia, non vorrei indicarlo alla Nato come obiettivo strategico. Lui guida una grande squadra di ragazzi. Nega che siano pirati informatici ma, secondo me, lo sono senzaltro. Ci sono delle stanze chiuse nelle quali è assolutamente vietato entrare. Da quelle porte ogni tanto escono ragazzi che strabuzzano gli occhi ridendo: devono averla fatta grossa. Il 17° piano di quel grattacielo è il luogo da cui la controinformazione serba cerca di contrastare la valanga di informazioni anti-serbe che circolano per il mondo. Mi mostra sul computer come – dice capitan Dragan – gli americani hanno truccato le immagini dei profughi moltiplicandole con dei semplici sistemi elettronici. Lui è convintissimo di quello che fa. Potete trovare il suo sito Internet semplicemente digitando “www.ju.” e vi appariranno schermate con tutta la contro-informazione possibile e immaginabile.

Il capitano viveva in Australia e quando si è sentito chiamare dalla patria ha comandato truppe nella guerra contro la Croazia. Ma è l’unico tra tutti i comandanti famosi a non aver ricevuto nessuna incriminazione, a non aver commesso alcun crimine: “Mi vanto di aver combattuto la guerra con onore, rispettando il nemico”. Ora però lui sostiene che la guerra è soprattutto informatica. Non si è mai mosso dalla sua brandina in questi settantadue giorni di guerra, al 17° piano del suo grattacielo. È nobile, controbatte le argomentazioni anti-serbe con molta efficacia. Scivola solo su un punto: quando parla dell’Albania.

Dice: “È impossibile che i serbi abbiano violentato in massa le albanesi”. Anch’io lo sostengo, peraltro. Ma la sua motivazione è ripugnante: “Come potete immaginarvi che un serbo possa violentare una donna puzzolente e brutta, come sono le donne albanesi?”. Ecco, proprio in questo modo di guardare l’altro c’è la radice di ogni violenza. Capitano Dragan, ti promuovo per l’informatica, ma ti boccio per il tuo sguardo sugli albanesi. E questo mostra che in molti serbi può essere scattato veramente un odio grande verso quella popolazione. Ciò che ha fornito materia umana al piano di pulizia etnica.

Il vescovo con tre cancri Frank Perco, arcivescovo. È l’arcivescovo di Belgrado. La sua comunità è piccolissima, in tutto saranno 4mila cattolici, di serbi non ce n’è nemmeno uno. Lui peraltro è sloveno, e la sua comunità è fatta, oltre che di sloveni, di croati e di qualche ambasciatore che vive a Belgrado per pochi anni, per poi trasferirsi. Frank Perco si identifica completamente con questo popolo, pur essendo sloveno. Ne vede però i difetti. La sua battuta più famosa è questa: “Quando questo paese tornerà alla normalità? Nel giorno del Giudizio… però solo nel pomeriggio”. È consapevole dell’enorme difficoltà. Dice che questo paese è un manicomio. Ma lo ama con profondità assoluta. Rispetta quello che dice il Papa. Lui sa che sta per morire, dice di avere tre cancri, ed ha fatto un patto con Dio, quello di portarlo al più presto al di là perché possa costruire la pace, almeno di là, visto che qui è impossibile. Neanche lui riesce a sciogliere il garbuglio che lega gli uomini ad un destino di atrocità reciproche: “Il male è qualche cosa di inspiegabile, di diabolico. Qui ci sono uomini non diavoli. E questo male non appartiene a loro, così come non appartiene a chi li bombarda. Occorre un prodigio di Dio. Occorre pregare molto”.

Il leader comunista Lubisa Riskic è uno dei capi di questo regime. È il presidente della Jul, la sinistra unita. È il partito che ha in mano più o meno tutto, qui. Lui è un uomo di cultura. Io non so come, non so perché, ma è diventato mio amico. Conosce la cultura italiana, è un regista di teatro, ha letto Dante. Ama molto l’arte fiorentina. Ed è uno di quelli della lista nera della Nato. Non potrà mai uscire dalla Jugoslavia. Ma come si fa ad essere amici di un uomo così? Io capisco che c’è una differenza profonda, che io che scrivo ho avuto la fortuna di altri incontri che mi hanno aperto orizzonti grandi. Quest’uomo – come altri di questo regime – rimprovera noi, che guardiamo troppo la persona, di guardare solo i particolari, i dettagli, invece di scorgere i grandi ideali. Ho cercato di spiegargli, come so e posso, che proprio questo è il grande portato del cristianesimo nel nostro mondo, proprio ciò che dimenticano i suoi nemici della Nato e che lui stesso scorda: che il bene più prezioso è la persona. Non in senso romantico, ma come essere unico e irripetibile, con dentro quelle domande che sono quelle stesse domande la cui risposta da consistenza all’universo e alla storia. Io credo che sarà possibile una pace qui quando si potranno guardare le persone che comandano in Serbia non come demoni o mostri, ma semplicemente come uomini. Bisogna rispettare anche loro: solo rispettando l’avversario è possibile arrivare alla pace, che è una convivenza tra i popoli.

L’ultima volta, in un dialogo con me, ha sostenuto che in fondo i Serbi sono degli occidentali. “Sono celti” – ha detto. Mi ha suggerito di guardare alla toponomastica. Ad esempio Dubrovnic – lui è contro il nazionalismo – viene dalla radice “dubr”, come Dover. Anche io gli ho suggerito un’altra circostanza favorevole: “Brianza” viene dal celtico, da “br” che significa monte. “Esatto” – mi ha risposto – “noi abbiamo Brto che vuol dire città sul monte”. Ed era felice di questa scoperta di radici comuni. Mi ha confessato: “Il nazionalismo è sempre un’operetta che finisce in tragedia”.

Era una profuga, serba Basilca Molobabic. Una signora che ho conosciuta solo da morta. Era sdraiata, discinta dal vento orribile dei missili, su uno spiazzo del sanatorio di Surdulica. Aveva ancora la chioma intatta, una bella chioma slava. La bomba, un missile, è caduta a mezzanotte del 30 maggio. Perché ho scelto lei? Perché mi ha colpito nel suo volto inesistente l’espressione degli occhi, come stupefatti da una morte così strana, e così ingiusta. Pensate: lei è una profuga, una profuga serba, una dei 600mila cacciati dalla Kraina croata nella pulizia etnica che anche lì è stata attuata. Secondo gli accordi di Dayton del 1995, lei avrebbe il diritto di ritornare nella sua terra, a Carlovac. Ma sono solo il 10% i serbi che hanno potuto riscuotere questo loro diritto. La comunità internazionale naturalmente non fa nulla. Ed è così che i bombardamenti della Nato per aiutare i profughi albanesi hanno ucciso una profuga serba e i suoi figli. Erano lì a curare il bar del sanatorio.

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