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La storia di Asiya, la donna turca che ha rapito suo figlio ed è andata a vivere sotto il Califfato

settembre 28, 2014 Leone Grotti

Scandalizzata dal modo di vivere occidentale, la donna ha abbandonato il marito da cui aveva divorziato e si è trasferita in Siria col piccolo. «Io temo solo Allah»

«Oggi l’Occidente deve promuovere i valori umani e i diritti umani ma anche i valori cristiani perché c’è un vuoto. Questi militanti che dall’Occidente vanno in Siria e Iraq cercano un ideale perché non lo trovano più nel luogo in cui vivono. Oggi la Chiesa ma anche i genitori devono educare e formare la gente con valori familiari e anche cristiani». Così ha parlato in un video realizzato dagli studenti del Liceo don Gnocchi di Carate Brianza il patriarca di Babilonia dei caldei a Baghdad, Louis Raphael I Sako (qui un suo ritratto).

«PROTEGGERE MIO FIGLIO». La storia di Asiya Ummi Abdullah sembra dargli ragione. Schifati dal modo di vivere occidentale, alcune persone si ritrovano ad abbracciare i “valori” distorti dell’islam, nelle sue versioni più estreme, riempiendo un disagio esistenziale con l’illusione che il jihadismo possa colmarlo. La donna di 24 anni originaria del Kyrgyzstan e convertita all’islam, dopo aver divorziato dal marito turco è scappata in Siria, a Raqqa, per vivere sotto il Califfato insieme al figlio. Il perché lo spiega lei stessa sulla sua pagina Facebook: «Chi ha detto che qui i bambini sono infelici? Voglio proteggere mio figlio da sesso, crimine, alcol e droga. Qui conoscerà Dio e vivrà secondo la sua legge».

ASIYA CAMBIA. Il caso di Asiya è finito sulle prime pagine di tutti i giornali perché l’ex marito, Aktan, ha chiesto aiuto alla stampa per ritrovare suo figlio. «Dopo la nascita di nostro figlio, Asiya ha cominciato a interpretare l’islam a modo suo. Era diventata molto devota, si copriva i capelli e pregava spesso. Io non la seguivo: sono musulmano ma non sono il tipo di persona che prega cinque volte al giorno». Il motivo del divorzio, come riferito da Asiya, sembra essere la volontà del marito di farla abortire e il «brutto trattamento» che riceveva da lui e dalla sua famiglia.

«TEMO SOLO DIO». I due hanno divorziato in giugno, poi Asiya è sparita. Secondo alcune stime, sono centinaia i turchi che hanno lasciato il paese per andare a vivere in Siria sotto il Califfato. Ora la donna ha chiuso il suo account Facebook. A chi le chiedeva perché fosse andata a vivere in mezzo a terroristi che sgozzano e crocifiggono altri persone ha risposto: «Il sangue e i beni degli infedeli sono halal (leciti, ndr). Io temo solo Dio». «I bambini che vedono tutto quello», cioè libertinaggio, alcol, droga, «diventano o assassini o delinquenti o omosessuali o ladri».

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3 Commenti

  1. Valentina scrive:

    Povera donna, dev’essere pazza! Se almeno avesse deciso solo per sé stessa, sarebbe stato più accettabile, invece ha deciso anche per suo figlio, e questo è assolutamente ingiusto. Che bambino sfortunato, con una madre senza cervello!

    • Menelik scrive:

      Non è senza cervello e non è pazza.
      E’ passata dalla parte del nemico.
      Nel 1982 abitavo in Inghilterra, quello era l’anno della guerra delle Falklands.
      Mi ricordo che quella primavera gente comune era stata pervasa da un senso di patriottismo che in Italia nel decennio precedente non avevo mai visto.
      Se l’esercito inglese avesse dovuto arruolare tutti coloro che erano intenzionati ad andare a combattere laggiù, l’Inghilterra si sarebbe spopolata di giovani e sarebbero rimasti solo i vecchietti.
      Ho tratto un’impressione molto positiva di questa cosa, e pensavo che avevo assistito facendo la scuola superiore in Italia negli anni 70, gli anni del terrorismo, e avevo visto solo odio verso la nostra bandiera ed il concetto di patria e quello di democrazia la quale, sappiamo bene tutti pacifisti compresi, che senza un esercito serio non si può reggere.
      Io degli anni settanta ricordo tanta droga, abbandono, sradicamento sociale, e violenza politica.
      Devo dire che, guardando il passato, mi ha fatto schifo come era ridotta l’Italia in quel decennio.
      Io ho fatto parte di quelle generazione di sradicati, drogati, deprivati di ideali, cresciuti in un nichilismo suicida.
      Ho conosciuto quella realtà, vi ho partecipato per anni e mi fa ribrezzo, mi fa provare un senso incoercibile di rivolta anche aggressiva a quanto ci veniva propinato allora.
      Mi facevano schifo i quartieri di città popolati contadini senza terre, pastori senza gregge, colti senza cultura, popolati di marionette per i quali la droga non era poi così male, dal momento che la logica era quella di: “dicono che l’eroina uccida lentamente, ma non c’è problema, perché non ho fretta”….tragico ragionamento ben radicato nel degrado morale, nel VUOTO SPIRITUALE e nel MATERIALISMO GRETTO di quegli anni, con i quali siamo cresciuti da adolescenti.
      La realtà di quella donna forse è diversa.
      In Turchia negli ani 2000 era una cosa, nell’Italia negli anni 70 era un’altra cosa.
      Ma il VUOTO ESISTENZIALE fa il suo tragico effetto, ovunque sei.
      La civiltà occidentale odierna SENZA IDEALI CRISTIANI è un gigante coi piedi di argilla, per riprendere un’espressione biblica.
      Quella donna adesso è un mio nemico, combattiamo anche contro di lei.
      Ma posso anche capirla, limitatamente alle ragioni del suo abbandono del lifestyle occidentale.
      Hai mai sentito parlare di Juri Camisasca?
      Era un hippie, adesso è un monaco benedettino.
      La sua ricerca è progredita, a modo suo è un hippie moderno.
      In conclusione:
      l’Occidente dà un benessere effimero, simulacri di felicità, e costruisce un deserto nell’anima.
      Potrei riscrivere quest’ultima frase in maiuscolo e sottolineato.

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