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Batte il record del mondo ma il merito è del «generale Kim Jong-un». Cosa vuol dire essere un campione in Corea del Nord

settembre 24, 2014 Leone Grotti

Gli atleti nordcoreani Om Yun-chol e Kim Un-guk hanno appena fatto registrare agli Asian Games record eccezionali e poi hanno ripetuto a memoria la lezione che il regime gli ha insegnato prima di partire

Per merito di chi Om Yun-chol e Kim Un-guk, atleti nordcoreani, hanno vinto questo fine settimana due medaglie d’oro agli Asian Games fissando incredibili record mondiali? «Tutti aspirano a fare un record del mondo – ha dichiarato Kim, che è anche campione olimpionico – ma è tutto merito dell’amore e delle cure del generale Kim Jong-un». Non è stato da meno il suo collega Om: «Con gli insegnamenti del nostro leader Kim Jong-un in mente, ho cercato di fare del mio meglio. Volevo battere il record e ho lavorato duro per portare il successo a Kim Jong-un».

«LAVAGGIO DEL CERVELLO». Le parole dei due campioni non sono per nulla improvvisate o casuali e si inseriscono nel rigido protocollo che gli atleti nordcoreani devono rispettare quando si recano a competizioni internazionali. Come rivelato a Daily Nk da un disertore che lavorava come agente della Sicurezza per il regime comunista, l’addestramento più pesante per gli atleti nordcoreani non è quello fisico ma quello ideologico. Soprattutto se, come in questo caso, i Giochi si svolgono nella terra dell’arcinemico, la «marionetta degli Stati Uniti» Corea del Sud: «Prima di tutto gli fanno il lavaggio del cervello dicendo: “La Corea del Sud può apparire esteriormente bella, ma è marcia al suo interno”. Gli atleti devono pensare che ogni cosa che vedono viene dal nemico».

DOMANDE DA ASPETTARSI. Tutti gli sportivi che lasciano il paese per rappresentare il regime devono leggere il manuale intitolato: Domande da aspettarsi e come rispondere «ma si specifica che non devono dare risposte immediate ai quesiti, perché non sembrino imparate a memoria». In realtà tutti devono imparare le risposte a memoria: «Ogni atleta prima di partire si allena di giorno mentre di notte studia il manuale nel caso che il dipartimento di propaganda faccia ispezioni a sorpresa. Tutti di solito memorizzano i contenuti per essere sicuri di non perdere il proprio posto in squadra».

«SEMPRE RINGRAZIARE IL LEADER». Così, continua l’ex agente di sicurezza, se un giornalista fa una domanda sui diritti umani la risposta deve essere: «La Corea del Nord è una società che ruota intorno al popolo e c’è il massimo rispetto possibile per i diritti umani». E ancora: «Tutti hanno diritto a cure mediche ed educazione gratuite, così come tutti sono liberi senza disuguaglianze». Se si parla di sport, «devono dire: “Grazie al Maresciallo, che ha reso lo sport accessibile a tutti, chiunque ha talento può prendere parte agli sport”. Poi aggiungono che le ottime strutture sportive hanno permesso al popolo di “ottenere vantaggi che tutto il mondo ci invidia”. Infine», come successo domenica e sabato, «gli viene ordinato di non dimenticarsi mai di ringraziare il leader per le sue politiche che hanno permesso questi incredibili risultati».

LA DELEGAZIONE. L’ex agente spiega infine: «Di solito, se ci sono un centinaio di persone oltre agli atleti nella delegazione, non più di 30» sono preparatori o allenatori. «Tutti gli altri sono agenti del dipartimento di Sicurezza di Stato o dell’Ufficio ricognizione». Questi sono incaricati di fare propaganda a favore di Pyongyang contro «l’oppressione di Seul»: i primi interrogando ogni giorno «giocatori e allenatori con domande come: “Cosa pensi della Corea del Sud?” o “Con chi hai parlato?”. Questo per impedire che escano notizie negative sul Nord». I secondi invece «studiano la società sudcoreana (…) e lo stato di avanzamento delle loro infrastrutture come aeroporti, strade, tunnel e porti».
Ancora una volta, dunque, gli eventi sportivi internazionali vengono usati dal regime comunista per un duplice scopo: pubblicizzare la sua presunta superiorità all’estero e dimostrare in patria che la Corea del Nord non è uno Stato fallito ma un paese dove tutto il resto del mondo vorrebbe vivere.

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