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Arancia Meccanica e lo ius soli

ottobre 30, 2017 Alessandro Giuli

Fate pure la legge sulla cittadinanza ma non trasformate gli italiani in Drughi

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Dobbiamo essere tutti Anna Frank, hanno decretato i maestri cantori della polizia del pensiero unico. Ma non gli basta. Dobbiamo anche essere – tutti, nessuno escluso – i migranti di ieri e di oggi sottoposti alle peggiori vessazioni della guerra, della fame, del cambiamento climatico e nemmeno a dirlo: del razzismo serpeggiante fra gli italiani. Sicché siamo, dobbiamo essere – tutti, nessuno escluso – anche il povero bengalese quasi ammazzato al centro di Roma da un manipolo di coglioni delinquenziali a sfondo xenofobo. La galera se li porti via, maggiorenni e minorenni utili a farci rappresentare come un popolo incanaglito e assediato da se stesso, dal nostro volto peggiore. Ma è davvero così? Siamo davvero circondati dagli ultrà in camicia nera? Non ci crederò mai. Siamo tutti ultras di qualcosa, di qualche causa persa o vittoriosa o finita zero a zero, X in schedina. In ogni italiano, vittima o carnefice, palpita il cuore matto di un tifoso – per non dire dei calciomani stranieri in attesa di cittadinanza con indosso la maglietta consunta di Baggio o chi per lui –; e allora, seguendo la logica imperante dell’autocolpevolizzazione di massa, mi aspetto che da domani i giornali titolino “ultrà della Lazio rapina vecchietta”, “ultrà del Milan passa col rosso al semaforo”, “ultrà del Messina evade il fisco”, “ultrà della Fiorentina cerca di allearsi con Pisapia in vista delle prossime elezioni politiche” (Curva Leopolda). Senza vergogna.

Per poco, per un pelo soltanto, non siamo dovuti essere anche – tutti, nessuno escluso – il clochard bruciato vivo l’altra notte a Torino: li ho auscultati con le mie orecchie, i colleghi votati al giornalisticamente corretto, conformisti cinici e infelici, sussurrarsi fra loro la gioia d’avere tra le mani un caso di cronaca nera dalla coloritura neofascistoide. Invece gli è andata male, era un regolamento di conti fra senzatetto. Che peccato, signori miei dell’inquisizione anti italiana.

Sta accadendo qualcosa di brutto, per l’appunto, in Italia. Un demonismo oscuro volteggia sulla preda, e la preda è la nostra coscienza smarrita. Di punto in bianco abbiamo scoperto che sul lungomare di Chioggia ci sono i bagni mussoliniani; che a Predappio vendono il vino del duce e il suo busto perfino (ma pure quello di Stalin, perché i furbacchioni del merchandising totalitario non conoscono topografie politiche); che i nostri stadi sono gremiti di SS; che Hitler è fuggito in Argentina e forse non è mai morto (i file americani appena declassificati da Trump); che Internet è popolata da migliaia di siti nazi; ma sopra tutto abbiamo scoperto, così vorrebbe qualcuno, che il problema non è il neofascismo in sé ma il neofascismo in me. Bene. Anzi malissimo.

E qui sopraggiunge il peggiore dei sospetti: vogliono trattarci, noi italiani, come Alex, il protagonista di Arancia Meccanica, il drugo in capo ideato da Anthony Burgess e immortalato da Stanley Kubrick, il bad boy che dopo aver inflitto sì tanta violenza viene sottoposto al Trattamento Ludovico, incaprettato davanti al video con le pinze a spalancargli le palpebre, costretto a ingollare tonnellate di nazisterie e ultraviolenza per redimersi e diventare pecora da cane randagio ch’era nato. Con metodi più sofisticati, ovvio. E al limite del grottesco, come dimostra l’istantanea di Mauro Icardi che finge di leggere il Diario di Anna Frank, a beneficio di San Siro, impugnando il libro come fosse una bistecca fiorentina; o come l’istantanea della sventurata ragazzina olandese moltiplicata e variopinta con i colori delle magliette dei principali club italiani, una specie di ready made involontario, l’olocausto come opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità seriale. Orrore che germina dall’orrore, offerto a buon mercato in omaggio alla rieducazione morale degli italiani assaliti dal senso di colpa. Gli italiani che per natura non furono razzisti neppure nel 1938, l’anno nero delle leggi razziali. Ma perché? A chi giova?

E qui sopraggiunge un rilievo statistico: nella maggior parte dei casi, il complemento d’agente e la causa efficiente della colpevolizzazione di massa inflitta agli italiani risiedono nel partito-avanguardia che propugna lo ius soli. Partiti, movimenti, intellettuali sparsi e opinionisti mediatici raggrumati in un disegno legittimo che ha il difetto dell’astrattezza e la legittimità di una nevrosi minoritaria: gli italiani non ci seguono sulla via della grande sostituzione biunivoca; poco male, basta fabbricarsi un nuovo popolo di elettori italiani, farlo per decreto morale e con un voto di fiducia parlamentare. Liberi di agire in questo modo, la Costituzione non lo vieta. Dopotutto, l’ho già detto e scritto e mi ripeto: fra i possibili provvedimenti per estendere il diritto alla cittadinanza, quello previsto nell’attuale proposta di legge governativa non è il più radicale e nefasto. Procedete pure, dunque, ne riparleremo dentro le urne nel prossimo mese dedicato a Marte. Epperò assumetevi senza infingimenti la responsabilità culturale di una scelta tanto gravosa, non contrabbandate lo ius soli come il contravveleno indispensabile a salvare la nostra anima, destinata altrimenti a ingrossare le file della Hitlerjugend. Perché non è così e lo sapete bene. Risparmiateci insomma il Trattamento Ludovico, a noi che non siamo Alex; ricordatevi anzi come il trattamento vada a finire: il violento violentato ottiene come risarcimento una divisa da sbirro dietro la quale proteggere la sua seconda vita da ultraviolento per conto della legge. Noi non siamo tutto questo.

Ps. Come colonna sonora della rieducazione psico-morale, il Trattamento Ludovico ha la Nona Sinfonia di Beethoven, attuale Inno d’Europa. E ho detto tutto.

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