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«L’apprendistato è il migliore contratto di inserimento di un giovane nel contesto produttivo». Storia di Marco, 19 anni, fresatore

luglio 21, 2014 Michele Loconsole - Marco Menegotto

Marco, finita la scuola, ha trovato subito lavoro. Ma senza l’apprendistato non avrebbe mai appreso i segreti della professione per cui ha studiato

Fare-apprendistatoSpesso si dice che l’economia italiana è in crisi perché è in crisi la piccola e media imprenditoria, cuore pulsante del nostro tessuto produttivo e di tutto il “Made in Italy”. È proprio da una di queste piccole e medie imprese che proviene la nuova storia di apprendistato che, come dice in questo editoriale Michele Tiraboschi, Adapt e Tempi.it hanno deciso di raccontare insieme, dopo quella dell’inglese Samuel James Wilson. Questa volta si tratta di un italiano, Marco, del suo attuale lavoro e dei suoi sogni per l’avvenire.

UN INCONTRO CAMBIA LA VITA. Marco ha diciannove anni, vive in provincia di Varese e da quasi due anni è inserito a pieno regime nella vita di un’azienda a conduzione familiare, composta da otto persone, compreso il titolare, specializzata nella realizzazione di stampi in metallo per la produzione di materiali plastici. Marco qui si occupa della fresatura del materiale che poi si avvia verso il ciclo di produzione, fino ad arrivare al definitivo sviluppo dello stampo. Il suo percorso è simile a quello di molti altri giovani della sua età: due anni fa ha conseguito il diploma professionale come addetto alle macchine utensili presso il Centro di Formazione Professionale con indirizzo meccanico di Tradate, vicino casa, ed ha immediatamente cercato di introdursi nel mercato del lavoro, con i mezzi che aveva a sua disposizione. Forse la fortuna o forse la capacità di relazionarsi con le persone nella piccola realtà della sua cittadina, gli hanno permesso di incontrare quasi subito Giorgio, imprenditore artigiano, che si è dimostrato ben disponibile a dargli un’opportunità.

PIA

LA SCUOLA, DA SOLA, NON BASTA. Dopo un breve periodo di prova, Marco ottiene il suo primo contratto di lavoro e incomincia la sua avventura in apprendistato professionalizzante. Da subito, però, si rende conto che le competenze scolastiche, per quanto valide, da sole non bastano per affrontare le difficoltà del contesto lavorativo. Ci racconta che «il Centro di Formazione Professionale fornisce sì le basi per affrontare questo tipo di mestiere (il fresatore, ndr), ma quello che più conta sono certamente l’esperienza e la tecnica, che si acquisiscono con il tempo e solo se si è inseriti all’interno del ciclo produttivo». Ciò a totale conferma dell’importanza della formazione in azienda, che deve essere valorizzata e ben programmata per un percorso professionalizzante di successo.
Tutto questo è condiviso dal suo datore di lavoro Giorgio, che aggiunge: «La formazione scolastica dà sicuramente delle basi, che però da sole non sono spendibili nel mercato del lavoro. Per questo l’apprendistato è ancora di gran lunga il migliore contratto di inserimento di un giovane nel contesto produttivo, o almeno nel nostro. Anzi. Non solo l’apprendista deve essere consapevole del suo impegno in azienda, ma deve sempre più ricercare attività esterne all’orario di lavoro, che gli permettano di acquisire competenze specifiche in un dato settore, da poter spendere in futuro sul mercato. E non si parla solo delle ore di formazione pubblica trasversale, spesso superflua per l’apprendista».

MOLTO MEGLIO DI UNO STAGE. Marco è consapevole di essere stato fortunato e non lo nasconde, perché il quadro generale è piuttosto fosco: secondo i dati di Confartigianato Varese, infatti, le assunzioni di apprendisti – dei quali quelli in apprendistato professionalizzante sono l’assoluta maggioranza – nel quinquennio 2009/2013 sono crollate del 60,6  per cento, anche se il dato in parte è mitigato dal fatto che la percentuale si riduce in aziende con meno di dieci dipendenti, arrivando ad un -41,6 per cento. I motivi sono molteplici, come ci spiega Giulio di Martino, responsabile Ufficio studi di Confartigianato Varese: la crisi economica ha sicuramente giocato un ruolo determinante, spostando le energie dell’imprenditore nella gestione dell’aumentato rischio di impresa più che nella formazione di giovani apprendisti, ma non va trascurata nemmeno la scarsa pubblicità che viene fatta ad uno strumento di ingresso al lavoro, quale il contratto di apprendistato, spesso offuscato dalla erronea sovrapposizione con l’istituto dello stage o tirocinio e con la paura della precarietà. I dati, però, non sono tutti così cupi: si è infatti registrato, sempre secondo Confartigianato Varese, un incremento del 38,5 per cento nell’assunzione di apprendisti tra i 16 e i 18 anni. Segno che la storia di Marco non è e mai sarà solo un caso isolato. Specie non appena si diraderanno le nebbie della recessione e si potrà finalmente intravedere il faro della ripresa.

L’ITALIA SE N’È ACCORTA? Certo, Marco è agli inizi del suo percorso lavorativo ed è consapevole che serviranno ancora anni per affinare tecnica e competenze. Ma questo non lo preoccupa. Lo si percepisce ascoltandolo; l’orgoglio e l’entusiasmo con cui racconta la sua giornata in azienda (raggiunge il luogo di lavoro in pochi minuti, con la bicicletta, 5 giorni a settimana) e il lavoro che svolge, non lasciano troppo spazio ai dubbi sul suo futuro professionale. E, aggiungiamo noi, in un periodo di crisi come questo l’accompagnamento al lavoro che può fornire il contratto di apprendistato deve essere considerato come il timone da tenere ben saldo nella nave in tempesta. Possibilmente iniziando ad investire anche in quella formazione duale, modello di successo ovunque in Europa e che tanto si invidia alla Germania, ma che poi, a conti fatti, da noi ancora stenta a decollare.

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