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«Anziché denunciare le storture della giustizia verso i cittadini, l’Anm gioca a “buoni” contro “cattivi”»

dicembre 15, 2014 Chiara Rizzo

Intervista a Salvatore Scuto, presidente dei penalisti milanesi: «Il sindacato delle toghe acquista pagine pubblicitarie per farsi propaganda e difendere privilegi»

Mentre tutt’Italia leggeva dai quotidiani le ultime notizie sul fermo di Veronica Panarello, lo scorso 10 dicembre la Camera penale di Milano ha reso pubblica una durissima nota critica contro all’Associazione nazionale magistrati. Il presidente della Camera penale milanese, Salvatore Scuto spiega a tempi.it che «in questa vicenda si consuma una stortura del sistema giudiziario». Scuto ricorda che «proprio in questi stessi giorni l’Anm ha acquistato una pagina pubblicitaria sui principali quotidiani non per denunciare questi problemi che riguardano i cittadini, ma per riprodurre la tradizionale contrapposizione tra una parte che si ritiene “buona”, ovvero la magistratura, e un’altra parte, segnatamente il potere legislativo, che si ritiene “cattiva”.Si tratta della riaffermazione dell’indebita ingerenza dell’ordine giudiziario in un territorio, quello del parlamento e del potere legislativo, che non gli appartiene e che dovrebbe essere maggiormente rispettato».

Avete ammonito l’Anm che ogni cittadino «non potrà non chiedersi se la giurisdizione avrà la forza per correggere le storture consumate in questi giorni». A cosa vi riferite?
Ad una serie di fatti accaduti negli ultimi tempi, l’ultimo sicuramente è la vicenda di Veronica Panarello, la mamma di Loris. Abbiamo assistito purtroppo ad uno spettacolo noto: si confeziona un prodotto mediatico già pronto per l’utilizzo giudiziario, si crea un colpevole anche con l’uso di notizie che dovrebbero essere coperte da segreto. Poi interviene l’autorità giudiziaria e, come in questo caso, violando una regola fondamentale del processo, ovvero che ogni indagato ha diritto all’assistenza difensiva. La donna è stata sottoposta ad interrogatori di numerose ore in qualità di testimone, nonostante le informazioni che arrivavano alla stampa avessero veicolato già un sospetto nei suoi confronti. Nonostante ciò la donna è stata sentita solo come testimone e senza un difensore. La donna, se assistita, avrebbe potuto avvalersi anche della facoltà di non rispondere. Insomma, avrebbe potuto difendersi. Noi crediamo che questa vicenda sia solo la punta dell’iceberg, mentre l’Anm ha assunto un atteggiamento di sindacalismo radicale, vuole solo mantenere dei privilegi e tratta i principi del processo – parlando di problemi che pur ci sono nel campo della giustizia – in maniera strumentale. Il vero problema è la qualità della giurisdizione e il rispetto delle garanzie del cittadino.

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La pagina pubblicitaria dell’Anm, pubblicata l’11 dicembre sui quotidiani nazionali

Giovedì l’Anm ha acquistato una pagina pubblicitaria (a sinistra) sui principali quotidiani per la campagna “Aprite gli occhi”: vi si afferma che i magistrati penali hanno definito un milione e 288 mila procedimenti, e sono i primi in Europa, mentre, a causa della legge, sono andati in fumo per la prescrizione 120 mila processi. Secondo voi «alcuni di questi argomenti sono sollevati in maniera propagandistica, in particolare quello della prescrizione». Perché? 
Vorrei dire all’Anm che noi gli occhi li abbiamo aperti da tempo, sia sulla giustizia sia sul ruolo della magistratura. Li abbiamo a tal punto aperti che siamo stati i primi a denunciare che il fenomeno della prescrizione matura quasi esclusivamente nella fase delle indagini preliminari, quindi è responsabilità esclusiva del pubblico ministero, che è il dominus delle indagini. Inoltre, il fenomeno della prescrizione è indice del fatto che l’esercizio dell’azione penale, pur in presenza del principio dell’obbligatorietà, viene svolto con caratteristiche di discrezionalità sostanziale. Quando guardiamo al dato disaggregato sui processi vediamo che la prescrizione matura anche per una serie infinita di piccoli reati non gravi. Consiglierei quindi all’Anm di comprare un’altra pagina pubblicitaria, visto che hanno i mezzi finanziari per farlo, per informare meglio i cittadini su questi dati. Rispetto ai numeri dei procedimenti definiti che l’Anm cita, sarebbe da verificare la fonte: se la fonte coincidesse con il rapporto Cepej è utile richiamare quanto ha sottolineato, esaminando proprio quei dati, l’Osservatorio europa delle Camere penali italiane: «L’Italia risulta agli ultimi posti quanto a tasso di smaltimento dei procedimenti penali, e per i tempi medi di celebrazione del giudizio di primo grado» (con 1 milione 454 mila cause pendenti nel penale, l’Italia è risultata la peggiore d’Europa, ndr).

Il Consiglio dei ministri intanto licenzierà un decreto legge per riformare la prescrizione nei casi di corruzione, e per rendere le pene più severe, sull’onda dello scandalo creato dall’inchiesta “Mafia capitale” e anche su pressioni della magistratura. Voi penalisti che ne pensate?
Tutto il male possibile. Quello della prescrizione è una truffa di etichetta: la magistratura si muove con argomentazioni prive di logica e fondamento, avanzando queste proposte che mirano a bloccare il termine della prescrizione dopo il processo di primo grado, giustificate con l’idea che così si velocizzano i processi. È come se per far arrivare prima il Frecciarossa da Roma a Milano si allungasse il percorso della ferrovia anziché aumentare la velocità della locomotiva. Fuori dalla metafora, se si interverrà sospendendo il termine della prescrizione con la sentenza di primo grado l’effetto che ne conseguità sarà quello di un’ulteriore dilatazione dei tempi del processo, che comporterà un’altra conseguenza deprecabile, ovvero che l’imputato rimanga sulla graticola del processo per un tempo non più determinabile. Questi effetti sono tali da escludere radicalmente le ragioni attraverso cui si sostengono interventi di questo tipo. Lo stesso va detto, con riferimento a tutti quegli interventi che vengono auspicati al fine di ridurre il sistema delle impugnazioni, sia l’appello che il ricorso per cassazione, dimenticando le statistiche che vedono attestarsi su dati vicini al 50 per cento le sentenze di condanna poi riformate in appello. Sull’altare di una mistificante efficienza si rischia di sacrificare la qualità della giurisdizione e si vuole raggiungere lo scopo di limitare l’esercizio del diritto di difesa in questo paese.

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