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Antisistema in doppio petto

maggio 22, 2017 Alan Patarga

Consigli non richiesti a Silvio Berlusconi per archiviare Renzi e Grillo senza fare la fine di Fillon e dei repubblicani statunitensi.

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Con la vistosa eccezione britannica (ma gli inglesi, si sa, sono un’eccezione a prescindere), la storia delle ultime grandi tornate elettorali è la storia della scomparsa delle forze organizzate di centrodestra. Donald Trump, che pure formalmente è un presidente repubblicano, è in realtà un tycoon che con i soldi e il giusto tempismo ha saputo approfittare della crisi di leadership conservatrice negli Stati Uniti per lanciare una riuscitissima Opa ostile sul Grand Old Party. Del “centrodestra” americano, se così si può chiamare, ha preso la casacca mettendoci dentro un po’ di tutto, lasciando però fuori il ceto politico che per decenni ha rappresentato e ispirato la Right Nation. Anche i leader del recente passato che lo hanno appoggiato in campagna elettorale – in particolare Rudy Giuliani e Newt Gingrich – sono finiti con un pugno di mosche in mano, al momento di passare all’incasso. Cioè di essere nominati in ruoli chiave dell’amministrazione.

A Parigi, un candidato dato per vincente fino a pochi mesi prima del voto è stato azzoppato da un’inchiesta più mediatica che giudiziaria, finendo terzo in un primo turno presidenziale che sulla carta – a gennaio – avrebbe dovuto dominare. François Fillon è, in questo senso, il volto del fallimento globale della destra moderata, stretta tra il sovranismo delle Le Pen e dei Trump e le sinistre liberal che tentano in ogni modo di far dimenticare di essere sinistre. È il caso di Emmanuel Macron, che in poco più di un anno – fondando il suo movimento EnMarche! – ha cercato, riuscendoci, di svincolarsi dall’esperienza di governo socialista, fino a convincere il suo stesso ex premier, Manuel Valls, che il Parti Socialiste “è morto”.

Lo ha fatto, consapevole che Fillon non sarebbe mai arrivato al secondo turno, prosciugando una buona parte delle risorse culturali dei repubblicani francesi soprattutto in tema di economia e sicurezza: proponendo, cioè, un taglio della spesa pubblica per 60 miliardi di euro, una stretta sui sussidi di disoccupazione (interrotti se si rifiutano più di due offerte di lavoro “decenti”), una riduzione della pressione fiscale di un punto di pil, l’assunzione di circa 10 mila agenti di pubblica sicurezza, il ritorno al poliziotto di quartiere, l’aumento dei posti nelle carceri, l’incremento del 2 per cento del budget destinato alla Difesa. Un programma difficilmente collocabile a sinistra.

È un po’ la strategia di Matteo Renzi, soprattutto in campo economico, specie ora che il difficile addio della costola sinistra del Pd semplifica la vita all’ex premier in termini di elaborazione programmatica. Parole d’ordine liberali da un lato, quello appunto dei democrat. Un linguaggio e alcuni temi vicini alla sensibilità dell’elettorato di centrodestra dall’altro, quello dei Cinque stelle. L’assedio al centrodestra, con le idee del centrodestra, è un rischio anche italiano. Analisti, commentatori, esperti d’ogni tipo continuano a ripetere – da anni ormai – che le prossime elezioni saranno una partita a due tra Pd e M5s. Eppure i numeri dei sondaggi dicono altro: e cioè che l’elettorato è perfettamente diviso in tre. Che un centrodestra unito – Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia – sarebbe anzi un filo sopra gli altri due contendenti. Certo, c’è da capire con quale sistema elettorale si andrà a votare, presumibilmente, il prossimo anno. Se uno che porterà le forze a unirsi, oppure no. Un dato, però, è certo. Nonostante la cattiva stampa, nonostante l’allontanamento forzato di Silvio Berlusconi dall’agone politico (in attesa della sentenza europea sull’incandidabilità), l’Italia resta per almeno un terzo di centrodestra.

Benedetto Ippolito, che insegna Storia della filosofia all’Università di Roma Tre ed è un attento commentatore politico, dice a Tempi che Berlusconi, Salvini e Meloni avrebbero più di una ragione per trovare una sintesi e tentare di vincere la partita della vita. «La crisi delle destre moderate in tutto il mondo – dice – è il vero nodo politico di questi tempi. E si tratta, oltretutto, di un film già visto: a Weimar, per esempio, o alla fine degli anni Sessanta in Italia, quando l’immobilismo della Dc portò alla crescita elettorale del Msi, che mise a repentaglio il ruolo egemone democristiano nella politica italiana». La Dc, fino ad allora alternativa al Pci anche quando guidava coalizioni di centrosinistra, finì per indebolirsi al punto di cercare convergenze – sia pure “parallele” – con i comunisti.

È, in altri termini e con altri attori, il rischio di oggi. «C’è una ragione contingente – prosegue Ippolito – che spiega molto bene quel che sta accadendo: nei paesi in cui il centrodestra è in crisi, le forze moderate e quelle progressiste hanno a lungo combattuto per conquistare l’elettorato di mezzo. Un calcolo per certi versi giusto, ma che le ha portate ad assomigliarsi molto, anche troppo. È il meccanismo del “sono tutti uguali”, che però penalizza maggiormente i partiti di centrodestra, nel cui elettorato è tradizionalmente più forte una certa propensione al qualunquismo, mentre per quanto diluita la sinistra sa sempre fare quadrato intorno al partito di riferimento».

I flussi elettorali stanno lì a dimostrarlo: «I Cinque stelle – sottolinea Ippolito – crescono quando Forza Italia e Pd si avvicinano. Quando prevale cioè lo “spirito del Nazareno”. Più dei problemi di classe dirigente e più dell’anagrafe che rema contro Berlusconi, il dato politico dirimente è che il centrodestra per avere chance alle prossime elezioni deve presentarsi come realmente alternativo al Partito democratico. Al tempo stesso, però, dovrebbe sapersi tenere a distanza di sicurezza dalla tentazione populista. Che magari serve a raccogliere voti a un partito, ma non fa vincere le elezioni. È un equilibrio difficile, ma una formula politica da “antisistema in doppio petto” potrebbe essere vincente. Il punto è trovare una sintesi: una strada potrebbero essere le primarie, ma difficilmente sarà percorribile. Un’altra è che lo stesso Berlusconi getti il cuore oltre l’ostacolo e proponga la fondazione di un centrodestra nuovo di cui in ogni caso sarebbe il padre nobile: i numeri, non solo in Italia, dicono che i moderati hanno ancora ampi spazi politici ed elettorali. Le idee che vincono sono le loro». Tutto sta a non lasciarsele scippare. 

Foto Ansa

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