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Animalisti, preparatevi alla «guerra giusta» contro lo scoiattolo grigio, spietato distruttore di ecosistemi

luglio 31, 2014 Elisabetta Longo

Il roditore americano divora tutto ciò che trova mettendo in serio pericolo le specie cugine. Ecco perché l’Unione Europea ha spinto l’Italia ad attivarsi per difendere la biodiversità. Intervista a Piero Genovesi dell’Ispra

Ha un’aria simpatica, una folta coda e nell’immaginario collettivo è un animaletto innocuo amante delle noccioline. Nella realtà, lo scoiattolo grigio semina distruzione ovunque passi, vista la sua voracità. In poco tempo può fare piazza pulita del cibo necessario alla sopravvivenza di altre specie “cugine”, come lo scoiattolo rosso. Il suo nome scientifico è “Sciurus carolinensis”, viene dall’America ed è stato importato in Europa nell’Ottocento attraverso la Gran Bretagna, dove esordì come animale da compagnia. Successivamente si è insediato anche in Italia, da dove potrebbe espandersi al resto del continente. Già negli anni Novanta sono stati fatti interventi di controllo in Piemonte, e più recentemente anche in Liguria e in Lombardia, dove lo scoiattolo grigio è stato avvistato. In questo periodo, però, si sono rese necessarie nuove azioni di contenimento. È stata l’Unione Europea a rendersi conto della necessità e dell’urgenza di interventi mirati, non “contro” lo scoiattolo grigio, ma in difesa dello scoiattolo rosso. Lo spiega a tempi.it il dottor Piero Genovesi, che si occupa di conservazione della fauna per conto dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Il progetto approvato da Bruxelles si chiama “Life U-Savereds”.

Dottor Genovesi, da quanto tempo lo scoiattolo grigio è un problema per il territorio italiano?
È stato importato dagli Stati Uniti fino alla Gran Bretagna, e rapidamente il suo sviluppo è sfuggito al controllo. Divora tutto ciò che trova, a discapito di altre specie, come lo Sciurus vulgaris, lo scoiattolo comune, dal pelo rosso. Innesta un meccanismo di competizione per la caccia al cibo che non ha eguali tra le specie animali. Le due specie sono profondamente diverse. Lo scoiattolo grigio passa poco tempo sugli alberi, e sta principalmente a terra, al contrario di quello rosso, che vive quasi esclusivamente sugli alberi saltando di ramo in ramo. Il grigio può quindi accumulare grasso sul corpo nelle stagioni più ricche di cibo e resistere meglio all’inverno, mentre lo scoiattolo rosso deve mantenere un peso costante, e invece di accumulare grasso, nasconde scorte di cibo sottoterra. Il grigio è abile a trovare queste scorte, rubando il cibo che è essenziale al rosso per sopravvivere all’inverno e per riprodursi.

Che impatto ha sull’habitat in cui vive?
Oltre a causare la scomparsa dello scoiattolo rosso, il grigio provoca danni agli alberi tramite lo scortecciamento, danneggiandoli gravemente. Inoltre dallo scoiattolo grigio vengono predati anche piccoli uccelli che nidificano negli alberi. Gli impatti causati dallo scoiattolo grigio sono essenzialmente sulla biodiversità, a differenza di specie come le nutrie, presenti in molte regioni italiane, che provocano danni sulle attività dell’uomo, distruggendo le coltivazioni o indebolendo gli argini dei canali e dei fiumi. Forse è per questo che c’è sempre stata più attenzione alle azioni anti nutria che non agli interventi di prevenzione dei danni causati dallo scoiattolo grigio.

Di recente nel Genovese è emanato un provvedimento contro gli scoiattoli grigi, misura poi “mitigata” dal Tar che ha bocciato l’idea di abbattere gli esemplari proponendo invece la loro sterilizzazione.
La sentenza del Tar ha dato ragione al progetto di controllo dei grigi, che a Genova è realizzato tramite sterilizzazione degli animali e rilasci in altri parchi. Ma va sottolineato che il caso di Genova è molto particolare, diverso in molti aspetti dal caso della foresta dell’Umbria, su cui si concentra il progetto Life U-Savereds. In quell’area specifica, gli scoiattoli grigi sono presenti da decenni con un piccolo nucleo in un parco urbano molto frequentato, e si è creato un rapporto di forte affezione con i cittadini, ed è per rispondere alle preoccupazioni degli abitanti dell’area che si è sperimentata la tecnica della sterilizzazione, che però può essere applicata solo su una scala molto limitata.

Che tipo di intervento verrà fatto allora sull’Appennino italiano e in particolare nell’area umbra?
La sfida è innanzitutto cercare di dialogare il più possibile con i cittadini, con gli animalisti, con chi pensa che sia una battaglia sbagliata. È una battaglia giusta difendere l’ecosistema italiano e le sue specie da un nemico importato accidentalmente dall’uomo molto tempo fa. Sta avvenendo come con le api, minacciate dalla Varroa destrunctor, l’acaro parassita dagli alveari, e più recentemente dalla Vespa velutina, il calabrone asiatico arrivato in Italia da poco più di un anno, un terribile predatore di api. Il progetto avrà il suo avviamento probabilmente dall’anno prossimo, ma da ottobre cominceremo le fasi iniziali, per arrivare pronti. L’Unione Europea ci ha dato dei termini precisi da rispettare. Non possiamo tirarci indietro.

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3 Commenti

  1. cassandra scrive:

    invece di, come al solito, chiudere il recinto dopo che i buoi sono scappati bisognerebbe VIETARE utilizzo e commercio di animali selvatici ed esotici!! Questi scoiattoli NON sono usciti dal nulla cosi come non escono dal nulla pitoni criceti,conigli, iguane prima comprate e poi abbandonate! invece di commercializzare tutto e non curarsi degli abbandoni tanto poi al massimo ci sono le “pene di morte” bisogna chiudere i rubinetti VIETANDO il commercio!

  2. manu scrive:

    …ladeadellacaccia.it/index.php/aiw-scoiattolo-grigio-quando-l’animalismo-e-in-malafede-20817 CIOE’ quando il bue dice cornuto all’asino!!!
    I nostri cari cacciatori immettono nel territorio animali (es cinghiali,quaglie,ecc) per poi dire che il loro sparacchiare su ogni cosa si muova è utile a limitare il numero di animali .. peccato che basta andare su siti come subito.it per vedere che i cinghiali vengono addirittura allevati e venduti … e se scappano o vengono abbandonati?????..tanto meglio:più permessi di caccia e si alimenta ancora di più la balla che gli animali in natura non si autoregolano senza le doppiette dei nostri amati cacciatori (che ricordo che ogni anno fanno anche VITTIME UMANE!!).
    Quando si imparerà a ragionare?Quando vedremo delle leggi intelligenti? Quando finiranno cacciatori e commercianti e politici di prenderci legalmente per i fondelli????

    • Andresa scrive:

      I cacciatori pagano profumatamente una licenza che gli permette di praticare la caccia nelle RISERVE, non è che vanno a sparare a caso una mattina perché si annoiano..Spesso è la guardia forestale stessa ad indicare al cacciatore quale capo abbattere (per malattia, anzianità, ecc..), e viene mantenuto l’equilibrio della riserva reintroducendo i capi abbattuti. Aggiungo che la selvaggina cacciata finisce sempre su una tavola, non va certo buttata via..se il vostro risentimento riguarda il fatto che il cacciatore imbracci un fucile (“non è giusto! troppo facile così!”), vi invito a guardare qualche documentario su alcuni villaggi africani che hanno mantenuto un sistema sociale arcaico, dove la potenza balistica del fucile rispetto alla lancia viene compensata dal numero di cacciatori impegnati nella battuta, ovvero gazzelle con 8 lance piantate nella panza (però la gazzella è felice perché è stata uccisa ad armi pari..?). Gli animalisti dovrebbero ricordarsi che siamo animali anche noi, che siamo predatori e prede anche noi, che la morte fa parte della natura stessa, e il modo in cui viene concepita tra gli animali non ha nessuna importanza se il fine ultimo è alimentarsi. In qualsiasi habitat ogni animale rischia la predazione, che a uccidere siano denti, artigli, lance, proiettili, a parer mio (e delle gazzelle) non fa alcuna differenza..piuttosto si potrebbe obiettare (se fossi un animalista) sull’etica degli allevamenti intensivi, che hanno però il vantaggio innegabile di rendere la carne economica e arrivabile da qualunque status sociale (nell’800 in Italia ci fu un’esplosione di pellagra perché l’alimento principale dei poveri era la polenta).

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