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Andrea, dalla tragedia del tetto della scuola che gli crollò addosso alle Paraolimpiadi: «Sono aperto a tutto»

giugno 28, 2015 Chiara Rizzo

Il 22 novembre 2008, per il crollo del soffitto in un liceo di Rivoli, il compagno di banco di Andrea Macrì morì e lui rimase semiparaplegico. Oggi è un campione di fioretto e hockey

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La mattina in cui la vita di Andrea Macrì cambiò, soffiava un forte vento e il torinese all’epoca 17enne si trovava come al solito a scuola, al liceo Darwin di Rivoli, seduto accanto al compagno di banco, Vito Scafidi, nella classe IV G. Era il 22 novembre 2008. «C’era l’intervallo. Abbiamo sentito sbattere una porta, è cambiata la pressione in classe. E all’improvviso ci è caduto addosso il controsoffitto, dove erano poggiati delle macerie e dei tubi. Io ho riportato una lesione midollare, il mio compagno di banco Vito è morto sul colpo», ricorda oggi Andrea a tempi.it. La vita è andata avanti e a sei anni dalla tragedia si può dire che abbia seguito un tragitto inimmaginabile. La Cassazione, pochi mesi fa, ha confermato definitivamente le condanne a sei persone (tre funzionari della Provincia di Torino, responsabili per l’edilizia scolastica, e tre insegnanti responsabili della sicurezza per il Liceo Darwin), che per 25 anni non hanno mai effettuato controlli sul soffitto della scuola.

TRAGEDIA EVITABILE. Nelle motivazioni della sentenza d’appello, confermata dalla Cassazione, si può leggere nero su bianco: «Se si fosse verificato lo stato di quel controsoffitto conoscibile, ispezionabile e monitorabile, si sarebbero potute valutare e fronteggiare le sue gravi anomalie». L’incidente avrebbe potuto essere evitato, invece oggi Vito non c’è più. «Io ho fatto nove mesi di ospedale. Sono stato in coma farmacologico, ho subìto due operazioni chirurgiche. Poi una lunga riabilitazione, ma sono rimasto con una paraplegia semipermanente. Sono rimasto in carrozzina per un lunghissimo anno perché non avevo la forza di muovermi. Adesso finalmente riesco a camminare, anche se con il tutore e il bastone», continua Andrea. In questi lunghi anni per lui non c’è stato lo spazio per il rimpianto e ha scelto con molta dignità di parlare il meno possibile in pubblico dell’incidente. Ha invece dedicato tutte le sue energie ad afferrare la vita, prima che gli sfuggisse via. L’ha fatto con così tanto vigore, che nel frattempo è diventato campione olimpico. Non in una sola disciplina, ma in due, per le quali ha gareggiato con la nazionale italiana.

CAMPIONE OLIMPICO. Oggi Andrea ha 24 anni. Prima di quel 22 novembre, «praticavo solo del nuoto a livello amatoriale. Nel 2009 ho iniziato un percorso terapeutico all’unità spinale, dove mi fecero provare sport terapia. Lì ho conosciuto Andrea Pontillo, il mio maestro di fioretto. Avevo provato tutti gli altri sport praticabili all’unità spinale, ma la scherma è stata quella che mi ha affascinato di più. Andrea ha scoperto che ho del talento, si è fidato e ha puntato su di me. È iniziato un percorso molto veloce. Nel giro di pochi anni, nel 2012, sono arrivato alle Paraolimpiadi di Londra, dove con l’Italia siamo arrivati al quarto posto nel fioretto a squadre. Ho partecipato anche a tre mondiali di scherma: il più importante è stato quello di Catania 2011, dove ho vinto la medaglia d’argento sempre nel fioretto a squadre».

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POTERE DEL FIORETTO. In punta di fioretto, Andrea, che all’inizio della pratica sportiva vedeva il suo corpo fisicamente “imprigionato”, ha riconquistato una profonda libertà – fisica e spirituale –, rompendo qualsiasi blocco. «La scherma mi è piaciuta sin da subito proprio perché è uno sport in cui devi metterti in gioco da solo, che allena molto la propria concentrazione e la forza di volontà. È uno sport che ti sfida parecchio. Ho iniziato allenandomi anche dalle sei alle otto volte alla settimana. Era necessaria tanta preparazione fisica in palestra, poi le lezioni individuali con il maestro, poi gli allenamenti in gruppo. Ha assorbito molto del mio tempo fino ad oggi».

«CERCO UN LAVORO». Andrea adesso fa parte delle Fiamme oro, la squadra di scherma della Polizia italiana. L’ultima vittoria risale a pochi giorni fa, quando ha partecipato ai campionati italiani: «Ho vinto due argenti individuali e due ori a squadre», confida. Forse un po’ a malincuore, aggiunge che per il momento questa potrebbe essere l’ultima vittoria nella scherma. «Noi atleti paraolimpici non possiamo essere “arruolati”, per cui anche se faccio parte delle Fiamme oro, la squadra della polizia, non vengo retribuito. Tutte le lezioni e gli allenamenti hanno dei costi alti e non posso più permettermeli. Ho dovuto cambiare le mie priorità e ora sto cercando un lavoro retribuito. Anche se non avrà a che fare con lo sport non importa, purché mi permetta un po’ di autonomia. È la mia prima esperienza lavorativa, perciò sono aperto a tutto, anzi ho proprio voglia di mettermi alla prova come tutti i miei coetanei».

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TORI SEDUTI. Ma la scherma non è l’unico sport praticato da Andrea ad alto livello. C’è qualcosa che in lui suscita uguale entusiasmo, quando gliene si chiede conto. «Sempre nel 2009, all’unità spinale, ho incontrato un ragazzo che giocava nei Tori seduti, la squadra di hockey di Torino. Mi invitò agli allenamenti e mi fece provare di persona. Mi piaceva tantissimo, anche se è l’opposto esatto della scherma: l’hockey infatti è uno sport di squadra puro. Il senso di appartenenza che da subito sentii, mi ha catturato. Inoltre, man mano che mi allenavo e miglioravo il livello, ho iniziato a divertirmi sempre di più, tanto da non poterne fare a meno». E dato che Andrea, nello sport, è una macchina da guerra, anche per l’hockey sono arrivate nazionale e olimpiadi. «Pratico ice sledge hockey. Anche la nazionale italiana è un gruppo fantastico. Nel 2014 ho partecipato con la nazionale alle Olimpiadi di Sochi, siamo arrivati sesti. Quest’anno è andata meglio, e agli ultimi campionati del mondo 2015 sono arrivato al quinto posto. Dal 2010, quando ho iniziato coi Tori seduti, ho partecipato a un mondiale e ai campionati europei del 2011, dove siamo arrivati primi». L’hockey è un’attività che Andrea non intende abbandonare: «Ha dei ritmi più umani e ti permette di lavorare».

BORSA DI STUDIO. Per l’incidente che è costato la vita al suo compagno di banco, non c’è stato alcun risarcimento, né per la famiglia Scafidi, né per Andrea. Simbolicamente però lo Stato italiano, attraverso il ministero della Pubblica istruzione, aveva concesso ad Andrea una borsa di studio per pagare i suoi studi universitari: «Nel 2010 ho finito il liceo e mi sono iscritto a Scienze della comunicazione. Ho dovuto interrompere però quasi subito, dato che mi allenavo sette volte per la scherma, più altre tre di scherma, più le trasferte e i raduni. Ho provato a dare esami, ma è stato davvero difficile, io stavo rappresentando l’Italia in due nazionali, non è che passassi il tempo a non fare nulla. Ma la borsa di studio era subordinata al conseguimento degli esami scolastici: così senza avvisarmi, il ministero ha deciso di interrompere la borsa tre anni fa. All’inizio, non volendo chiedere niente, ce ne siamo stati zitti, poi con mio padre abbiamo cercato di capire quanto meno il perché. Si è sollevato un polverone, i giornali hanno iniziato a darne la notizia. Così lo scorso 17 giugno, il sottosegretario all’Istruzione ha convocato me e mio padre al ministero. Ci hanno detto che stanno rivedendo la decisione. Non pretendo di avere alcunché come ricompensa per lo sport, né di essere trattato in modo diverso, ma per me la borsa di studio sarebbe un grande aiuto per poter finire gli studi».

Foto scherma Comitato Paraolimpico Piemonte

Foto hockey Bill Wippert


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