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Anderious e le sue cinque vite da perseguitato: «L’Iraq è un paradiso, ma un cristiano deve pagare la sua fede»

gennaio 3, 2015 Chiara Rizzo

Nel libro “Una storia irachena” lo stringer Oraha, che ha lavorato da interprete per molti giornalisti italiani, racconta attraverso la storia della sua famiglia la condizione dei cristiani in Medio Oriente

Un'illustrazione del libro "Una storia irachena"

Un’illustrazione del libro “Una storia irachena”

“Ti domandi perché io abbia abbandonato un paese così affascinante? Io sono iracheno, cristiano e lavoravo come stringer per i media italiani. Quello che hai letto sull’Iraq fino all’ottobre del 2007 è anche farina del mio sacco, come quello che hai visto in tv. Ma in Iraq uno stringer, per giunta cristiano, è un morto che cammina”. A scriverlo è Anderious G.Oraha, nel libro scritto insieme al giornalista Martino Fausto Rizzotti, Una storia irachena. Vita di uno stringer cristiano in medio oriente (Editore xy.it, 18 euro). Un libro di 176 pagine che si divorano in fretta, si consumano, come consumate sono le suole di Anderious, che racconta in questo libro se stesso ma soprattutto l’epopea di un’intero popolo, quello dei cristiani iracheni, che si snoda lungo tutto l’ultimo secolo attraverso guerre, persecuzioni e momenti di rarefatta gioia.

L’ABRAMO D’IRAQ. È così che si torna indietro nel tempo, fino al 1918, quando, ricorda Anderious, “mio bisnonno Khausho (Domenico) riuscì a salvarsi rifugiandosi in una zona deserta. Khausho scappò dai monti Hakkadi e si addentrò nella valle di Rekan, ai confini tra gli attuali Iraq, Iran e Turchia”. È in Iraq che cresce il nonno di Anderious, “Auro, che significa Abramo, che nel 1928 sposò una donna di nome Sara”. Nel 1935 la famiglia di Auro è di nuovo costretta a spostarsi. Per la seconda volta, il racconto sulla famiglia di Anderious si intreccia con quello delle persecuzioni ai cristiani, che costringe la famiglia Oraha a migrare di nuovo, stavolta verso la piana di Mosul, fino a Bibosi, un minuscolo villaggio abitato da una ventina di famiglie cattoliche. Le quali, quando videro arrivare la nuova famiglia, non sembrarono subito entusiaste: “L’arrivo di mio nonno Auro fece sensazione. Chi era quel toro di poche parole, dai giudizi inappellabili, che guai a mettergli i piedi in testa, che ‘sgridava anche le mosche’? Con quella moglie così mite e minuta che, dicevano, non schiacciava una formica? Nei villaggi vicini vivevano gli yazidi, detti “adoratori del diavolo”, e i curdi; in caso di aggressione un tipaccio così faceva comodo. Gli diedero lavoro come bracciante agricolo. Si costruì una casa, dai muri d’argilla impastata con paglia e steli di grano”.

LA RELIGIONE È IL FULCRO. L’Abramo di Iraq Auro vide crescere la sua famiglia: “Non voleva figlie, mio nonno, ma ne nacquero ben tre, facendolo letteralmente infuriare ogni volta. La sua felicità fu la nascita di mio papà Gheorghis, che crescendo si rivelò il suo esatto contrario. Somigliava tutto a sua madre, mia nonna Sara”. Quando Gheorghis crebbe, si innamorò di Rafka: e così nel 1955 è nato Anderious, quarto figlio (su otto) della coppia. Gheorghis era assiro, un cristiano cioè che viveva una profonda differenza rispetto al culto cattolico, ma nel tempo si convertì proprio al cattolicesimo. La religione era il fulcro nella vita della famiglia e del piccolo villaggio.

IL PRIMO DOLCETTO. Anderious ripercorre i decenni della sua infanzia e gioventù, e dietro di lui tra le pagine si scorre la storia del suo paese. Aveva appena tre anni quando nel 1958 caduta la monarchia scoppiarono le prime persecuzioni dei curdi che abitavano a sud di Mosul, ma anche dei cristiani (“L’esercito e l’aviazione non facevano distinzioni”). Poi il ricordo si sposta agli anni ’60, quando il papà di Anderious è costretto a trasferirsi nella capitale Baghdad per lavorare, e lui è un bambino così povero da non potersi permettere nemmeno le matite per la scuola (vedendo che era bravo, gliele regalava il maestro elementare). La carne poi si mangiava solo due volte all’anno: a Natale e a Pasqua. Persino per la prima comunione, un momento molto atteso nella vita del villaggio, dove anche l’arrivo del semplice prete per la Messa domenicale era un’autentica festa collettiva, Anderious non si è potuto permettere il “lusso” di un piccolo rinfresco: “Mi feci coraggio e andai da Aziz, un mio vicino di casa, che aveva fatto la comunione con me. I suoi genitori mi accolsero con affetto e mi invitarono al loro piccolo rinfresco: quella fu la prima volta che mangiai un dolcetto, e ancora ne sento in bocca il sapore, la sfoglia fragrante, le mandorle e i pistacchi croccanti dell’Um Ali, il dolce tipico iracheno”. Intanto in Iraq i colpi di stato si susseguivano nel giro di pochi anni. Ognuno di essi non portava novità significative nella vita del piccolo villaggio, né in quella della famiglia Oraha, fino all’arrivo dei baathisti, alla fine del ’68, che è coinciso con il trasferimento di tutta la famiglia nella grande capitale.

Schermata 2014-12-23 a 17.04.02PERSECUZIONI. “Noi cristiani non abbiamo futuro in Iraq”: quando era molto piccolo Anderious ha sentito pronunciare queste parole ad uno degli anziani del suo villaggio. Per il resto della vita, cercherà con ogni forza di smentirle, di rimanere nel paese che lui sente come la propria nazione d’origine. E tuttavia, da giovane e poi da uomo, sarà continuamente costretto a ricordarlo. Durante la sanguinosa guerra tra Iraq e Iran (1980-88) ad esempio, durante la quale Anderious è chiamato al fronte con tutti i suoi fratelli, uno di questi ultimi viene catturato dai soldati di Teheran. Così Anderious ha imparato sulla propria pelle che nello scontro tra i due fronti dell’islam, sciiti e sunniti, erano i cristiani a pagare comunque le peggiori conseguenze, visto che venivano considerati inferiori tanto dagli iracheni che dagli iraniani, dunque torturati di più e condannati a vessazioni peggiori. Dopo aver lavorato come interprete per alcune aziende italiane, e poi aver passato dieci anni al fronte, Anderious ha iniziato la sua “terza vita”, quella da tassista, nella Baghdad distrutta dai postumi della guerra del Golfo, dove è testimone oculare di un paese distrutto dal peso delle sanzioni delle Nazioni Unite.

VITA DA STRINGER. Poi nel 2003 è arrivata una nuova guerra. E con essa, casualmente, la quarta vita del cristiano iracheno Anderious. “A febbraio ricevetti una sorprendente telefonata: «Mi chiamo Renato Caprile, sono un giornalista di Repubblica, se vuoi lavorare con me domani arrivo a Baghdad». Renato aveva saputo di me da un iracheno fuggito in Giordania”. Anderious è divenuto uno stringer, cioè una sorta di Virgilio disposto a condurre in giro per l’inferno locale gli inviati da tutto il mondo (a lui toccarono gli italiani), aiutandoli a realizzare interviste, contattare persone del luogo, raccogliere testimonianze sull’operazione Iraqi Freedom, poi sul pantano della “ricostruzione democratica”. Fino al 29 maggio 2007, quando sotto la serranda del suo negozio di computer Anderious ha trovato un biglietto del Consiglio dei Mujahidin in Iraq, che lo minacciava: “O miscredente, noi, consiglio dei Mujahidin in Iraq, abbiamo deciso di scacciarti definitivamente dallo stato islamico iracheno. Perciò devi abbandonare la tua casa e la tua zona entro 24 ore”.

DOPPIAMENTE COLPEVOLE. Anderious annota: “Agli occhi di questi sanguinari signori ero doppiamente colpevole: oltre ad essere cristiano, lavoravo come stringer. Non gli importava che io fossi nato in Iraq, che avessi servito la mia patria come soldato per quattordici anni, di cui otto al fronte; per loro ero uno delle poche migliaia di salibiun – di crociati, come i fondamentalisti islamici chiamano i cristiani – rimasti a Baghdad e lavoravo per l’informazione, due ‘colpe’ meritevoli di morte”. Così è cominciata la quinta vita di Anderious, quella di un uomo in fuga dal suo stesso paese, come tanti connazionali: «L’Iraq è per me un paradiso, ma essere un cristiano in Iraq significa purtroppo una sofferenza, perché dobbiamo pagare il prezzo della nostra appartenenza al cristianesimo. Abbiamo pagato, paghiamo adesso e anche nel futuro pagheremo».

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