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Anche Al Qaeda è in crisi. Parola di terrorista

gennaio 9, 2012 Leone Grotti

In un’intervista a Newsweek, il terrorista afgano Hafiz Hanif racconta che «la morte dello Sceicco Bin Laden e gli attacchi dei droni hanno dissanguato i nostri vertici», ci sarebbero al massimo una sessantina di uomini rimasti. Ma per il capo dell’intelligence della Polizia di New York l’organizzazione centrale è debole ma restano forti i gruppi locali

«Al Qaeda un tempo contava su un gran numero di jihadisti, ora invece non c’è più nessun combattente in attività, né si progettano operazioni. I pochi rimasti pensano solo a sopravvivere». Parola di terrorista, parola di Hafiz Hanif, 17enne afgano che ha raccontato la sua storia al settimanale Newsweek e che paventa la fine della grande organizzazione terroristica che ha realizzato l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001.

Afgano rifugiato in Pakistan, andato via da casa nel 2009, a 15 anni, per unirsi ai qaedisti in Afghanistan e combattere gli Usa, è stato convinto dai genitori a tornare a casa nel 2010 e quando l’anno dopo ha deciso di tornare a sparare nella sua vecchia cellula, ha scoperto che dei suoi 15 componenti ne erano rimasti solo quattro. “Negli ultimi due anni – si legge nell’articolo di Newsweek tradotto dalla Repubblica – l’organizzazione è stata falcidiata dagli attacchi dei velivoli radiocomandati americani [droni, ndr] e ha visto tra le sue fila un vero e proprio esodo di jihadisti in fuga, demoralizzati, dalle aree tribali pakistane. Secondo Hanif su entrambi i lati del confine ormai i combattenti di Al Qaeda sarebbero al massimo una quarantina o una sessantina”.

Hanif afferma che «il capitolo glorioso di Al Qaeda è giunto alla conclusione. Il martirio del nostro grande Sceicco [Osama Bin Laden, ucciso il 2 maggio 2011] ha segnato la fine dell’organizzazione. Finché lo Sceicco era vivo i nostri capi erano forti e determinati a combattere. La sua morte e gli attacchi dei droni hanno dissanguato i nostri vertici. Oggi i capi non fanno altro che spostarsi da un luogo all’altro per motivi di sicurezza». E come se non bastasse, i soldi che arrivavano dal Golfo Persico, ora sono destinato alle rivolte della “Primavera araba”. La visione del terrorista è condivisa anche da Fawaz Gerges, docente di Relazioni internazionali alla London school of economics. Secondo l’autore de “La nascita e la caduta di Al Qaeda”, «nel periodo di massimo splendore, alla fine degli anni ’90, Al Qaeda contava tra i mille e i 3 mila adepti. Secondo uomini dell’intelligence di diversi paesi occidentali, oggi conta meno di 200 membri, situati soprattutto in Pakistan e Afghanistan».

Se dopo l’uccisione in pochi mesi di Bin Laden e Attiyah Abd al Rahman (ex “numero 3″), molti analisti sono d’accordo nel credere l’organizzazione terroristica decisamente indebolita, altri ritengono ancora forti e operativi gruppi locali, legati ad Al Qaeda, come Al Shabaab in Somalia, Boko Haram in Nigeria, i Taliban e Aqmi in Nord Africa. Per Mitchell Silber, direttore dell’intelligence del Distretto di polizia di New York, «nel 2012 Al Qaeda sarà ancora una minaccia, ma quella minaccia verrà da un soggetto disaggregato, fatto di reti orizzontali composte da affiliati e alleati di Al Qaeda. Mentre il potere centrale continua a indebolirsi, altri network cresceranno e diventeranno in grado di complottare contro l’Occidente».

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