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«Amina, sei davvero tu? Allora sei viva»

maggio 20, 2016 Leone Grotti

La prima ragazza di Chibok liberata da Boko Haram rivede sua madre. Rapita a 17 anni, è tornata a 19 con una figlia tra le braccia, un altro nel ventre e un marito jihadista

«Amina, sei davvero tu? Ma allora sei viva!». Dopo aver gridato queste parole, con la voce rotta dal pianto, la mamma di Amina è corsa ad abbracciarla (insieme nella foto in alto). Erano due anni che non vedeva sua figlia. Ma l’incontro è stato anche doloroso: la madre si ricordava una studentessa di 17 anni e ha visto tornare una donna di 19, con una figlia tra le braccia e un altro nel ventre.

RAGAZZE DI CHIBOK. Amina è una delle 276 studentesse rapite dal villaggio di Chibok, in Nigeria, nell’aprile del 2014 dai terroristi di Boko Haram. Alcune sono riuscite a scappare subito, altre 219 sono rimaste nelle mani dei jihadisti. Amina è la prima ad essere stata ritrovata dopo due anni, martedì, da un gruppo di vigilanti. L’esercito nigeriano ha anche annunciato di aver salvato una seconda ragazza giovedì, di nome Serah Luka.

IL RITROVAMENTO. Amina è stata ritrovata in una casa nel villaggio di Bale, al limitare della foresta Sambisa, roccaforte dei miliziani nello Stato di Borno, dopo uno scontro a fuoco tra alcuni combattenti di Boko Haram e un gruppo di giovani, i vigilanti, che con pochi mezzi si sono messi insieme per difendersi dai jihadisti. È stato un terrorista preso vivo, e minacciato di morte, a rivelare dove si trovava la ragazza per non essere ucciso. Amina stava allattando il figlia di quattro mesi quando i vigilanti sono entrati nella casa e all’inizio, per proteggersi e assicurarsi di essere tratta in salvo, ha dato un nome falso: Falmata Mbalala.

RITORNO A CASA. La ragazza è stata condotta a casa, nel villaggio natale di Mbalala, vicino a Chibok, dove i residenti l’hanno subito riconosciuta e portata dalla sua famiglia. Il padre, come sei altri suoi parenti, riporta AllAfrica, sono morti di crepacuore in questi due anni. La madre ha esultato, anche se vedere sua figlia cristiana sposata a un membro di Boko Haram e con l’hijab in testa l’ha fatta soffrire, rivelano i testimoni dell’incontro.

SPOSATA A FORZA. Un medico l’ha subito visitata: sia il neonato che la mamma, pur camminando con una stampella, stanno bene. Amina, secondo il dottore, è di nuovo incinta e questo potrà crearle molti problemi perché in Nigeria le donne sposate a forza ai jihadisti, insieme ai figli nati dal rapporto, vengono trattate con diffidenza e disprezzo. Anche Amina è stata costretta a sposare un membro di Boko Haram, che lei chiama «marito» e che ha rivelato essere poco lontano da dove è stata trovata.

IL MARITO. L’uomo si chiama Mohammed Hayado ed è stato costretto a diventare un jihadista, ha dichiarato Awomi Nkeki, segretario del governo locale di Chibok. Che ha aggiunto: «Penso che ormai Amina si sia abituata a quel giovane uomo e non vuole che sia ucciso, forse perché è il padre dei suoi figli». Hayado è stato trovato e consegnato subito alle autorità nigeriane per l’interrogatorio.

MORTE IN SEI. Amina, che ieri ha incontrato il presidente della Nigeria Mohammadu Buhari nella capitale Abuja (foto sopra), ha riportato speranza in tutto il villaggio di Chibok, dove tanti genitori aspettano di rivedere le loro figlie. Anche se non tutti le incontreranno di nuovo, dal momento che Amina ha rivelato che almeno sei sono morte in cattività. «Ora abbiamo una nuova speranza», ha detto Adamu Musa, le cui tre nipoti sono state portate via dai Boko haram. «Siamo felici che almeno una sia stata trovata. Significa che molte torneranno con l’aiuto di Dio».

RINGRAZIAMENTI IN CHIESA. Quasi tutte le ragazze rapite erano di fede cristiana e, secondo un video diffuso dai jihadisti, sarebbero state convertite all’islam e costrette a imparare a memoria il Corano. Ma non appena la ragazza è tornata a casa si è tolta l’hijab e tutto il villaggio, per festeggiare il suo ritorno, ha riempito la chiesa: «Siamo andati a pregare e a rendere grazie a Dio», ha raccontato Ishaya Musa, che aspetta il ritorno di una figlia. «Spero che anche mia figlia venga ritrovata. Amo tutte le ragazze ma prego che la mia non sia tra le sei che sono morte».

Foto Ansa/Ap


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1 Commenti

  1. Menelik scrive:

    Purtroppo, ma anche come volevasi dimostrare, il villaggio è stato liberato da dei vigilantes, armati e dal grilletto facile.
    Lei è stata trovata dopo che il prigioniero ha vuotato il sacco solo perché era stato minacciato di morte.
    Così va il mondo.
    Le armi stabiliscono che può vivere libero e chi sottomesso.
    Vorrei fosse diverso, ma devo riconoscere che purtroppo è così.
    Il garante della libertà non è tanto legge e costituzione, quanto il potere deterrente di un esercito ben organizzato ed equipaggiato.

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