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«Amicizie e preghiera. Così don Karol Wojtyla è diventato san Giovanni Paolo II»

aprile 28, 2014 Matteo Rigamonti

Intervista al vaticanista Redzioch, che ha scritto un libro sul papa polacco a partire dai racconti dei ragazzi de “Srodowisko”, l'”Ambiente”: «Non avremmo un Papa santo se non ci fosse stato prima un santo sacerdote»


«Non avremmo oggi un Papa santo se non ci fosse stato prima un santo sacerdote». Così il vaticanista polacco Wlodzimierz Redzioch descrive sinteticamente a tempi.it la figura e la persona di Karol Wojtyla, che domenica a Roma è stato proclamato santo insieme a Giovanni XXIII da papa Francesco. Redzioch ha lavorato dal 1981 al 2012 per l’Osservatore Romano e tuttora collabora con Niedziela, il settimanale cattolico più diffuso in Polonia.
Il libro di Redzioch Accanto a Giovanni Paolo II. Gli amici e i collaboratori raccontano non sarebbe mai venuto alla luce senza i molti dialoghi che Redzioch ha avuto con gli amici più intimi di Wojtyla, ragazzi allora poco più che ventenni che insieme a lui diedero vita a “Srodowisko”, l’“Ambiente”, una trama di amicizie che diede un contributo decisivo alla formazione del futuro papa.

Redzioch, cos’era “Srodowisko”?
Subito dopo essere stato ordinato sacerdote nel 1946 e dopo aver trascorso un breve periodo di studi a Roma, Wojtyla ha fatto ritorno a Cracovia nella parrocchia di San Floriano ed è stato incaricato dall’arcivescovo di seguire, tra le altre cose, la pastorale degli studenti universitari. Intorno a lui si è così formato un gruppo di giovani amici, alcuni dei quali poi si sarebbero anche sposati, coi quali Wojtyla è rimasto in contatto per tutta la vita. Questo gruppo di persone si chiamava “Srodowisko”.

E che cosa facevano?
Niente di strano: si trovavano, dialogavano, andavano anche in gita e in vacanza insieme. Lui, se c’era bisogno, li consigliava, li assisteva nel cammino della vita e al tempo stesso da loro imparava la realtà della famiglia, della vita coniugale. Era una vita in comune, una pastorale e insieme una catechesi continua. In uno scambio reciproco di doni tra pastore e laici. Che in molti destava sorpresa.

C’erano regole particolari da seguire?
No, si trattava semplicemente di incontri informali, anche perché allora sotto il comunismo non si poteva fare una pastorale “istituzionalizzata”, era pericoloso. Chi faceva catechismo correva il rischio di essere perseguitato o comunque di avere problemi. Wojtyla, invece, era sempre a disposizione e la sua casa era aperta 24 ore su 24. E chi entrava nel suo cuore non ne usciva più, perché lui era fedelissimo a queste amicizie e all’esperienza dell’“Ambiente”. In molti in questi anni l’hanno potuto testimoniare di persona.

Come ha vissuto Wojtyla la sua vocazione al sacerdozio?
Wojtyla parla della sua ordinazione come di un punto di svolta che gli ha cambiato radicalmente la vita: era consapevole che diventare sacerdote significava sottomettersi alla volontà di Dio, essere disponibile all’azione dello Spirito Santo. Per lui essere sacerdote voleva dire essere un sacerdote santo, altrimenti non avrebbe avuto senso. È incredibile pensare che un giovane sacerdote come lui, così coinvolto con la vita, già si ponesse come scopo la santità.

Era questo lo spirito con cui partecipava all’“Ambiente”?
Certamente, perché come ebbe a scrivere più tardi in Dono e Mistero, «nella mia ormai lunga esperienza, tra tante situazioni diverse, mi sono confermato nella convinzione che soltanto dal terreno della santità sacerdotale può crescere una pastorale efficace, una vera cura animarum. Il segreto più vero degli autentici successi pastorali non sta nei mezzi materiali. I frutti duraturi degli sforzi pastorali nascono dalla santità del sacerdote».

Dove trovava le forze per un impegno così profondo?
Nella preghiera, che è sempre stata l’altra faccia della sua azione pastorale. La vita sacerdotale di Wojtyla, infatti, è sempre stata incentrata sull’Eucaristia e la preghiera costante, in qualsiasi situazione si trovasse. In pochi sanno che anche da papa lui pregava regolarmente, quotidianamente, il breviario, il rosario e si prendeva del tempo per meditare. Ogni giovedì poi faceva l’ora santa di adorazione e tutti i venerdì la via crucis. Anche durante i viaggi non cambiava abitudini e chi li organizzava doveva tenerne conto, ritagliandogli degli spazi per tutto questo.

Per che cosa pregava?
Parlando con persone che hanno avuto modo di stargli vicino ho scoperto che a volte entravano nella sua cappella e lo trovavano inginocchiato davanti al Santissimo con lettere e intenzioni di preghiera che gli erano state consegnate. Invece, nella sua stanza, aveva un atlante che ogni tanto sfogliava per pregare per una chiesa o una diocesi in particolare, prima o dopo un viaggio, quando in quel paese c’erano particolari difficoltà o problemi.

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