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America, la terra di tutti e di nessuno

luglio 4, 2017 Federico Leoni

Perché gli Stati Uniti non hanno mai avuto paura dell’immigrazione. E perché questo non c’entra nulla con il nostro dibattito sul diritto alla cittadinanza

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Michael Walzer è lapidario: «Non esiste nessuna nazione chiamata America». È anche lapalissiano, però. Effettivamente “americano” è un aggettivo che possono reclamare a buon diritto anche un canadese o un guatemalteco. Il termine “statunitense” non ha un corrispettivo in lingua inglese, dato che gli americani si riferiscono a se stessi definendosi, per l’appunto, “americans”, o al massimo “US citizens”. Cosa fa di un americano un americano, allora? In generale il concetto di nazione è legato a una comunità che condivide lingua, tradizioni ed etnia, ma gli Stati Uniti sono nati da un esperimento politico e culturale che prescinde da elementi simili e si basa piuttosto sulla condivisione dei valori elencati nella Dichiarazione d’indipendenza: la libertà, l’uguaglianza, la ricerca della felicità (non la felicità tout court, come oggi spesso si ritiene con conseguenti, tragiche storture). Un suddito di Luigi XIV non è meno francese di un elettore di Macron, così come un giovane balilla era italiano tanto quanto lo è oggi un sostenitore di Renzi o di Salvini: in generale una nazione prescinde dal suo orientamento costituzionale, gli Stati Uniti, invece, “sono” la loro forma di governo, o più precisamente il sistema di valori che quella forma di governo ha il compito di tutelare. «We the people», inizia la Costituzione statunitense: «Noi, il popolo». Ma il popolo americano “è” la sua Costituzione, in una unione inscindibile e mistica.

«L’America – scriveva Chesterton nel 1922 – è l’unica nazione al mondo fondata su un credo. Questo credo è esposto con lucidità dogmatica e perfino teologica nella Dichiarazione di indipendenza». L’americanismo è la quarta grande religione d’Occidente. Lo dice David Gelernter, professore a Yale: «America è uno dei più bei concetti religiosi che il genere umano abbia conosciuto. È umano in modo sublime, costruito su una forte fiducia nella possibilità per l’uomo di rendere migliore la vita». Un sistema religioso che deriva chiaramente dalla Bibbia, ma che ha poco a che fare con la trascendenza, ed è anzi eminentemente laico. Gelernter lo spiega con una metafora: «Potete cantare una melodia da un oratorio di Bach senza convertirvi al cristianesimo». L’americanismo ricopre il ruolo che negli altri paesi spetta alla comune appartenenza etnica, al sangue: gli Stati Uniti «hanno una religione perché devono averla. Senza di essa sono una banda di profughi o poco più».

Una banda di profughi, esatto. L’America nasce da zero con l’esigenza di trovare in maniera autonoma il fondamento del proprio diritto di esistere: appellarsi alle tradizioni dinastiche ed etniche del vecchio mondo, ovviamente, era escluso. Pensateci: un gruppo di perseguitati per motivi religiosi sbarca sulle coste di un continente vasto e remoto, porta con sé le tradizioni del posto da cui proviene ma fonda il proprio essere popolo su un’idea di contrapposizione rispetto al mondo che si è lasciato alle spalle; con il passare dei decenni si uniscono ad esso altri gruppi etnici, ognuno con il suo retaggio. Non c’è omogeneità geografica, non c’è identità etnica, non c’è un patrimonio culturale comune. C’è un progetto condiviso, però, e la convinzione di essere stati investiti di una missione.

Unico nemico, la cultura egemone
È un esperimento azzardato e irripetibile, ma anche entusiasmante. Nel 1776, appena due anni dopo essere arrivato nel Nordamerica dall’Inghilterra, Thomas Paine scrisse un infuocato pamphlet in cui assegnava al nuovo Stato l’ambizioso compito di «far ricominciare il mondo di nuovo». John Adams considerava la colonizzazione dell’America «l’inizio di un grande progetto della provvidenza», mentre Lincoln definì gli Stati Uniti «l’ultima, migliore speranza della Terra».

Come tutte le religioni, anche l’americanismo ha i suoi dogmi, ma si tratta di precetti inclusivi più che esclusivi, basati fondamentalmente sulla libertà e sull’accettazione delle differenze. Sul Gran Sigillo degli Stati Uniti si legge il motto “E pluribus unum”, ma non bisogna intenderlo come uno sforzo di coesione in cui le diversità vengono sacrificate sull’altare dell’unione (o dell’Unione). Non si tratta di una fusione, ma di uno stare insieme: è l’accettazione della molteplicità come ricchezza. Nel libro Che cosa significa essere americani Michael Walzer scrive che «si prova il proprio americanismo vivendo in pace con tutti gli altri americani, cioè accettando di rispettare la molteplicità sociale». Il pluralismo è il dogma principale della religione americana, perché è il presupposto necessario per l’esercizio della libertà, e l’assenza di una cultura egemonica è la migliore garanzia del rispetto del pluralismo. Alla metà dell’Ottocento il così detto partito degli ignoranti avviò una vibrante protesta anticattolica e anti-irlandese, ma le critiche non si basavano tanto su ragioni confessionali, quanto sulla presunta connessione fra cattolicesimo e tirannia: il bene da tutelare non era il moralismo protestante, ma la democrazia. Il pluralismo, appunto, grazie al quale il singolo porta il suo contributo alla formazione di una società unita e sfaccettata. Emerson, forse il filosofo più importante nella storia del pensiero americano, la mette così: «Devi prendere la società intera per trovare l’uomo intero».

Non ha senso ipotizzare che l’immigrazione possa costituire una minaccia alla cultura americana semplicemente perché in America non c’è una cultura egemone. L’unico valore a poter essere minacciato è proprio la mancanza di questa egemonia, ed è proprio la molteplicità nell’uno che agli occhi dell’intolleranza jihadista fa dell’America un grande Satana. Si diventa cittadini americani nel momento in cui si accetta il credo americano, non consapevolmente ma anche solo per risonanza, «come il diapason quando la stessa tonalità risuona nelle vicinanze», dice Gelernter.

La democrazia un valore universale
A casa dello scrittore Philip Roth i genitori, figli di immigrati ebrei di fine Ottocento, custodivano una replica incorniciata della Dichiarazione d’indipendenza. È l’equivalente delle bandiere a stelle e strisce che durante i nostri viaggi negli States vediamo sventolare all’ingresso delle case e delle ville. Orgoglio nazionale, certo, ma suscitato da valori che oltrepassano i confini del paese. L’universalismo è l’altro dogma della religione laica americana: i princìpi sanciti dalla Dichiarazione d’indipendenza sono comuni a tutti gli uomini. “Esportare la democrazia” è la traduzione europea di un concetto che in America suona diverso: «Gli americani usano l’espressione “promote democracy”», scrive Francesco Antinucci in Cosa pensano gli americani. «Promuovere dà l’idea di un processo fondamentalmente endogeno, che viene favorito e supportato, mentre esportare rimanda a qualcosa di radicalmente esogeno». La democrazia si promuove, perché è già presente in potenza fra le popolazioni che ancora non ne godono. Possiamo aderire ai valori statunitensi ed essere “americani” pur vivendo lontani dall’America, cittadini prima ancora di emigrare negli States, almeno in linea teorica.

Ciò che non possiamo fare è azzardare parallelismi tra la situazione statunitense, unica e irripetibile, e il dibattito sul diritto alla cittadinanza in Europa e in Italia, dove le tradizioni dei nuovi arrivati possono porre dei problemi di compatibilità con la cultura nazionale. Possiamo però consolarci visitando la National Cathedral di Washington, la chiesa dove sono stati celebrati i funerali di Wilson, Eisenhower e Reagan, dove Martin Luther King ha pronunciato il suo ultimo sermone e dove gli Stati Uniti hanno pianto le vittime dell’undici settembre. Anche l’Americanismo ha i suoi luoghi di culto.

Foto Ansa

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