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Ambrogino di ghiaccio per Renzi

marzo 12, 2017 Giuseppe Alberto Falci

Milano ha segnato la fortuna di Craxi e Berlusconi. E ha anticipato il loro declino. L’abbraccio si è fatto freddino anche per il nuovo (ex) beneamino Matteo

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Milano capitale morale. Milano, città europea. Dunque, Milano capitale del renzismo. Per un attimo lo storytelling di Palazzo Chigi è passato attraverso questo sillogismo. Matteo Renzi e i suoi si sono innamorati immediatamente del capoluogo lombardo, ovvero della città che nell’immaginario dell’innercircle dell’ex sindaco di Firenze avrebbe dovuto costituire un modello da esportare in tutto lo Stivale, un vanto da sbandierare con le cancellerie di mezza Europa. Milano è stata la città dell’Expo. «La città leader – osava ripetere Renzi – che prende l’Italia per mano e la trascina in vetta all’Europa». E ancora: «Milano è la capitale dei valori».

È stata così la città che alle ultime amministrative – quelle delle vittoria di Virginia Raggi nella Capitale e di Chiara Appendino a Torino – ha salvato la faccia a Matteo Renzi. Giuseppe Sala è stato l’uomo che più ha coniugato il post-ideologismo con la rottamazione di rito renziano. Un elemento di novità, appunto il commissario di Expo, che ha reso possibile il prosieguo di una narrazione che ha iniziato a scricchiolare nel giugno dello scorso anno. Raccontano nei palazzi della politica, dove il più delle volte il chiacchiericcio si trasforma in un fatto reale, che se il Pd avesse perso a Milano, l’ex premier si sarebbe dimesso dopo un secondo.

In quella notte il match sotto la Madonnina si conclude al fotofinish e Renzi, asserragliato al Nazareno, tira un sospiro di sollievo guardando negli occhi gli amici del giglio magico Luca Lotti e Maria Elena Boschi: «Questa volta ci siamo salvati». D’altro canto, spiega Pippo Civati a Tempi, «Milano è sempre stata una città attratta dalla novità e dal pragmatismo di governo. E il binomio Sala-Renzi ha combinato queste due caratteristiche al meglio. Oggi lo scenario è mutato perché Renzi non è più al governo. Così tutti si ricollocano su una posizione di governo che Renzi non garantisce». Basti pensare alla lettera che lo stesso Sala ha inviato il 15 gennaio al Corriere della Sera: «Caro direttore, per governare serve stabilità, per programmare il futuro servono serenità e tempo adeguato. […] Ora c’è il governo Gentiloni e c’è ancora un anno di legislatura». In quei giorni il senso della lettera aveva un unico obiettivo: prendere le distanze da chi, come Matteo Renzi, invocava il ritorno alle urne nel più breve tempo possibile in barba alle riforme strutturali utili al paese e alla sua stabilità.

«Oggi farei fatica a votare Pd»
Era successo lo stesso con Bettino Craxi, il socialista che mutò antropologicamente il Psi al punto da far divenire Milano “da bere”, un modo per indicare una città gioiosa, ottimista, desiderosa di uscire dalle nebbie, le luci gialle, i cortei e le violenze dei cupi anni Settanta. A Milano ricordano una battuta che testimonia quel cambiamento. Viene attribuita a Matteo Carriera, un ex autista del sindaco Carlo Tognoli: «Ora non mangio più alla mensa ma al ristorante».

Lo scenario si ripropose con Berlusconi, l’imprenditore che fece infatuare la città a colpi di “mi consenta” e “ghe pensi mi”, e che nel bene o nel male regnò fino al novembre del 2011, «mese del commissariamento da parte delle cancellerie di Europa», come osano ripetere al quartier generale di Berlusconi. La circostanza volle anche in quel caso che Milano e i suoi cittadini saggiassero con anticipo la fine del sogno berlusconiano. La capitale morale d’Italia non poté accettare gli scandali delle “olgettine” e la crisi del centrodestra. E si buttò a capofitto sulla sinistra laica di Giuliano Pisapia.

Ma veniamo ai giorni nostri, alle difficoltà di Matteo Renzi, e, soprattutto, alla presa di distanza di Milano dal renzismo. Piccoli segnali registrano uno sfarinamento in corso. La città in cui i Sì al referendum costituzionale hanno prevalso sui No per 51 per cento a 49 osserva a distanza di sicurezza le mosse del segretario Pd. Una settimana fa, alla funzione funebre per Franca Sozzani, Matteo Renzi si è trovato al fianco il sindaco Beppe Sala. I due si guardano e si scambiano un saluto che dai presenti sarà definito «freddissimo». L’intellighenzia della città si allontana dalla narrazione.

All’interno del salotto “buono” c’è il fuggi fuggi. Confidano a Tempi che chi, come Giulia Maria Crespi, ha sostenuto a più riprese il giovanotto di Firenze, considerandolo per un attimo «l’uomo che avrebbe salvato il paese», oggi invece non si riserva di definirlo in privato «un prepotente». Gad Lerner, giornalista e intellettuale di riferimento della sinistra meneghina, si scaglia contro il segretario dem: «Non può più tenere in ostaggio il partito. Dopo tre anni di sua leadership farei fatica a votare di nuovo il Pd».

Occhi dolci per Gentiloni e Orlando
Così prende forma nella città che Renzi ha definito «il traino per l’Europa» la candidatura di Andrea Orlando. Il guardasigilli che è stato «diversamente renziano» sfiderà il segretario alle primarie del 30 aprile prossimo: «Matteo cerca rivincite e sbaglia». Al fianco di Orlando ci potrebbe essere l’ex sindaco Giuliano Pisapia, che giusto qualche giorno fa al Corriere della Sera si è espresso in questi termini: «Vedo positivamente che Cuperlo con Sinistradem ha deciso di appoggiare la candidatura di Orlando». Pierfrancesco Majorino, assessore di Sala, è già sceso in campo a favore di Orlando. Al netto di Anna Scavuzzo, vicesindaco e fedelissima del segretario Pd, il resto della giunta di Sala resta a guardare in attesa di capire come si definirà il quadro politico.

Di certo c’è, spiegano a Tempi, che «tutti stanno con Sala e piano piano stanno prendendo le distanze da Renzi». Anche Francesca Balzani, candidata di Pisapia alle primarie di Milano, sta con Orlando. Insomma, è tutto in movimento sotto la Madonnina. Non a caso Lia Quartapelle, parlamentare Pd milanese e renziana, è molto silente in questi giorni e cerca il più possibile di non esporsi sulle dinamiche congressuali. Seconde e terze file del Pd preferiscono il garbo di Orlando e Paolo Gentiloni ai tweet dell’ex premier. E fanno mormorare a chi partecipa ai salotti della città: «La borghesia aveva molto puntato su Renzi. Lo hanno mollato velocemente. Per loro il segretario è già il passato. Spesso a cena si domandano: che fine ha fatto il “patto per Milano”?».

Foto Ansa

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