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Così reagisce l’Emilia rurale a mezzo miliardo di danni

giugno 1, 2012 Chiara Sirianni

Dal Parmigiano Reggiano all’aceto balsamico di Modena, il distretto agro-alimentare emiliano ha subito un duro colpo. «Ma stiamo già ricostruendo, come tutti. Qui c’è gente che non si arrende».

Dai caseifici agli stabilimenti di lavorazione della frutta, dalla cantine alle acetaie di invecchiamento dell’aceto balsamico, fino ai magazzini di stagionatura dei formaggi Grana e Parmigiano. Case rurali, stalle, fienili e macchinari distrutti e animali morti per un totale di 500 milioni di danni. È il tragico bilancio economico del terremoto tra le province di Modena, Ferrara, Piacenza, Mantova e Bologna ma anche tra Rovigo e Reggio Emilia. È Coldiretti ad aver stilato i danni del distretto agroalimentare italiano dove si produce oltre il 10% del Pil agricolo e dal quale partono verso l’Italia ed il resto del mondo le più prestigiose produzioni nazionali.

Le cantine dove si imbottiglia il Lambrusco e i macelli dai quali si ottiene la materia prima per il prosciutto di Parma hanno fermato le attività. Solo per l’aceto balsamico si stimano danni per 15 milioni di euro, mentre sono circa un milione le forme di Parmigiano Reggiano e Grana Padano rovinate a terra dopo le ultime scosse, che hanno provocato ulteriori crolli delle “scalere”, le grandi scaffalature di stagionatura. «È il caso della latteria sociale di Porto Mantovano e del caseificio e magazzino di Pietro Rossi di Correggio in provincia di Reggio Emilia» dichiara a tempi.it Giuseppe Di Paolo, sezione modenese di Coldiretti. «A Medolla nell’azienda di Mauro Galavotti sono crollati i magazzini di fieno con impianto fotovoltaico, i centri aziendali sono lesionati e c’è bisogno di container per le persone e gli animali nella stalla, dove ci sono le mucche che producono latte per il Parmigiano Reggiano. A Mirandola sono crollati i centri aziendali. Nell’allevamento di Alessandro Truzzi Novi di Modena sono andati giù capannoni di una corte di 550 anni, crollati fienile e magazzini. Sotto le macerie ci sono i mangimi e non si sa cosa dare da mangiare agli animali. Per ora i vicini stanno dando una mano portando un po’ di fieno».

Nel mantovano il sisma non ha risparmiato gli agriturismi: allo Zibramonda di Quistello ci sono fratture nel tetto e sui muri e la struttura è fuori uso, alla Corte Guantara di San Giovanni del Dosso ci sono stati danni al fienile e all’impianto fotovoltaico sul tetto, alla Rocchetta di Moglia è crollata la stalla vecchia mentre quella nuova ha avuto seri danni, tanto che i titolari sono stati costretti a spostare i 15 cavalli che di solito vengono usati per l’ippoterapia. Il terremoto ha provocato anche un pericoloso rischio idrogeologico: danni agli impianti idraulici e frane in alcuni alvei, che pregiudicano il regolare deflusso delle acque. La sospensione del servizio irriguo è sospesa per un’area della provincia modenese di 26 mila ettari, che va da Novi di Modena a Carpi, Campogalliano e Soliera, specializzata per le risaie e la frutticoltura.

Nelle stalle, oltre ai danni strutturali, si registra un crollo della produzione di latte superiore al 10-15 per cento per lo stress provocato alle mucche. «Quando c’è stato il terremoto – spiega a tempi.it Alberto Gandolfi, 44 anni, allevatore di Pegognaga, nel Mantovano – le mucche hanno smesso di dare latte per la paura e hanno saltato un turno di mungitura. E anche adesso le vedi che non riposano, stanno sempre in piedi, con le orecchie dritte, all’erta perché loro sentono anche le scosse più piccole che magari noi non avvertiamo». A causa del sisma molte stalle hanno subito danni ed è stato necessario “sfollare” anche gli animali che grazie alla solidarietà degli allevatori sono adesso ospitati in strutture di altre aziende. «Le mucche sono spaventate – conferma Mentore Tirelli, 69 anni, di Bondeno – continuano a non mangiare e non si muovono. Durante il sisma sembravano impazzite e una mi è anche finita a terra con le gambe aperte. Abbiamo dovuto tirarla su con un argano e delle fasce».

Coldiretti ha avviato una vendita straordinaria di Parmigiano Reggiano, il prodotto che ha subito i danni maggiori. «Il problema è recuperare le forme – prosegue Di Paolo – occorre estrarle dalle macerie. Sperando che non ci siano altre scosse. Ci sono edifici in cui le forme a terra sono 40.000. In tutto sono 3 milioni e 300.000, cioè il 20% della produzione totale». Nel frattempo ci si rimbocca le maniche. A molti sfollati sono state regalate delle brandine, perché in molti si ritrovano con una casa inagibile e una stalla piena di animali da gestire. «Non è come in città, non si può andare in una tendopoli, che magari è a 10 km. Bisogna restare vicini al centro aziendale. Poco fa sono andato a trovare Francesco Vincenzi, che ha un’azienda ortofruttifera, in particolare coltiva meloni. Tra poco è tempo di raccolta, quindi ha affittato una roulotte e dorme lì assieme ai suoi dipendenti». A Ferrara c’è il gruppo Veronesi, impegnato direttamente nell’allevamento di razze pregiate di bovini da carne: con i suoi 30.000 capi allevati è uno dei più qualificati operatori del settore. «Gli sono crollati due capannoni. Ma stanno già ricostruendo, come tutti. Qui c’è gente che non si arrende, che non si ferma. Vanno avanti». Altro che indignati.

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