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Altro che don Milani, gene Gnocchi

giugno 9, 1999 Grimoldi Mauro

Dieci formidabili anni di scuola libera, studenti che
premono ai cancelli per iscriversi, i migliori diplomati della zona. Da Carate Brianza, dettagli di metodo (e contenuto) di una impresa educativa, laica e popolare, rischiata e verificata
nella reatà. Una sfida al cuore dello statalismo

Noi potremmo avere le idee più brillanti sulla scuola, potremmo disporre delle legislazioni più avanzate in materia di istruzione, potremmo accarezzare i progetti più ambiziosi; ma tutto ciò non ha il valore di un tentativo rischiato, vissuto e verificato nella realtà.

Due uomini in barca e un’ipotesi chiara L’idea che ha sostenuto fin dall’inizio il nostro tentativo di scuola può essere riassunta in questo modo: non esiste avventura più avvincente e decisiva per l’uomo dell’inoltrarsi nella scoperta e nella conoscenza della realtà, quanto più essa si svela come un organismo ordinato e dotato di senso. Non c’è motore più potente per l’intelligenza e la volontà umana che la certezza di una risposta all’interrogativo più interessante che esista, quello circa il significato delle cose. Se l’uomo, nel corso della sua esistenza, non ha modo di potersi imbattere in un’ipotesi esplicativa di ciò che più gli preme, esso procederà lungo una china di sconforto, confusione, violenza e aridità. Ma se si riaccende in una persona il sentimento di una possibilità, di una risposta, lo si rende attore della vita, protagonista della storia. Quando l’imprenditore Ettore Villa ha ricevuto dal genitore Gianantonio Sanvito l’invito a collaborare, e non platonicamente, alla fondazione di un liceo, ha subito compreso che esso non doveva nascere con l’intento di indottrinare qualcuno o di contenere l’esuberanza giovanile attraverso un dettagliato codice di comportamento; ha invece capito che era necessaria la presenza di adulti che potessero comunicare ai ragazzi il senso di quell’avventura.

Nessun pregiudizio ideologico, ma un serio paragone tra adulti e giovani Non è stato affatto necessario reclutare docenti che avessero le stesse idee; occorrevano invece personalità mature, impegnate seriamente con la vita, formate a un senso dell’esistenza e, nello stesso tempo, disposte a prendere seriamente in considerazione i criteri e i contenuti delle esperienze altrui. A dimostrazione che non è la presenza di un’identità a impedire il libero confronto o la crescita consapevole di adulti e ragazzi, è sorta una scuola dove tutti possono accedere e possono liberamente dare attuazione ai loro convincimenti. Il metodo che caratterizza il nostro lavoro è espressione diretta di quanto detto finora: sollecitare i giovani a prendere in considerazione un’ipotesi, una proposta e farla consapevolmente propria o consapevolmente ripudiarla sottoponendola ad una verifica critica: noi non chiediamo ai nostri ragazzi di essere d’accordo con noi, di adottare i nostri punti di vista; chiediamo loro di paragonarsi seriamente e lealmente con ciò che diciamo e di farne oggetto di una valutazione corretta e serrata. Non vogliamo che pensino come noi, ma che sappiano rendere ragione di quello che sostengono, fino a convincerci della parzialità dei nostri giudizi. Noi crediamo che siano loro i primi protagonisti della scuola: in un certo senso noi abbiamo il compito di servirli, di obbedire alla loro natura, alla loro sete di conoscenza, al loro desiderio di dar compimento alla vita che hanno ricevuto. Per questo non possiamo offrire loro un sapere preconfezionato da assumere; non possiamo piegarli alle definizioni che abbiamo raggiunto, rinunciando a scommettere sulle loro risorse affettive e conoscitive, perchè facciano la loro strada, e noi con loro. Né possiamo lasciarli in balia di loro stessi, giustificare la debolezza delle nostre posizioni dietro la teoria di una generazione spontanea illusoria o, peggio, ingannarli con il fantoccio di una libertà fittizia e vigilata, in cui tutto si può fare purché non esista imprevisto, purché non si esca dai binari predisposti delle regole comuni, del senso comune, che poi, fatalmente, è il senso imposto dal più forte.

La più tradizionale delle scuole:
studio, lezione, interrogazione, voto Il nostro strumento è lo studio, la lezione, l’interrogazione, il voto. Noi non abbiamo voluto una scuola che aiuti i giovani a crescere attraverso le attività ricreative, o le innumerevoli educazioni al traffico, al giardinaggio, alla legalità, al sesso ecc. ecc. di cui pullulano tanti progetti di riforma. Noi abbiamo posto al centro del nostro metodo l’ora di lezione e lo studio delle discipline (il latino, il greco, la matematica, la storia..). Poiché siamo convinti che la fondatezza di un’ipotesi si dimostri dal fatto che essa è in grado di fare apprezzare anche gli aspetti più minuti o apparentemente aridi della realtà nella loro pertinenza con il problema umano, lasciamo che l’ora di lezione sia un’autentica spiegazione, un dispiegamento della realtà nella sua incombente prossimità di bellezza. Quando, al mattino, in una classe, non dovesse più accadere nulla, allora potremmo chiudere la scuola; noi abbiamo visto che il nostro nemico più grande non è la fatica, o la difficoltà, o la complessità della realtà; ma la noia. Anche in questo caso, non si tratta di soddisfare le voglie dei ragazzi, ma di potenziare la loro sensibilità, la loro natura portandoli alla scoperta anche di ciò che, apparentemente estraneo, se conosciuto nella sua effettiva realtà è capace di esercitare un’attrattiva densa di aspettative. Questa è per noi la sfida più importante: non tanto aver davanti ragazzi bravi e gratificanti, ma muovere e commuovere anche chi sa entusiasmarsi solo per il calcio, le donne, la moto o non conosce niente di più bello dei cartoni dei Simpson.

La scuola come avventura (e lotta alla disoccupazione) Abbiamo messo in piedi un liceo, anche piuttosto difficile, e non un’associazione di amatori: non siamo tra quelli che considerano il latino, la filosofia, la letteratura come un residuo del passato, da buttare; sappiamo che ogni tentativo consapevole di accettare le sfide del presente e del futuro può avvenire riconquistando il valore che esso ci tramanda. Nello stesso tempo, non abbiamo costruito un museo delle cere: il nostro interesse è il presente, la realtà che ci sta davanti, la storia che collaboriamo a costruire. Solo non vorremmo fare la fine degli stolti e dei presuntuosi, di quelli che credono che il mondo l’abbiano inventato loro. La serietà che chiediamo ai ragazzi è la stessa che viene richiesta a noi insegnanti: la capacità di lavorare sul nostro mestiere, di saper rendere ragione delle scelte didattiche, di tentare percorsi più adeguati. Qualcuno dei nostri insegnanti ha anche scritto dei libri di testo: non è un motivo di orgoglio, ma un’indicazione di responsabilità che tutti, in qualche modo, siamo chiamati ad assecondare. Non pensiamo che la serietà dello studio e l’intensità con cui viviamo la nostra esperienza professionale ricevano una nobilitazione dal grado di erudizione che siamo capaci di esprimere; non ci concepiamo, non ne abbiamo forse la stoffa, sicuramente il temperamento, come un’élite colta in un mondo scandalosamente ignorante. Il nostro scopo, ce ne dobbiamo sempre ricordare, è quello di preparare alla vita: procedere, come diceva sant’ Agostino, ‘di giovinezza in giovinezza’, conservando lo stupore per ciò che esiste e introducendo nel nostro rapporto con la realtà la consapevolezza di un contributo originale, concepito secondo la dignità propria di ogni uomo. Per questo non siamo soddisfatti se i nostri alunni si accontentano di sistemarsi: condividiamo, con Oscar Wilde, la considerazione che ‘c’è qualcosa di tragico circa l’enorme numero di giovani che in Inghilterra iniziano la vita con un destino perfetto e finiscono abbracciando qualche utile professione’. Non perché non abbiamo il senso dell’importanza del lavoro. Al contrario, è proprio la certezza che la disoccupazione, subita o perseguita, fisica o mentale, sia una condizione disumana, che desideriamo che i nostri ragazzi imparino a prendere iniziativa, a costruire, a rischiare, ad assumersi responsabilità. Lo cominciano a capire nella scuola e non solo perché tante delle cose che succedono dipendono da loro: la manutenzione, il servizio di prestito-libri, la realizzazione dell’open day o le numerose iniziative che si susseguono in un anno; ma soprattutto perché sono essi i primi responsabili del loro imparare. Il nostro preside lo dice spesso: la nostra è una scuola dove deve esistere la libertà di non studiare.

Servizio pubblico non è solo quello “statale”
Un giovane è motivato all’azione solamente dalla stima che gli adulti sanno concedergli: scommettere sulle sue possibilità più di quanto faccia egli stesso; non per ingenuità, ma per considerazione della sua dignità, e, in forza di questo, chiamarlo a una grande responsabilità è la strada per farlo crescere, per renderlo attore della vita, che poi è il compito più importante che abbiamo. Anche quando, il primo anno, avevamo poco più di venti studenti (oggi ne contiamo più di 400) non abbiamo mai pensato di realizzare una scuola chiusa su se stessa, a difendere dalla cattiveria del potere, che pure abbiamo conosciuto, la propria oasi di serenità. Abbiamo sempre voluto fare una scuola aperta al mondo, l’abbiamo sempre concepita come una possibilità di benessere per tutti: abbiamo ricercato e accettato la collaborazione della cittadinanza, delle istituzioni, delle altre scuole, statali e non statali, delle associazioni artigiane e imprenditoriali; non abbiamo mai evitato il confronto pubblico, né ci siamo sottratti alle nostre responsabilità. Non lo abbiamo fatto per orgoglio, ma per verificare la bontà del nostro tentativo. ‘O quello che facciamo è utile a tutti, o è inutile anche per noi’: questo è stato sempre il nostro ragionamento. In questo modo abbiamo imparato dagli altri; siamo cresciuti grazie al loro apporto, consapevole o meno, alle loro prese di posizione, amichevoli od ostili. Così abbiamo verificato che la nostra presenza in questo lembo di Brianza è utile: sia per chi ci ha sempre guardato con simpatia, sia per chi, a torto o anche a ragione, ci ha dimostrato ostilità. Siamo cresciuti comunque, perché abbiamo trovato compagni di strada, perché ci siamo mossi e abbiamo fatto muovere altri, perché abbiamo dovuto riflettere e abbiamo fatto riflettere altri. Se le parole hanno un senso perché veicolano la realtà, significato da attribuire alla parola pubblico, istruzione pubblica, formazione pubblica trae conforto dall’esperienza che abbiamo descritto; appartiene ai fatti. Mentre appartiene ai pregiudizi ideologici la prerogativa che vuole che pubblico significhi solo statale. Noi non siamo contro la scuola statale, ma non vogliamo neppure che lo stato, o chi per esso, sia contro di noi, cioè contro i tentativi che nascono dall’iniziativa popolare e personale, perché questo nuoce a tutti e non fa bene a nessuno.

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