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Al Tour è il giorno dell’Alpe d’Huez, la Hollywood del ciclismo. «Cancellare la discesa? Non siamo mica calciatori!»

luglio 18, 2013 Emmanuele Michela

Ventuno tornanti, 1100 metri di dislivello e centinaia di migliaia di tifosi lungo la strada. Qui dove hanno vinto solo i grandi, oggi la Grand Boucle del centenario salirà due volte.

Alpe d’Huez, il Tour si decide qui. Non c’è statistica che provi l’influenza e il valore di questo asfalto, ma solo una consuetudine che nelle annate che hanno portato su questa strada la Corsa in giallo si ripete spesso. C’è pure un libro che s’intitola proprio così. Perché forse la salita dove oggi Froome tenterà di consolidare il suo vantaggio sugli inseguitori non è la più dura della Grand Boucle: il Mont Ventoux è peggio. E non è nemmeno la più lunga, né riesce a portare i ciclisti più in alto del Col du Galibier, punto più alto della corsa a tappe francese. Eppure quei 21 tornanti che s’arrampicano per 14 chilometri portano alla consacrazione per chi lo vince.
Solo i migliori ce l’hanno fatta a schizzare tra quelle ali di folla indiavolata e alzare le mani in cima. A partire dagli italiani, che inseguono gli olandesi nella speciale classifica delle vittorie per nazione: ce l’hanno fatta Coppi, Bugno e Pantani, che qui ha il record assoluto d’ascesa ottenuto nel 1997. Il loro nome condivide lo spazio sui cartelli dei tornanti (intitolati appunto ai vincitori delle 27 tappe all’Alpe d’Huez che il Tour ha conosciuto) insieme a gente come Hinault, Indurain, Fignon, Ullrich, Armstrong.

SALITA DOPPIA. Quest’anno il Tour compie cento anni, e quindi non poteva fare a meno di salire su questo colle. Che oggi sarà affrontato in una versione speciale: due volte verrà percorsa la salita. Si teme per il maltempo, ci sarà forse anche la nebbia, avversità che rendono temibile quanto accadrà dopo l’ascesa al Col de Sarenne. Le bici si butteranno in picchiata, giù per una discesa con pendenza al 12 per cento, senza protezioni e con un asfalto tutt’altro che uniforme.
È già guerra di dichiarazioni, tra chi come Froome s’appella al buon senso degli organizzatori e chiede che si limitino i rischi, e chi, come Contador, in classifica generale si trova a inseguire il britannico, e per bocca del suo team manager Riis lancia la sfida alla maglia gialla: «Froome ha i freni sulla bicicletta. Se non vuole prendere troppi rischi, li usi». L’impressione è che la tappa si farà tutta, comunque. Al di là delle ambizioni in classifica, in tanti la pensano come il francese Gadret: «Cancellare la discesa? Non siamo mica calciatori!».

LA VITTORIA DI COPPI, 1952. Doppia salita, fascino doppio. Per un colle che al Tour ci è arrivato tardi, anni Cinquanta, portato su richiesta degli albergatori invernali della zona che convinsero il commissario di gara dell’epoca a far salire le biciclette da quella serpentina. La vittoria di Coppi, ’52, è la prima, e segna di fatto un’epoca al Tour, che mette l’Alpe d’Huez in una posizione originale. Era l’inizio delle dirette tv, delle telecamere in spalla alle motociclette, di uno sport sempre più spettacolare.
Basta far parlare Jacques Augendre, giornalista che di corse gialle ne ha seguite più di cinquanta, che spiega perché quella vittoria del Campionissimo portò quella salita davanti a tutte le altre: «È il colle della modernità. Sin dalla prima edizione, mandata in onda in televisione, l’Alpe d’Huez ha cambiato il modo in cui la Grand Boucle si snoda. Nessun altra tappa ha tanto pathos. Con i suoi 21 tornanti, la sua pendenza e il numero di spettatori, è una scalata nello stile di Hollywood».

LA CADUTA DI GUERINI. Già, il pubblico. Qui la gente s’assiepa sempre numerosa, ovunque. Nel 2004 si dice ci fossero addirittura un milione di persone abbarbicate su per il colle. Per un ciclista correre tra due ali di folla simili è un mix di emozioni, tra foga e annebbiamenti: perché l’incitamento ti porta a spingere ancora di più sui pedali, ma al tempo stesso crea un clima infuocato difficile da perforare, spesso distraente. Se non addirittura pericoloso, come accadde nel ’99 a Giuseppe Guerini: un maldestro fotografo rischiò di rovinare il capolavoro del ciclista della Telekom, facendolo cadere a meno di un chilometro dal traguardo nel tentativo di scattargli una foto. Il bergamasco però si rimise in sella alla bici e ripartì, una spinta dai tifosi e arrivò primo sul traguardo. Ora c’è un tornante che ricorda quel successo.

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