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Almeno tre oscar alla Miramax

marzo 24, 1999 Kramar Silvia

La vita è bella e ricca di imprevisti. Correre verso la notte
degli Oscar con tanta pubblicità, molti galà e un genio azzoppato
da qualche critica di troppo. The end sulla favola di un comico
toscano, che si diceva fosse sbarcato in America come un poverello d’Assisi alla corte del Gran Pascià

Dicono che vincerà almeno tre statuette (miglior film straniero, miglior attore, miglior sceneggiatura) e bisognerà pure ammettere che gli sponsor della Miramax hanno lavorato sodo quest’ultimo anno per portare Roberto Benigni nell’olimpo degli dei.

7 nomination per un tour de force La maratona “beatificante il soldato Bob” era iniziata la scorsa estate e, non a caso, era partita da Gerusalemme con il gran premio del sindaco ebraico della città santa, ed era poi approdata negli States, accolta dalle dichiarazioni molto lusinghiere nei confronti della “Vita è bella” elargite a piene mani sul New York Times dall’influente Abraham Foxman, responsabile di una delle più rappresentative organizzazioni ebraiche americane, la Anti Defamation league. La presentazione della pellicola in Vaticano, gli elogi strappati per via obliqua perfino al Papa, le copertine (sponsorizzate) dei magazine americani, il mese di tour de force imposto al comico toscano negli Usa, ospite di talk-show televisivi e gran galà del jet-set californiano, sembravano aver chiuso definitivamente la partita e fatto incassare alla “Vita è bella” tutti i lasciapassare necessari per scalare il paradiso di Hollywood. È così che sono arrivate le 7 nomination all’Oscar, e di qui i brindisi e la giusta emozione intorno alla “mirabile poesia” di un comico che sprizza umiltà e simpatia da ogni poro e concede volentieri che siano i suoi scarmigliati ciuffi di capelli – spettinati a puntino quando deve recitare la parte del clown per Meryl Streep, pettinati per benino quando deve andare a colazione con zio Kirk (Douglas, giurato dell’Academy) – a raccontare la commovente leggenda del ragazzo povero “venuto dal terzo mondo, come Bertoldo alla corte di re Alboino” a far fortuna in America. Insomma, l’apoteosi.

Purtroppo è così vero che il diavolo si nasconde nei dettagli che a un’incollatura dalla notte degli Oscar, proprio quando tutti i giochi sembravano fatti e pareva non ci fosse al mondo chi non fosse disposto ad ammettere “La vita è bella” nell’aristocrazia dell’arte cinematografica del secolo, il cavallino Bob ha dovuto subire un ritorno di critiche (come il recente manifesto anti-Benigni del New Yorker) e proteste da parte di quella base della comunità ebraica e, soprattutto, di sopravvissuti all’Olocausto che, curiosamente, gli agenti della Miramax credevano di aver bypassato rivolgendosi direttamente ai loro rappresentanti nei consigli ebraici. E dunque, se pure ci sarà quel successo pianificato dagli oltre 15 milioni di dollari messi a disposizione della “Vita è bella” dalla sezione pubblicità&marketing dell’azienda dei fratelli Weinstein, purtroppo non sarà quel trionfo da (quasi) tutti auspicato. Capiterà cioé che, nonostante i recentissimi pranzi organizzati con i membri dell’Academy e gli ultimissimi bombardamenti pubblicitari in cui “Miramax è fiera di annuciare che il Vaticano ha nominato ‘La vita è bella al terzo posto sulla sua lista dei film sugeriti per i fedeli, il primo è ‘Schindler list’, il secondo ‘Il Vangelo di san Matteo’, il mito Benigni dovrà fare i conti con i suoi non più molto isolati detrattori.

Prova generale ne è stato, ai primi di marzo, un convegno newyorkese su “Cinema e Olocausto”, dove benché non fosse ufficialmente previsto (opportunamente non previsto, c’entra anche qui Miramax?) alcun intervento sul film di Benigni, causa anche il rumoreggiare della platea alla prima citazione della “Vita è bella”, i relatori si sono sentiti di dover spendere qualche parola in proposito.

Benigni o Jerry Lewis?

C’eravamo anche noi sulla Quarantaduesima strada di Manhattan, mescolati tra la folla del teatro del City College e per la cronaca bisognerà subito dire che gli ospiti del Convegno su cinema e Olocausto erano d’eccezione: i più noti giornalisti newyorchesi in compagnia di alcuni professori delle migliori università americane. Durante i lavori si ascolterà ad esempio la storia degli ebrei a Hollywood, a partire dagli anni del cinema muto, e si rammenterà che in questa storia sei presidenti dei maggiori studios erano ebrei (come Zucker e come Meyer), emigranti dell’Europa dell’est, figli degli shtetl che avevano scoperto le fortune dell’America insieme ai suoi limiti; e che per adattarsi ad un mondo di anglosassoni questi big del cinema avevano fatto quasi finta di non essere ebrei, e certamente non avevano osato produrre film sui giudei e men che meno sull’orrore dell’Olocausto. Ci aveva provato qualcun altro, prima di Benigni, a inserire una luce comica in un film sulla Shoa: erano gli anni Sessanta e Jerry Lewis era stato scritturato a fare da regista e protagonista di una pellicola che fin dagli inizi sembrava impossibile: ma il grande comico americano aveva voluto provare, ed aveva girato “Il giorno in cui il clown pianse”. Una storia tristissima: Lewis interpretava un clown di un circo, chiamato ad Auschwitz per far ridere i bambini mentre aspettano in fila di entrare nelle camere a gas. Il film, terminato in sordina, non era mai stato distribuito e nessuno, oggi, è in grado di vederne una copia: anche Lewis, chiamato al telefono, si rifiuta di parlarne, tant’è che a Hollywood la pellicola è diventata una leggenda.

L’insostenibile leggerezza di Bob L’America dopotutto è il Paese dove solo nel 1978 i network televisivi avevano osato produrre la prima mini serie diventata leggendaria sulla Shoa. I film sugli ebrei e sull’Olocausto sono molti, e alcuni leggendari (come “L’uomo del banco dei pegni” o “Mister Meyer”) ma per gli ospiti del simposio il nome di Benigni non merita di essere glorificato. Tant’è che quando James Hoberman, critico del Village Voice, comincia a parlare de “La vita è bella”, viene coperto di fischi, interrompe l’intervento, ascolta le proteste in sala e poi procede: “I film sono spettacoli affermativi, il genocidio no. È stato il film di Steven Spielberg, “Schindler list” a trasformare lo sterminio di massa in un entertainment di massa, che ha aperto la strada ad un film come quello di Benigni”. Nella sala ormai gremita del City College, Hoberman rincara la dose: “La vita è bella? Parliamo di kitsch, perchè il film non è altro che un omaggio al kitsch più osceno: quello che Milan Kundera, ne ‘L’insostenibile leggerezza dell’essere’ definisce ‘il gusto in mancanza della merda’. Nel suo film Benigni vuole fare l’ebreo, ma che razza di ebreo è se prima di finire anche lui su un vagone non sapeva che in Italia i giudei come lui erano deportati, che le leggi razziali non erano divertenti, che da mesi i treni portavano quelli come lui ad Auschwitz?”. La platea cambia umore e le ultime parole di Hoberman vengono accolte da un grande applauso liberatorio: “Quello che mi infastidisce, di questo film, non è solo che il bambino si salva, ma che salva anche la sua innocenza. Nessuno, nessun ebreo sopravvissuto ai lager è stato mai più innocente. Mai”. Qualche vecchio sopravvissuto ebreo piange, in silenzio, ma la serata procede e “La vita è bella” viene descritta come l’esatto opposto de “La scelta di Sofia”. “Qualche critico ha parlato di ‘magico realismo’”, dice Hoberman, “ma nei campi di sterminio non si può usare la parola magia. Questo proprio no. Le favole debbono essere fatte di particolari convincenti: questo lo sapevano anche Kafka e gli altri grandi romanzieri dell’immaginario. Benigni ha commesso questo imperdonabile errore: il suo lager è tutto tranne che realistico”.

Sopravvivere agli Oscar L’America è sempre stato il Paese a cui piace il lieto fine: non a caso i romanzi di Primo Levi, nella traduzione in inglese hanno dovuto cambiare copertina e titolo: “Se questo è un uomo” era troppo triste, meglio sostituirlo con “Sopravvivere ad Auschwitz”. Ed è anche il Paese dove una campagna elettorale di svariati miliardi riesce a comprarsi, se non sette oscar, almeno sette nomination al premio cinematografico più ambito del mondo. Ma le voci di dissenso sulla “Vita è bella” non sono soltanto venute dal simposio di New York, le critiche più feroci le hanno scritte Steward Klawans sulla rivista The Nation, John Powesr su Vogue e Jonathan Rosenbaum sul Chicago Readers Weekly. “Tutti”, spiega Richard Pegna, direttore del New York Fil festival, “ottimi critici, tra i migliori”. Richard Pegna lo incontriamo al Lincoln center di New York, sede del film festival cittadino, quello stesso che l’anno scorso si era rifiutato di accettare “La vita è bella”. Perché? Non pensa che, come hanno scritto anche tanti critici americani, Benigni sia il nuovo Chaplin? “Non lo dica nemmeno per scherzo. Semplicemente per me quello che ha fatto non è un bel film, tutto qui. Artisticamente parlando, anche la recitazione è mediocre”. E come giustifica tanto successo? “Sta diventando un fenomeno di massa. Ma storicamente è fuori luogo, e la storia, almeno quella, dovremmo rispettarla”.

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