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Allons enfants en Italie

aprile 21, 2017 Alan Patarga

Se non c’è più nel nostro paese un “partito” che fa gli interessi delle aziende d’Oltralpe è solo perché oggi Francia Spa lo shopping preferisce farlo da sé

bollorè

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Chissà se discettano di fagiani e appostamenti, nelle loro domeniche insieme nella tenuta di caccia in Francia che – si sussurra – avrebbero acquistato insieme. Di sicuro, Jean-Pierre Mustier, amministratore delegato di Unicredit, e Philippe Donnet, ceo delle Assicurazioni Generali, condividono parecchie cose, al di là della passione venatoria. Entrambi provengono dalla prestigiosa École Polytechnique, fucina di classe dirigente gallica; entrambi sono amici di Vincent Bolloré, che in Italia è azionista di maggioranza di Telecom e socio pesante in Mediobanca e (con molte spine) in Mediaset; entrambi, soprattutto, sono francesi.

C’era una volta, e in parte c’è ancora, il partito francese in Italia. Questione di prossimità geografica e sintonia culturale, a volte anche di sudditanza psicologica (nostra). C’è ancora, perché è di pochi giorni fa la notizia di un probabile ritorno di Franco Bernabè alla presidenza di Telecom Italia, da indipendente ma di fatto a fare da garante al nuovo corso francese targato Bolloré. Lui, presidente dal 2007 al 2015, spinto fuori dagli spagnoli di Telefónica e dalle banche che allora comandavano, potrebbe tornare a prendersi la rivincita proprio grazie ai nuovi padroni (stranieri) delle tlc. Al suo fianco, potrebbe comunque restare Flavio Cattaneo – ex dg Rai, ex Terna e tuttora signor Ferilli – altro nome italiano pensato per rassicurare chi c’era da rassicurare all’indomani della scalata-lampo di Vivendi, salita in poco tempo a poco meno del 25 per cento del capitale di Telecom Italia.

Soprattutto, però, il partito francese c’era. Nel senso che chi ancora tira la volata ad aziende e poteri forti d’Oltralpe, lo fa in nome di interessi consolidati nei decenni passati, mentre oggi buona parte delle grandi partite che si giocano nel nostro paese vedono coinvolti direttamente manager e imprenditori francesi, in prima persona, senza più intermediari. Saranno le distanze che si accorciano, i muri che si abbattono, o forse la spregiudicatezza di chi ha capito che non c’è più bisogno di una foglia di fico tricolore (bianco-rosso-verde) per camuffare le proprie mire. Telecom Italia, in questo senso, è l’eccezione alla regola: perché di mezzo c’è Telecom Sparkle, la società proprietaria della rete di cavi sottomarini che si estende in Europa, America e Asia e che – gestendo le comunicazioni anche con il Medio Oriente e tutta l’area del Mediterraneo – ha un’indubbia rilevanza strategica per il nostro paese e non solo. Ora, il presidente di Telecom – da statuto – ha la delega diretta su Sparkle, con accesso diretto a numeri e dati dell’operatore. Difficile darne le chiavi a un cittadino straniero.

Il resto, invece, è terreno di caccia aperta, per restare alla passione che accomuna i due manager francesi più influenti nel nostro paese. Che sostengono, pressoché con le stesse parole, di essere “più italiani degli italiani”, perché ogni tanto tocca a entrambi la smentita di rito: non siamo agenti dello straniero in Italia. Di Donnet, cresciuto in Axa (dall’85 al 2007), si è a lungo detto che presto o tardi avrebbe portato il Leone di Trieste in dote ai suoi ex datori di lavoro. Poche settimane fa, cercando di mettere fine ai rumors che si sono a lungo intrecciati con il maldestro tentativo di scalata da parte di Intesa Sanpaolo, i francesi hanno fatto sapere di non volerne sapere delle Generali. Di Mustier, che aveva già avuto un’esperienza a Unicredit come capo del Corporate and Investment Banking (dal 2011 al 2015), si è più volte sussurrato il possibile ruolo di quinta colonna di Société Générale, la superbanca francese in cui ha speso buona parte della carriera (dall’87 al 2009).

Ma il recente maxi aumento di capitale da 13 miliardi di euro, il più grande nella storia di Piazza Affari, non ha riservato grandi sorprese nell’azionariato dell’istituto di Piazza Gae Aulenti, dove ora gli unici a detenere una quota superiore al 5 per cento sono gli arabi del fondo Aabar di Abu Dhabi. Terreno fertile per scorribande? Possibile, ma tutto da dimostrare.
In passato tanti hanno flirtato con i francesi. Si dice che nel 2003 l’allora premier Silvio Berlusconi telefonò a Cesare Geronzi per chiedergli di «incontrare due amici». In via Minghetti, quartier generale romano di Capitalia, si presentarono il franco-tunisino Tarak Ben Ammar e Vincent Bolloré, che esordì presentandosi come «il proprietario del 20 per cento di Mediobanca».

In realtà era un po’ meno, circa il 14 (oggi è l’8, secondo azionista dopo Unicredit), ed evidentemente la spacconata fu un cattivo biglietto da visita. Ben Ammar e Bolloré lavoravano alla riconferma di Antoine Bernheim, capostipite dei potenti francesi d’Italia, alla guida delle Generali. L’operazione riuscì, ma ebbe vita relativamente breve. Geronzi conquistò prima Mediobanca, poi la presidenza delle assicurazioni triestine, da cui nel 2010 estromise proprio Bernheim al termine di un’assemblea di fuoco. Durò poco però anche quell’esperienza, e oggi le Generali hanno di nuovo un capo francese.

Cessioni e vittorie di Pirro
Prima ancora, era stata la volta degli Agnelli. Nell’87, l’Avvocato fece sapere di essere il partner italiano della francese Bsn-Gervais Danone nell’operazione di acquisto del gruppo Sangemini-Ferrarelle, che faceva allora capo alla famiglia Violati. Una partnership, quella con Danone, terminata nel 2003 con l’uscita di Worms & Cie (controllata da Ifil) dal gruppo francese. Primi vagiti di una strategia che negli anni è diventata vero e proprio shopping transalpino in Italia. Oggi sono francesi banche italiane come Bnl (Bnp Paribas) e Cariparma (Crédit Agricole), società di risparmio gestito come Pioneer (ceduta recentemente da Unicredit ad Amundi), assicurazioni come Nuova Tirrena (Groupama), dell’agroalimentare come Parmalat (Lactalis).

La grande distribuzione, con le eccezioni di Esselunga e del mondo cooperativo (Coop e Conad), è di fatto in mano francese con Carrefour (ex Gs) e Auchan (altra partita in cui entrò a suo tempo la famiglia Agnelli, che cedette ai francesi i centri commerciali CittàMercato). Poi c’è il lusso e soprattutto due nomi: Bernard Arnault (Lvmh) e François Pinault (Kering). Il primo ha messo in fila marchi come Emilio Pucci, Loro Piana, Bulgari, Fendi, la storica pasticceria milanese Cova. Il secondo possiede Gucci, Bottega Veneta, Brioni. Per non parlare dell’energia: nel 2011 i francesi di Edf, colosso pubblico, fanno un sol boccone dell’italiana Edison, a settembre 2016 la romana Acea diventa la preda di Suez, ora primo azionista.

Due le partite aperte: Mediaset, dove il rastrellamento-lampo di azioni dello scorso dicembre che ha portato Vivendi (gruppo Bolloré) a un passo dal 30 per cento del Biscione è finito a carte bollate; e Essilor-Luxottica, fusione per incorporazione da parte francese inizialmente venduta come atto di conquista italiano in terra straniera. La verità è un po’ diversa: lo status di primus inter pares di Leonardo Del Vecchio durerà poco e poi non ci saranno quote o equilibri da tutelare, per un soggetto – colosso dell’occhialeria e delle lenti a contatto – che comunque nasce con il cuore a Parigi, dove avverrà la quotazione del titolo. Negli ultimi anni è stata battuta anche la strada inversa: Lavazza ha acquistato Carte Noire, Campari si è aggiudicata Grand Marnier, e dopo un lunghissimo braccio di ferro ora Fincantieri può vantare la conquista di Stx France, cioè dei grandi cantieri navali Saint-Nazaire.

Le cordate del prossimo Eliseo
Ma si tratta di vittorie di Pirro, di un paese che non sa fare sistema a fronte di un sistema – il capitalismo di relazione francese – che si è fatto Stato. Diceva qualche anno fa l’economista Jean-Paul Fitoussi a Ettore Livini di Repubblica: «Abbiamo in regia un capitano e regista indiscusso: lo Stato». Francia Spa è una holding con tante partecipazioni e ottime relazioni politiche, e poco contano i colori dei governi che si alternano a Parigi.

Certo, anche lì ci sono le cordate, e le propaggini arrivano anche da noi. Narrano i bene informati, per esempio, che François Fillon e Luca Cordero di Montezemolo siano grandissimi amici, e purtroppo (per il presidente uscente di Alitalia) i sondaggi dicono che il candidato repubblicano all’Eliseo sia però ormai un’anatra azzoppata dai troppi scandali scoppiati a ridosso del voto. E se Marine Le Pen, al di là della sintonia politica con Salvini e Meloni, non può (ancora) vantare sostegni nell’establishment italiano, al contrario per Emmanuel Macron si parla di vicinanza al mondo renziano, non soltanto politico. Di sicuro, il candidato centrista di En Marche ha un legame speciale con Xavier Niel, numero uno di Iliad-Free, l’operatore telefonico d’Oltralpe che sta per sbarcare in Italia come quarto incomodo. E però, si narra di un avvicinamento recente dell’ex ministro delle Finanze francese con Yannick Bolloré, figlio ed erede del gran capo bretone Vincent. Qualcuno ha ipotizzato addirittura un ticket presidenziale Macron-Bolloré. E i riflessi italiani, fra Telecom, Mediaset e Mediobanca – se così fosse – sarebbero tutti da studiare.

Foto Ansa

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