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«Alla mia “Osteria senza Oste” offro da mangiare e bere. Eppure il fisco mi chiede 62 mila euro»

marzo 11, 2014 Chiara Rizzo

Nel 2005 Cesare De Stefani ha aperto le porte di un rudere ai passanti, chiedendo in cambio di vino e salumi un’offerta libera. Ora l’Agenzia delle entrate lo multa. «È una ritorsione. Ecco perché»

osteria senza oste_2Sulla cima delle colline del Valdobbiadene, in provincia di Treviso, strette carrettiere e nessuna segnaletica (a parte qualche foglio di carta) e il passaparola entusiasta di altri avventori, conducono ad un vecchio rustico. È il luogo dove dal 2005 l’imprenditore Cesare De Stefani (proprietario di un salumificio in un’altra frazione di Valdobbiadene) si è inventato un’iniziativa unica, l’Osteria senz’Oste. Gli avventori possono venire quando vogliono, e in tavola trovano da bere e mangiare, insieme ad un bigliettino, che invita a consumare, in cambio di un’offerta. Anche l’Agenzia delle entrate di Treviso si è occupata del caso e ha fatto recapitare a De Stefani una cartella esattoriale, chiedendogli 62 mila euro. De Stefani a tempi.it spiega: «Ho fatto ricorso. E non mi arrendo. Siamo a cinquecento metri dal Piave, e queste mura hanno visto la Grande guerra del ’15-’18. Curioso, ma ora si profila un altro tipo di guerra, quella del fisco ad un’ideale».

Com’è nata l’Osteria senz’Oste?
Ho avuto la fortuna di acquistare nel ’95 uno dei posti più belli e panoramici di questa terra, sulla punta di un cocuzzolo che sovrasta i vigneti dove si produce il prosecco del Cartisse. Per dieci anni l’ho usata con la mia famiglia nel weekend. Non c’era quasi nulla, era un vecchio casolare senza luce e senza camere. Ma vedevo vedevo sempre gente che passeggiava in zona. Dato che non c’erano cancelli, qualcuno più curioso entrava dentro il rudere, poi vedendoci si scusava, non immaginando che fosse proprietà privata. Così mi è venuta l’idea. Ho preso tre bottiglie di prosecco di Cartisse, tre bicchieri di vetro e li ho lasciati sul tavolo. Poi ho lasciato un biglietto: “La bottiglia mi è costata dieci euro. Servitevi, è per voi”: la cifra è sempre stata simbolica. Ho solo pensato di scriverlo perché così ci si sentisse senza imbarazzo nel servirsi, a prescindere dal fatto che lo si possa fare anche gratuitamente.

osteria senza oste_1Poi è iniziato il passaparola e il suo casolare ha cominciato a essere frequentato anche da stranieri.
Dopo il primo mese, ho trovato sul tavolo sei o sette euro, e la bottiglia stappata. Ero felice che qualcuno si fosse sentito a casa sua e avesse accettato la mia proposta. Passarono i mesi, e iniziai a trovare i dieci euro una volta alla settimana. Mi resi conto che i tre bicchieri non bastavano, ne misi sei, le tre bottiglie aumentarono. Pensai che sarebbe potuta passare qualche ragazza con il suo fidanzato, e magari avrebbe gradito qualche pasticcino, così presi una guantiera in pasticceria e la lasciai sul tavolo. In cambio trovai dei biglietti di ringraziamenti. Visto che li produco, misi anche qualche salume, poi al fine settimana – quando di solito i passanti entravano – iniziai a far trovare del pane fresco. Mi piaceva l’idea di lasciare questi segni di ospitalità.

Ma qui sono iniziate le grane burocratiche.
Sì, solo che, anziché capire lo spirito di quest’idea e insieme a me trovare la soluzione amministrativa adeguata, il solerte e fiscale funzionario ha intravisto nel mio gesto di generosità un’attività commerciale. Ma un parroco o un sagrestano che offrono le candele ai fedeli in chiesa, in cambio di un obolo libero, si possono accusare di vendita? No.

osteriasenzaoste-300x400Quindi l’Osteria senz’Oste è un’attività commerciale.
Già, ma le devo raccontare un precedente. Nel 2012 ho ricevuto nel mio salumificio un’ispezione dell’Agenzia delle entrate che mi contestava che l’utile netto e il fatturato coincidessero. Mi parlarono di una sanzione di circa 6 milioni, mi sono opposto e durante gli incontri con l’Agenzia delle entrate mi è stato più volte ricordato che ero la stessa persona che possedeva l’Osteria senz’Oste. Mi pareva di essere dentro un film: quando nell’ottobre 2012 mi sono rifiutato di pagare una sanzione di 600 mila euro per il salumificio, un funzionario mi ha minacciato. Ad aprile 2013, il tribunale tributario di Treviso ha sconfessato l’Agenzia delle entrate e deciso che, in effetti, non avrei dovuto pagare i 600 mila euro. Il caso dell’Osteria senz’Oste, forse poco casualmente, è scoppiato subito dopo. Lei non ci vede una ritorsione? Ho incaricato un avvocato di occuparsi della vicenda.

Il fisco le chiede 62 mila euro per l’Osteria. In base a cosa hanno calcolato questa cifra?
Non lo so. Non sono nemmeno venuti sul posto, hanno agito d’ufficio. Un giorno mi sono state consegnate quattro grandi buste verdi in cui mi si contestano la cifra, considerando la superficie calpestabile e paragonandola a quella di altri esercizi commerciali della provincia di Treviso.

Coloro che passano dall’Osteria sono cresciuti di numero. Magari adesso lei sul tavolo trova più di dieci euro alla settimana. Quanto raccoglie dall’Osteria?
È come chiedere ad un cacciatore quanto prende dalla selvaggina che va a cacciare. Quando lo domando ai miei amici appassionati di caccia, mi rispondono: “Oggi ho preso un fagiano, ma mi costa più di quel che vale, tra licenza e fucile”. Oggi la maggior parte delle persone che arrivano qui sono aziende del territorio che usano l’Osteria come luogo di rappresentanza, e mi lasciano come regalo simbolico qualche bottiglia dei loro vini.

Quindi non vuole dirci quanto trova oggi al mese sul tavolo dell’Osteria?
No, e lo sa perché? Perché una soluzione semplice alla questione ci sarebbe ed è quella che ho proposto all’amministrazione. Ho detto loro che se hanno qualche prurito fiscale nei miei confronti, se hanno il dubbio che io ci guadagni qualcosa, basta che mi diano il permesso di avere un registratore fiscale e una partita Iva. Le persone che verranno all’Osteria potrebbero lasciare un’offerta libera, ma inserendone l’importo nel registratore. A questo punto anche io acquisterei tutto con fattura e poi confronterei con quel che trovo. Così si capirebbe davvero se ho introiti o se per caso, semmai, è l’ente del turismo a dovermi dare qualcosa per la promozione  al territorio che io faccio a mie spese grazie a questa idea.

Cosa le hanno risposto?
Mi hanno detto che non è possibile, perché la porta del casolare è larga 77 centimetri, e dovrebbe essere di 80 e che i soffitti del casolare sono troppo bassi. Il che significa che, per metterlo a norma e avere le autorizzazioni, dovrei demolire un edificio del 1700. Ci troviamo davanti all’ottusità dei funzionari, che di fronte alle nuove idee si attengono a quanto già previsto dalle normative, anziché trovarne delle nuove. Io credo nella libertà, nella fiducia e nell’autoresponsabilità. L’Osteria senz’oste nasce dall’idea che affido un mio bene a qualcuno, a cui indirettemente chiedo solo di prendersene cura come se fossi io. In cambio della fiducia, mi aspetto solo un atto di rispetto.

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19 Commenti

  1. gino scrive:

    E’ davvero brutto sentire di funzionari che si approfittano della posizione o di azioni di uffici che si accaniscono verso alcune iniziative. In questo caso però leggo sul Gazzettino di Trieste che anche il TAR ha confermato che si trattava di commercio essendo presenti i prezzi dei prodotti. Sono presenti altri tipi di luoghi anche a livello internazionale che hanno la forma di pagamento “pay as you wish” cioè pagamento libero, che potrebbe essere una valida alternativa(un semplice bussolotto). Inoltre la segnalazione del caso è partita dal comune, e fino ad oggi non era stato fatto niente dall’Agenzia.

  2. leo aletti scrive:

    E’ triste partire dal soldo, la “risorsa umana” viene prima. Cesare resisti:

  3. luigi lupo scrive:

    Tempi farebbe cosa utile se chiedesse al fisco il loro parere in quanto nell’articolo ci sono cose non chiare.

    Ad esempio:

    “Il fisco le chiede 62 mila euro per l’Osteria. In base a cosa hanno calcolato questa cifra?
    Non lo so. Non sono nemmeno venuti sul posto, hanno agito d’ufficio. Un giorno mi sono state consegnate quattro grandi buste verdi in cui mi si contestano la cifra, considerando la superficie calpestabile e paragonandola a quella di altri esercizi commerciali della provincia di Treviso.”

    Quattro grandi buste per chiedere 62 mila euro, se non c’erano spiegazioni cos’era il contenuto delle buste?

    L’interessato dice che quelli del fisco non sono andati sul posto e più avanti, però, dice che sanno che la porta è larga 77 cm.

    • Michele scrive:

      L’agenzia delle entrate effettua il calcolo sulla base delle dimensioni dell’immobile: partendo da una partita IVA d’ufficio ed effettuando il conteggio a partire da appositi registri fiscali.
      Inoltre la legge in materia di antiriciclaggio ed evasione fiscale parla chiaro: anche le ONLUS hanno il dovere di registrarsi come ragione sociale (persino Armisty International ha il dovere di compilare i libri contabili).
      Inoltre, questo rappresenta una violazione delle norme igieniche in quanto: se si dà il posto a sedere deve essere anche presente l’apposita “toilette” obbligatoria per legge, uscite di sicurezza ed estintore in caso di incendio.
      C’è da considerare un altro aspetto:
      se questa persona lavora in nero, mettiamo a 1000 euro al mese e in più arrotonda facendo altri 2000 euro al mese (500 euro a settimana), intasca mensilmente 3000 euro al mese.
      Tuttavia, agli occhi del fisco lui guadagna 0 euro al mese ed avrebbe diritto quindi anche all’assegno di mantenimento, che nell’attuale proposta di legge dovrebbe essere di 1200 euro al mese.
      Quindi, a conti fatti: la persona in questione guadagna 4200 euro al mese, mentre nel suo modulo delle tasse dichiarerà 0 euro al mese.

      Intraprendere un’attività commerciale, mascherandola come offerta è tanto grave quanto il venditore ambulante che vende “falsi d’autore”: entrambi danneggiano l’economia sana a scapito di quella malata.

  4. Devid scrive:

    Al di là della buona fede del proprietario della rudere, ma è alquanto chiaro che offre un servizio al pubblico e la legge non ammette ignoranza. Inoltre in una cartella esattoriale sono sempre specificati i motivi della sanzione, non solo, ma solitamente prima che l’Agenzia dell’Entrate elevi una sanzione comunica preventivamente che sta effettuando accertamenti richiedendo anche la documentazione (fatture ecc.) relativa al periodo sotto accertamento. Comprendo che la libera iniziativa, specie se è lodevole, andrebbe premiata, ma uno Stato ha delle leggi che hanno lo scopo di creare un ordine. Sicuramente se l’Osteria fosse stata inserita almeno in un contesto associativo o cooperativo probabilmente si sarebbero evitati simili problemi.

    • Giannino Stoppani scrive:

      Buon per te che ti è “alquanto chiaro”!
      Allora ne approfitto e ti pongo un quesito:
      una anziana signora, chiede ad un amico, che di mestiere fa l’idraulico, il favore di dipingerle la ringhiera del terrazzo e in cambio gli offre dei biscotti fatti in casa.
      Deve l’idraulico emettere regolare ricevuta fiscale?

      • Giannino Stoppani scrive:

        Mi è rimasta una virgola tra “un anziana signora” e “chiede”.
        Scusatemi.

  5. mike scrive:

    è il ritratto dell’italia imprenditoriale che non vuole pagare le tasse. se sono alte ma pure se non lo sono e comunque meno ne paga meglio è.
    il de Stefani fa il paragone con la selvaggina. ma allora neanche un supermercato sa quanto prende dalle merce che acquista dai fornitori. che ragionamento è? poi fa il paragone col parroco o sacrestano e le candele. solo che non mi risulta che parroci e sacrestani regalino a man bassa le candele. e certo, saranno costate. qualcuna si regala, ma finisce li. dice pure che è una cosa fatta per ospitalità. e allora perché lascia scritto quanto è costata la bottiglia. vuole che la gente dia di più, cioè vuole guadagnarci. è come se esponesse il prezzo di un prodotto.

    poi basta sempre col criticare lo stato. si propone, anche forse non volendo, l’anarchia. e al contempo si fanno critiche al M5S che chiaramente ha atteggiamenti anti-statali.

  6. giulia scrive:

    Un’osteria diventata ormai leggenda da noi in Veneto! quando ne sentii parlare ero certa che il fisco prima o poi ci avrebbe messo il naso e l’avrebbe fatto chiudere! maledetti
    LA TASSA ALLA BENEFICIENZA SARA’ L’ULTIMO ATTO DI QUESTA DITTATURA

    • VivalItalia scrive:

      Cara Giulia la bbeneficienza è tassata già da mo’..
      Per quel che riguarda sto signore e la su osteria… se te basta l’offerta nun ce metti er prezzo..
      eddai se accogli quarcuno a casa tua ce chiedi l’offerta?
      “Er cacio e pepe so 3 euro, l’abbacchio 4 ed vino de li castelli 2.. per pane facciamo forfait de 2 euro emmezzo..però sentite libbero cher limoncino l’ha già saldato quello de prima. .”

      Na strampalata…

      • Giannino Stoppani scrive:

        Dunque vediamo, quesito numero 2:
        se l’idraulico di prima ha l’hobby della maglia e sferruzza oggi, sferruzza domani, fa un maglione al mese e lo mette pubblicamente in vendita su internet, vige per lui l’obbligo di emettere regolare ricevuta fiscale?

        • VivalItalia scrive:

          Su internette nun saprei sicuro che ser maglione lo vende alla bancarella le tasse le deve paga’? No?

          • VivalItalia scrive:

            Su internette nun saprei sicuro che ser maglione lo vende alla bancarella le tasse le deve paga’! No?

            • Giannino Stoppani scrive:

              Non è mica detto sai?
              Vi do un altro indizio: il barbiere che, nella sua bottega, fa i capelli a suo figlio (ovviamente senza farlo pagare) è obbligato ad emettere regolare ricevuta fiscale, viceversa non è obbligato quando gli cuoce un uovo al tegamino.
              Quando tu vendi una vecchia bicicletta a un amico emetti forse ricevuta fiscale?
              Grazie a Dio non tutte le attività svolte dall’essere umano sono di competenza dell’agenzia delle entrate, benché qui in Italia si sia portati a pensare il contrario.

      • mike scrive:

        sono d’accordo, se ti basta l’offerta non ce metti il prezzo. e se accogli qualcuno non chiedi l’offerta.

  7. Auralba scrive:

    La beneficenza e l’ospitalità, fino a prova contraria, escludono che venga corrisposto un prezzo.
    Facciamo tutti come il signore dell’articolo, prepariamo prodotti tipici e apriamo le porte delle nostre case… Però, dietro “libero” compenso! Che Paese di benefattori diventerebbe l’Italia!
    Ma, è venuto in mente, prima di pubblicare l’articolo di acquisire informazioni sulla vicenda ascoltando anche la voce dell’Agenzia delle Entrate?
    Viva l’informazione!

  8. Jack scrive:

    “(….) poi ho lasciato un biglietto: “La bottiglia mi è costata dieci euro. Servitevi, è per voi”: la cifra è sempre stata simbolica. Ho solo pensato di scriverlo perché così ci si sentisse senza imbarazzo nel servirsi, a prescindere dal fatto che lo si possa fare anche gratuitamente.”

    Per offrire accoglienza senza imbarazzi per nessuno la prossima volta sul biglietto ci scrivi “è gratis offro io, Cesare”.

    Il resto come direbbe il Viva “son fregnacce…”

  9. Francesco scrive:

    La riflessione che viene da fare dopo aver letto questa storia non è certamente quella sulla furberia del contribuente che in questa maniera vuole evadere le tasse. Sarebbe una baggianata. Lo capirebbe anche un bambino che è un’operazione a perdere e solo una grande passione e creatività possono spingere qualcuno ad ideare una cosa del genere e pertanto andrebbe dato il giusto onore al merito.
    Il problema è che in questo paese pagare le tasse non solo non è conveniente ma il fisco non fa nulla per accreditare un immagine meno arcigna e furbesca. Faccio un paio di esempi: Le vetrine dei negozi che fanno bella una strada con le loro luci e i loro colori e che attirano la gente sono tassate più sono grandi, una tassa su quella che è già una spesa. Non vi sembra che dovrebbe essere il contrario? Il commerciante che fa la strada più bella per via della sua vetrina dovrebbe essere lui a ricevere un contributo alle spese dal comune e non viceversa.
    Mio padre, 80 anni, viene invitato a versare all’ufficio del registro locale una imposta sulla registrazione di un contratto di locazione da lui già versata. Si reca all’ufficio con il mod. F23 della banca e si sente rispondere dall’impiegato che quei soldi non erano mai arrivati nelle loro casse e che quindi si deve rivolgere alla banca. Mio padre va avanti e dietro tra l’ufficio almeno una decina di volte e alla fine, non riuscendo a venire a capo di questa facccenda, si sente quasi di dover ripagare l’imposta, in fondo si tratta di qualche decina di euro. Vengo a saperlo e vado io personalmente sia in banca che all’ufficio del registro minacciando la querela per appropriazione indebita. Dopo pochissimo tempo il caso viene risolto e il versamento viene correttamente accreditato a mio padre che non ne poteva più di andare avanti e dietro tra i due uffici. Nell’occasione vengo pure a sapere che stessa sorte era capitata ad altri malcapitati per importi analoghi…. mah! che coincidenza!
    Perché deve toccare al cittadino sbattersi per dimostrare ciò che è già dimostrabile esibendo una regolare ricevuta (F23)? La modalità di versamento delle imposte non l’aveva certo scelta mio padre!
    Se fosse “conveniente” pagare le tasse avremmo molti meno problemi in tal senso. I comportamenti virtuosi vanno evidenziati e premiati, magari con delle agevolazioni. Invece abbiamo uno stato che è inflessibile con i debiti altrui ma mooooooooolto indulgente con i propri.

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