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Alla fiera della Shoah

marzo 31, 1999 Kramar Silvia

Mentre il mondo ebraico si divide sugli Oscar a Benigni, negli States l’Olocausto diventa un museo dell’orrore e del kitsch

Forse non è tutta colpa di Roberto Benigni e del suo film da Oscar: forse è solo un trend, leggero come l’aria, un revisionismo storico da fine secolo. Tant’è che se milioni di americani vanno al cinema e ridono vedendo che, anche nei lager, la vita è bella, altrettanti americani vanno nei musei dell’Olocausto, a comprarsi il gadget storico del momento.

St. Petersburg, in Florida, luogo di villeggiatura, di surf, di tintarella invernale e di pensionamento da appassionati di golf: si legge sulla brochure distribuita all’ufficio turismo: “Eccovi la lista delle 40 cose più divertenti da fare durante la vostra permanenza nella nostra splendida cittadina”. Segue, all’undicesimo posto, la visita al Museo dell’Olocausto. Arrivandoci il turista accidentale può comprarsi, per dollari 39,50 (l’equivalente grosso modo di 70.000 lire) un souvenir dell’orrore: un modellino (tipo le macchinette della Corgy Toys con le quali giocavamo da bambini) dei camion polacchi usati dai nazisti per il trasporto degli ebrei verso le Disinfection, che per chi non lo sapesse non erano torte Sacher ma il gergo con cui le SS chiamavano le camere a gas. Anche questo s’impara nell’undicesima attività più divertente di St. Petersburg, insieme al vocabolo Soderbehandlung, che nei lager significava, in realtà, la morte immediata all’arrivo dai treni. E per chi fosse ancora in vena di divertirsi – e di spendere – il museo offre anche, per una donazione di dollari 5.000 (più o meno otto milioni e mezzo nostri), un vero chiodo della ferrovia di Treblinka. Così la grande moda dell’Olocausto (un passo avanti inaspettato se consideriamo che fino agli anni Sessanta nemmeno cinema e televisione ne volevano mai parlare in America: fino al processo in Israele del boia Eichmann ed alla Guerra dei Sei giorni) diventa un mercato del kitsch: a Los Angeles, nel Museo della tolleranza sponsorizzato dal Centro Simon Wiesenthal, si pubblicizza la Shoah quale grande “divertimento con sconti per comitive”: “Organizzatori dei tour – tuona la brochure – Fate del nostro museo un itinerario eccitante ed informativo per i vostri clienti… venite a vedere la dinamica del razzismo e del pregiudizio in America…”. Dinamica?

“Sì, perché giornalmente il museo aggiunge altri nomi alla lista dei bambini vittime dell’orrore dell’Olocausto”. E anche gli studiosi della Shoah oggi la descrivono, su libri e giornali, con un vocabolario da Internet: “Un evento multidimensionale”, scrive uno e replica l’altro: “Lo studio dell’Olocausto offre terreno fertile per un’obiettività femminista non oggettiva”. Ma li batte tutti la seguente discussione universitaria intitolata: “Una critica afrocentrica del diario di Anna Frank”.

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