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giugno 4, 2017 Leone Grotti

L’improvviso, smaccato amore sbocciato fra Trump e il re saudita Salman ha almeno 110 miliardi di motivi. E sono tutti «posti di lavoro, lavoro, lavoro»

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Dalla moglie Melania che si rifiuta di dargli la mano scendendo dall’aereo («la respinge con disprezzo» è l’interpretazione che va per la maggiore sui giornali) alla faccia di papa Francesco che non sorride quando lo incontra, fino alle sue gomitate per piazzarsi in prima fila in favore di fotocamera al summit Nato, per la stampa c’è sempre un buon motivo per criticare Donald Trump. L’hanno persino accusato di essere un manico di scopa e di non saper ballare bene la danza della spada, ma la cerimonia con cui l’Arabia Saudita ha accolto il neo presidente americano nella prima tappa del suo primo viaggio all’estero è più che appropriata. L’ardah organizzata dagli sceicchi sabato 20 maggio alle porte del faraonico palazzo Murabba è infatti una tradizione araba che combina danza, musica, poesia e che viene ballata in occasioni speciali, come festività religiose o matrimoni. E non c’è dubbio che a Riyad Trump sia convolato a nozze con i sauditi e gli altri paesi arabi sunniti, ma non si può capire questa prima sortita internazionale del presidente americano se non si comprende che siamo davanti più a un matrimonio di interesse che a un vero rapporto d’amore.

In una settimana (20-27 maggio) l’Air Force One è atterrato a Riyad per l’incontro con i paesi arabi, ha fatto scalo a Tel Aviv per approfondire i rapporti con israeliani e palestinesi, in vista magari di nuovi colloqui di pace, è ripartito per Roma e il Vaticano per brevi dialoghi con il Papa e il premier Paolo Gentiloni, ha toccato Bruxelles facendo venire il mal di pancia a tutti i membri della Nato e dell’Unione Europea, concludendo il viaggio a Taormina per il G7. La tappa principale è stata quella nella culla dell’islam. Parlando davanti ai leader di oltre 50 paesi musulmani, Trump ha messo da parte la retorica esplosiva sulla religione coranica e sul «terrorismo radicale islamico», frase che ha più volte rinfacciato a Barack Obama di non avere utilizzato. Ha pensionato l’immagine degli Stati Uniti come faro morale del mondo, spiegando che «non sono qui per darvi lezioni su come vivere, cosa fare e chi essere». Ha abbandonato la missione americana di poliziotto globale ed esportatore di democrazia (almeno a parole), invocando una grande coalizione per «sradicare il terrorismo islamico». Però, ha sottolineato, «non potete aspettarvi che siano gli americani a distruggere questo nemico per voi. Un futuro migliore è possibile solo se le vostre nazioni sradicano terroristi ed estremisti. Eliminateli dai vostri luoghi di culto, dalle vostre comunità, dalla vostra terra santa e dalla faccia della terra».

In un salone sfarzoso, sotto una volta inframezzata da magnifici lampadari e cupole arabescate, il presidente ha anche fatto capire chiaramente da che parte staranno gli Stati Uniti in Medio Oriente, accusando l’Iran sciita di «finanziare, armare e addestrare terroristi, milizie e altri gruppi estremisti che diffondono distruzione e caos nella regione». Sauditi e sunniti saranno dunque gli alleati americani per «porre fine alla crisi umanitaria in Siria, eliminare l’Isis e riportare stabilità nella regione».

Lo spartito di Trump è risuonato come dolce musica nelle orecchie del re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud, che si contende con l’Iran il predominio del Medio Oriente, anche se non ci vuole Sherlock Holmes per individuare le tante note stonate. Il regno saudita, infatti, lungi dall’essere «magnifico», è uno dei più grandi violatori di diritti umani al mondo: oltre a essere il terzo paese per esecuzioni capitali (spesso escono offerte di lavoro per apiranti boia sui giornali locali), Riyad non riconosce libertà religiosa e di culto ai suoi cittadini, nega la libertà di espressione, sfrutta in modo disumano i migranti economici, riserva un trattamento che include anche la pena di morte agli omosessuali, considera le donne come esseri inferiori e applica rigidamente le pene previste dalla sharia. Non a caso, l’Arabia Saudita è tra i pochissimi membri dell’Onu a non aver firmato la Dichiarazione universale dei diritti umani.

Nella guerra feroce e selvaggia che dal marzo 2015 i sauditi conducono nel confinante Yemen contro i ribelli sciiti Houthi, appoggiati dall’Iran, sono già morti più di 10 mila civili. Il paese è sprofondato in una gravissima crisi umanitaria e l’Arabia Saudita si sarebbe macchiata di migliaia di violazioni di diritti umani e di crimini contro l’umanità non molto diversi da quelli che Riyad imputa al dittatore siriano Bashar al-Assad.

Follow the money
Difficile farsi illusioni anche sulla reale capacità dei sauditi di contrastare il terrorismo islamico: l’interpretazione wahabita dell’islam esportata dagli sceicchi in tutto il mondo a suon di petrodollari (si calcola che negli ultimi decenni abbia speso 100 miliardi per diffonderla) è tra i principali responsabili della radicalizzazione di tanti terroristi islamici, europei e non (Molenbeek docet). E sono sempre i sauditi che da sei anni contribuiscono a destabilizzare la Siria finanziando, armando e appoggiando politicamente milizie di jihadisti per combattere Assad.

Trump, che fino a prova contraria non soffre di amnesie, ha sempre dimostrato di avere dimestichezza con la materia (quante volte ha accusato Hillary Clinton di essere finanziata dai sauditi?). Questo però non è un matrimonio d’amore, bensì di interesse. Lo slogan elettorale del presidente repubblicano è “Make America Great Again” e gli americani giudicheranno Trump sulla sua capacità di creare posti di lavoro e far crescere l’economia. “America first” è il mantra trumpiano ed è così che il presidente ha commentato la sua visita a Riyad: «Sono stati giorni straordinari. Centinaia di miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti e posti di lavoro, lavoro, lavoro». Follow the money, dunque. Nel suo discorso, Trump ha spiegato di avere stretto accordi economici per 400 miliardi di dollari. Essi comprendono la vendita di navi da guerra, missili, veicoli blindati, aerei, munizioni e molto altro per un valore pari a 110 miliardi di dollari. L’obiettivo però è di arrivare a 350 miliardi in 10 anni. Al presidente non interessa più di tanto in quali mani finiranno queste armi e come verranno usate, ciò che conta è che «creeranno migliaia di posti di lavoro qui e in America».

Trump non fa altro che proseguire nella politica di Obama, che si è poi rivelata disastrosa per il Medio Oriente. Apparentemente il presidente democratico era ai ferri corti con i sauditi: ha stretto l’accordo nucleare riabilitando economicamente e politicamente l’Iran, si è trattenuto dal bombardare la Siria e dal detronizzare Assad, ha soffiato sul fuoco delle Primavere arabe appoggiando gli acerrimi nemici dei sauditi in Egitto e Tunisia, i Fratelli Musulmani. Infine, pur non facendo pressione per bloccare Riyad, non è mai intervenuto direttamente in Yemen a fianco dei sauditi. Ma Obama non ha voltato le spalle agli sceicchi perché tra il 2008 e il 2015 ha approvato la vendita ai sauditi di quasi 100 miliardi di armi. Nell’ottobre 2010, ha firmato con Riyad il più grande contratto di vendita di tutti i tempi fra due Stati: 60,5 miliardi di forniture belliche. Nel settembre 2016 ha dato il via libera a un’altra scrittura faraonica, salvo poi bloccarne una parte per presunti scrupoli sull’utilizzo delle armi nello Yemen.

The Donald non ha mai nascosto la volontà di condurre la sua politica estera sul doppio binario del pragmatismo e degli affari, insieme a un sostanziale disimpegno dal teatro mediorientale per concentrarsi sulla minaccia cinese e nordcoreana. Ora che questa strategia l’ha portato tra le braccia dei sauditi è legittimo preoccuparsi: ne godranno senz’altro le imprese americane, difficilmente la stabilità nella regione. Non è certo schierandosi platealmente con i sunniti che si risolverà la guerra interna all’islam che incendia il Medio Oriente. La descrizione migliore della monarchia di re Salman, infatti, resta sempre quella coniata dallo scrittore algerino Kamel Daoud: «L’Arabia Saudita è un Isis che ce l’ha fatta».

Foto Ansa

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