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Alex Zanardi: «Non sono un eroe, ma un uomo fortunato con un’incredibile voglia di vivere»

novembre 12, 2012 Paola D'Antuono

È stato un pilota automobilistico fino al terribile incidente che gli ha causato l’amputazione degli arti inferiori. Dal quel tragico momento è cominciata «la mia seconda vita, l’handbike».

Alex Zanardi è un uomo dalle mille vite. Un passato come pilota di auto sportive e velocissime, un incidente in diretta mondiale, un lungo periodo di incertezza tra la vita e la morte e infine la rinascita. Che non coincide solo con due protesi che gli hanno solo concesso di tornare a camminare. Perché Alex Zanardi da Bologna la sua seconda vita l’ha ricominciata senza le sue preziosissime protesi. Parlare con questo campionissimo è un’occasione imperdibile, che può generare però anche qualche imbarazzo. Non certo a causa dall’ex pilota, gentilissimo e affabile come solo i bolognesi sanno essere, ma perché la sua fama lo precede in un modo che nemmeno lui comprende: «Che io sia un modello lo afferma lei. Io non mi sento tale, credo di essere un punto di riferimento per le persone che si trovano a vivere delle difficoltà  – anche di natura diversa dalla mia – e che guardandomi pensano: “Se ci è riuscito lui, posso farlo anche io”. Spesso il solo tentativo porta a un risultato che incoraggia ad andare avanti, rafforza l’autostima e la fiducia. Per me è stato così». La seconda vita di pilota di handbike è legata a doppio filo alla sua squadra, il Barilla Blue Team, di cui fanno parte anche Fabrizio Macchi e Vittorio Podestà. Il prossimo 24 novembre i tre affiatatissimi atleti si cimenteranno in una nuova e appassionante sfida, questa volta tra i fornelli. Nella cornice di Piazza del Plebiscito a Napoli, infatti, in occasione dell’evento Casa Barilla, i tre campioni prepareranno la loro ricetta di pasta preferita e sarà il pubblico decreterà il vincitore. Alex Zanardi si cimenterà nelle caserecce con cavolfiore, pancetta, pomodorini datterini e scaglie di Grana Padano. Un vero piatto da chef «anche se in cucina preferisco far regnare mia moglie Daniela».

Per lei l’alimentazione è molto importante.
Si. Credo di essere una persona che si è sempre alimentata in modo sano e corretto, seguendo i principi della dieta mediterranea. Anche perché tendo a essere molto più grasso di come mi vedete in realtà, pensi che da piccolo mi chiamavano Panciolini. La mia passione sportiva mi ha spinto a mettermi a dieta, per non regalare un vantaggio agli avversari quando correvo con i go-kart. Adesso, grazie alla mia seconda avventura sportiva, l’handbike, faccio ancora più attenzione a quello che mangio, perché sono io il motore del mio mezzo. Ho imparato a combinare nel miglior modo possibile tutti gli alimenti, perché regalare ai muscoli un carburante pulito e raffinato è il modo per andare più veloci. Molti segreti per una corretta alimentazione li ho scoperti grazie al Barilla Blue Team, in particolare grazie a Vittorio Podestà, espertissimo, direi quasi tuttologo.

In bocca al lupo per Casa Barilla. Forse non ne ha bisogno, visto che di sfide nella sua vita ne ha vinte davvero molte, alcune ai limiti del possibile. Da dove le deriva tutta l’energia per sorridere nelle difficoltà – enormi – che la vita le ha messo davanti?
Non credo di aver attinto a chissà quali forze particolari come temerarietà, forza di volontà o caparbietà. Mi ritengo una persona molto fortunata, perché posso scegliere i miei sogni e cercare di trasformarli in obiettivi, per poi centrarli e portare a casa il risultato. Ci sono persone che fanno cose meno eclatanti delle mia ma che  – se avessimo occhi per vedere  – sarebbero degne di ammirazione allo stesso modo. Mi riferisco a quelle persone che si alzano la mattina e vanno a lavorare anche con 38 di febbre perché devono mandare avanti la famiglia, o quelle che vivono un intenso momento di felicità vedendo il proprio figlio giocare sul campetto da calcio del paese con il paio di scarpe nuove che sono costante un sacrificio economico importante, visti i tempi che corrono. Io sono, al contrario di tanti, una persona che nella vita ha potuto scegliere, e credo anche di aver sprecato molto poco di quello che mi è stato concesso. Ma non sento per questo di avere chissà quali meriti. Anzi  – se fosse vero il contrario – sarei qui a bearmi e ad aspettare le telefonate di chi mi chiede come ho fatto e vuole conoscere il segreto del mio successo. Ma io non ho nessun segreto da raccontare. Posso solo dire che ho l’assoluta certezza di poter aggiungere dell’altro a questa vita, perché non ho nessuna voglia di fermarmi. Sono però anche consapevole di essere il classico esempio di persona molto esposta, e quando faccio una cosa gli altri vogliono vederci per forza molto di più di quanto ci sia.

Per non farsi mancare niente, oltre a vincere medaglie a Londra, conduce il programma Sfide, su Raitre. Si sente a suo agio nella veste di presentatore?
Molto. Avevo già provato l’esperienza televisiva con E se domani, un programma di divulgazione scientifica che mi vedeva nelle vesti di classico conduttore con ospiti in studio. È stata una fatica perché, per quanto mi venisse chiesto di essere me stesso, una persona curiosa che vuole conoscere, spesso mi sentivo a disagio perché ignorante o incompetente nei confronti di una materia. Per Sfide è diverso. Qui si parla di sport, un argomento decisamente nelle mie corde. In ogni avventura sportiva che raccontiamo, anche quella che conosco poco, riconosco sempre lo stesso comune denominatore che muove tutti gli sportivi: la passione. Perché non è mai l’ambizione che ti porta a raggiungere risultati straordinari.

In occasione del primo anniversario della morte di Marco Simoncelli avete dedicato al pilota di moto, tragicamente scomparso sulla pista, una bellissima puntata. Spesso, quando si parla di piloti, si tende sempre a definirli incoscienti, troppo vicini alla morte. Condivide questo pensiero comune?
Sono stato un pilota per molti anni e posso affermare con assoluta certezza che sia l’esatto contrario. Il pilota è una persona estremamente consapevole dei rischi che corre, ma non si può negare che sia molto ottimista, perché non pensa mai che un incidente, o peggio ancora la morte, possa riguardare la sua vita. Ma le cose capitano, su una pista ma anche in strada, al mare, in montagna, dappertutto. È il gioco della vita, si corrono dei rischi e noi li accettiamo. La verità è che per me lo sport è stata una grande occasione di vita, un’esperienza che ha tirato fuori tutto il meglio possibile. Chissà dove sarei finito senza lo sport. Con questo non voglio dire che quello che mi è successo è stato il prezzo che ho dovuto pagare per le mie scelte: semplicemente è la vita che spesso impone dei dazi imprevisti. Un ottimo esempio per capire di cosa sto parlando è il Centro Inail di Vigroso di Budrio. In quel centro protesi hanno aiutato un solo pilota a rimettersi in piedi, uno solo, mentre hanno migliaia di pazienti che hanno perso le gambe per gli incidenti più banali. Il pilota è visto come uno che corre rischi, ed è in parte vero, ma è sopratutto una persona che vive la propria passione con impegno e concentrazione, consapevole che qualcosa può accadere, ma è il gioco della vita. Purtroppo quando accade alle persone comuni tutti lo dimenticano nel giro di pochi minuti, mentre quando accade a una persona nota in diretta televisiva, sotto gli occhi di milioni di persone, l’attenzione è enorme. Io stesso non pensavo potesse accadere a me. Mi era capitato di pensare a cosa avrei fatto se fossi stato vittima di un incidente grave e mi ero risposto: «Mi tolgo la vita subito».  Quando è accaduto davvero il pensiero di lasciarmi andare non mi ha mai sfiorato, anzi. Volevo vivere e regalarmi nuove opportunità. E così ho fatto.

 

 

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