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Alcol, droga e animali esotici: così si è bruciato un campione. La storia di Van der Meyde

ottobre 29, 2012 Emmanuele Michela

Era uno dei talenti dell’Ajax d’oro di Ibra e Snejider, ma a 32 anni si è ritrovato in serie C olandese. Una parabola in costante discesa fino all’Everton di Moyes. L’ex nerazzurro racconta tutto in un’autobiografia.

Di lui ci ricordiamo per quell’esultanza da film: acquattato ginocchia a terra, braccia tese a mimare il gesto del fucile, sguardo teso verso l’alto. Quel gesto gli era valso un soprannome mitico, il cecchino, ma il sangue freddo del tiratore scelto Andy Van der Meyde fece rare vittime in Italia. Da quando lasciò l’Inter nell’estate 2005 per trasferirsi all’Everton, però, la sua carriera è andata incontro ad un declino molto triste, tra alcol, droga, litigi con la moglie e con il tecnico Moyes. Ha voluto fare chiarezza Andy sulla sua vita, e in settimana, rivela il Sun, uscirà una sua autobiografia in cui racconta la fine della sua carriera sportiva.

DALL’INTER ALL’EVERTON. All’Everton Andy ci è finito dopo la tanta fatica fatta in Italia. A spingerlo a Liverpool fu Moyes, già allora tecnico dei Toffees, incontrato in un albergo di Bruxelles: «Mi offrivano 30 mila sterline alla settimana, più del doppio di quanto mi pagava l’Inter». Accettò subito e, racconta, in breve tempo si trovò a godere nel migliore dei modi di tutti quei soldi: tra alcol e macchine lussuose, in uno strip club conobbe una spogliarellista con cui iniziò una storia d’amore, la moglie Dyana fiutò il tradimento e mise sulle sue tracce un investigatore privato. In breve tempo il suo primo matrimonio finì: «Due giorni dopo dovetti dire addio alle mie figlie Isabella e Purple. Mi sarei preso a pugni in faccia».

ALCOOL E DROGA. Da allora la sua vita di eccessi fu una parabola in costante crescita: «Nel mondo di Lisa (la nuova compagna; ndr) era abbastanza consueto bere tanto e fare uso di cocaina». I suoi rapporti con Moyes si fecero tesi dopo quello che Van der Meyde definisce come un incidente: al compleanno della ragazza si sentì male, fu portato in ospedale, dove fu ricoverato sotto effetto di stupefacenti: «Mi dissero che probabilmente qualcuno mi aveva messo della droga nella birra». Lui si dichiarò innocente, ma il tecnico lo punì con una multa di 30 mila sterline. E iniziò, racconta ancora Andy, a osteggiarlo continuamente. Il giocatore voleva stare vicino alla compagna e alla figlia appena avuta da lei, nata con alcuni problemi di salute: prima non partecipò alla tournée negli Usa, poi rifiutò il prestito all’Ipswich. Giocava sempre meno, e spesso saltava gli allenamenti.

LO “SPIONE” NEVILLE. Nelle pagine della sua biografia, Van der Meyde trova spazio anche per attaccare un grande nome del calcio inglese degli ultimi 15 anni, Phil Neville. «Era il preferito di Moyes, quindi me la prendevo con lui spesso. Penso che andasse a raccontare al tecnico qualsiasi cosa succedesse, e per questo era il capitano. Era uno spione». Iniziarono anche problemi di insonnia: le liti con la moglie, le presenze in campo ridotte all’osso, l’alcol che affoga tutto: «Non riuscivo a dormire se non prendendo pillole. Ma mi trovai dipendente: le pillole erano decisamente pesanti, di quelle da prendere con la prescrizione del medico. Quindi le rubavo dall’ufficio del medico del club senza farmi vedere. Per più di due anni ho rubato quelle pillole». E così la sua carriera in Inghilterra finì nel peggiore dei modi, con solo 20 presenze in 4 anni di Everton.

DALLA CHAMPIONS ALLA C OLANDESE. Van der Meyde lo scorso anno è tornato finalmente a giocare. È stato tesserato per il WKE, squadra semi-professionista della terza divisione olandese. Non giocava un match intero dagli anni con l’Inter. Neanche la scelta di tornare in patria, nel 2010 al PSV, lo aveva aiutato a ritrovare il campo. Scelta coraggiosa quella di andare a giocare per i rivali della squadra dove era cresciuto, l’Ajax, dove ancora lo ricordano per le infinite progressioni con cui ha mosso, fino al 2003, la fascia destra di una generazione d’oro. Era quella la squadra di Ibrahimovic, Chivu, Van der Vaart, Heitinga, Maxwell, Snejider, De Jong… In un gruppo così ricco di talento Van der Meyde era tra i più brillanti: cross precisi, giocate veloci, gol da vero cecchino… Il passo che lo portò a Milano fu breve, specie se a spingerlo c’era un maniaco delle fasce come Hector Cuper. A Milano si presentò nel migliore dei modi: il suo destro violento al volo con cui castigò il portiere dell’Arsenal Lehmann nell’incredibile 3-0 dei nerazzurri ad Highbury fu un biglietto da visita decisamente ricco, che però trovò scarsa conferma nelle partite successive. Tra infortuni e gare sottotono, Andy spese due tra gli anni peggiori dell’Inter, e a Milano affermò la sua fama, più che per le belle giocate in campo, per gli eccessi zoologici della stravagante moglie, che gli riempì la casa di Uggiate, vicino a Como, di animali di ogni tipo. Le delusioni in Italia si amplificarono in Inghilterra. E il talento straordinario del cecchino si bruciò nel peggiore dei modi.

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