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Al Sei Nazioni l’Italia dimostra spirto guerrier, ma anche una pecca “quasi” millenaria

febbraio 15, 2012 Cristian Lovisetto

Analisi, quasi azione per azione, della sconfitta contro l’Inghilterra. Non siamo andati male: la squadra piace, ha coraggio e anche un pizzico di incoscienza. Ma sconta ancora una certa insicurezza quando si trova a dover chiudere la partita. Guarda tutte le immagini del match.

Sbollita la rabbia (più o meno), parliamo ancora un po’ di questa Italia e della sfida nella neve di sabato a Roma. La delusione è ancora palpabile, ma la vittoria a un certo punto la si poteva toccare con mano. L’Inghilterra era battibile, senza ombra di dubbio, e l’avevamo staccata di 9 punti, eravamo sopra il break. L’Italia aveva superato, dopo il calcio di Burton che ha fissato il punteggio sul 15-6, il momento più duro del match: gli inglesi, infatti, puntavano a un inizio ripresa devastante, col coltello tra i denti e la baionetta innestata, per cercare di far punti nel più breve tempo possibile e poi cercare di giocarsela. L’Italia respinge un primo attacco, guadagna terreno e con Parisse cerca un up and under nel campo inglese, con la conseguenza che gli ospiti sono costretti a commettere fallo e pagare dazio – prima botta data agli inglesi.


Il secondo chiodo alla tomba glielo diamo quando Barbieri ruba un pallone fondamentale a 30 metri dalla nostra linea, ma lì succede qualcosa: Bortolami, invece di mantenere il possesso ed andare a incornare l’avversario, passa l’ovale a Masi, quindici metri più indietro. È un pallone lento, senza cattiveria quasi, e la spia Hodgson si sgancia e capisce che Masi calcerà. Ora, Masi ha circa una decina di metri di vantaggio su Hodgson in termini di decisione, potrebbe anche pensare di fintare l’apertura inglese e sfondare. No, Masi calcia, lentamente e molto prevedibilmente. Morale della favola: Hodgson intercetta e se ne va oltre la linea.

Non vogliamo dare la colpa a nessuno di questa azione, sarebbe troppo facile sparare sulla croce rossa comodamente seduti sul divano. Come sarebbe troppo facile puntare il dito contro Botes, “reo” secondo tanti di essere entrato ed aver fatto perdere lucidità alla manovra azzurra. No, non è andata così: in tanti ci siamo fatti confondere e “deviare” dal fatto che Botes ha ciccato malamente due calci importantissimi, ma ricordiamoci che Burton non aveva fatto così bene all’inizio al piede, mangiandosi in pratica due touche nei 5 metri avversari. Certo, il cambio non l’avremmo fatto, non in quel momento almeno: un piede caldo, col nervosismo inglese di inizio secondo tempo, ci avrebbe fatto molto comodo.

Per il resto, l’Italia piano piano sta dimostrando di crescere. Non possiamo sbilanciarci, ma questa Italia piace, ha più coraggio e anche un pizzico di incoscienza che non dispiace. Sabato è emersa purtroppo una pecca quasi “millenaria”, il fatto di non saper ancora chiudere match che ci vedono avanti. Quasi come se avessimo paura della linea d’arrivo e di tutto quel che ci aspetta al di là di quel piccolo muretto. Ma crediamo che col passare degli incontri, e con l’aumentare del coraggio infuso dal gioco di Brunel, anche questa lacuna si potrà colmare.

Il 25 febbraio ci attende l’Irlanda per la terza giornata. L’incontro sarà durissimo, ma l’imperativo è provarci, e finora non possiamo proprio lamentarci dell’assenza di spirto guerrier negli azzurri.
http://www.rugbystories.it/

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