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Al secolo americano

agosto 25, 1999 Kramar Silvia

“Siamo i leader del mondo perché abbiamo puntato tutto
sulla libertà dell’individuo. Non abbiamo inventato il capitalismo,
ma abbiamo glorificato la libertà politica, le opportunità della persona, una certa qualità di vita”. Parola dell’ex direttore del Times di Londra,
emigrato negli Usa, attuale direttore editoriale del Daily News
di New York e autore di un saggio sul primato americano

“Un secolo americano”. S’intitola così il libro di Harold Evans, inglese diventato americano, già direttore del Times di Londra ed ex presidente della leggendaria casa editrice americana Random House, oggi direttore editoriale del quotidiano newyorchese Daily News. Harold Evans, conosciuto anche come Mister Brown per essere il marito di Tina Brown, giornalista più famosa d’America, ex direttrice del New Yorker e del mensile Vanity Fair che in questi giorni sta lanciando la sua nuova rivista Talk, parla a Tempi del suo libro e dell’America che ha imparato a conoscere.

Signor Evans, lei ha scritto un saggio su questi ultimi cent’anni della grande avventura americana. Ci dica: perchè il ventesimo secolo passerà alla storia come il secolo americano?

Cominciamo invece a spiegare perché, secondo me, questo non deve essere considerato come il secolo americano: non perché gli Stati Uniti negli ultimi cent’anni sono diventati l’impero economicamente più potente del mondo, e neppure perché si sono costruiti un esercito e una macchina da guerra imbattibili. No, il titolo del mio libro non si basa su queste premesse. Invece secondo me, riguardando questi cent’anni di storia, l’America ci ha regalato una grande filosofia: quella della libertà dell’individuo, non dal punto di vista capitalistico, ma da quello della libertà politica, delle opportunità personali, di una certa qualità di vita. Cinquant’anni fa, quando venni a vivere negli Stati Uniti dall’Inghilterra, nessuno era sicuro che la democrazia americana sarebbe sopravvissuta alla grave spaccatura interna provocata dal Vietnam, dalle marce per i diritti civili e dall’isterismo anti comunista. E invece non solo ha superato tutte quelle sue crisi d’identità di Paese giovane a ancora in crescita, ma dopo la seconda guerra mondiale si è anche lanciata a salvare il “vecchio mondo”: perché l’Inghilterra da sola non sarebbe mai riuscita a superare gli alleati dell’Asse e se gli Stati Uniti non fossero intervenuti in Europa, l’Unione Sovietica avrebbe raggiunto il Canale della Manica, perché Mosca aveva praticamente vinto la guerra grazie alla propria superiorità militare. E dopo essere intervenuta, l’America ha esportato il concetto di democrazia alla Germania, che si stava risollevando a fatica dalle ceneri del nazismo, ed al Giappone, che usciva da una dittatura “a carattere divino”. E siccome io credo che la vita umana sia migliorata notevolmente grazie all’esercizio della libertà, dedico alla storia dei nostri anni l’appellativo di “Secolo americano”. D’altra parte c’è però gente convinta che sia stato il secolo americano grazie agli hamburger, ai jeans, al cinema e Internet: e su questo possiamo discutere, ma rimango del parere che l’America abbia innanzitutto dimostrato che la libertà individuale può esistere e non è una semplice utopia.

Secondo lei l’ossessione del denaro può mettere a rischio la democrazia americana, come qualche settimana fa ci ha dimostrato la molla scatenante la strage di Atlanta?

Se torniamo indietro di cent’anni nella storia americana vedremo che la paura generale consisteva nel fatto che sia il Congresso sia il Senato rischiavano di essere comprati dai baroni delle ferrovie, che volevano corrompere Washington. E anche oggi i dubbi rimangono: il tentativo di cambiare il sistema di finanziamento ai partiti ed ai candidati è fallito e i soldi hanno ancora un ruolo enorme nelle campagne elettorali. Oggi c’è però concorrenza tra i vari interessi finanziari, mentre cent’anni fa erano solo i magnati delle ferrovie – o del petrolio – che potevano investire fortune enormi in un candidato alla Casa Bianca, aiutati anche dal fatto che non esistevano ancora regolamentazioni di nessun genere.

Ad esempio, ci dobbiamo stupire guardando cosa succede con la lobby delle armi da fuoco, l’abilità con cui i lobbisti comprano liberamente alcuni senatori, mentre i media sono lenti nel mettere a fuoco il problema. Ma per quanto riguarda la strage di Atlanta, ricordiamoci questo: dopo la strage di Columbine, nel Colorado, per qualche settimana non si era parlato d’altro che di regolare le vendite di armi da fuoco. Col tempo anche quella battaglia è finita nel nulla.

Ricapitolando: certo, una democrazia è sempre messa a rischio dal denaro, ma oggi molti più poteri economici hanno voce in capitolo nel sistema politico americano rispetto a cent’anni fa. Cent’anni fa il denaro comprava voti, alla luce del sole, senza vergognarsene.

Le grandi dinastie americane, nate e cresciute in questo secolo, i Rockefeller, i Carnegie, i Morgan: di generazione in generazione hanno creato politici, filantropi, pensatori. Crede che gli attuali padroni dei computer o dei media ci lasceranno analoghe eredità? Bill Gates, ad esempio, si lascerà alle spalle una grande famiglia?

Credo che sentiremo parlare dei Gates per almeno duecent’anni, poiché quell’incredibile capitale durerà per generazioni e generazioni. Ma dobbiamo ricordarci che molti dei miliardi dei Rockefeller sono stati donati per scopi filantropici. Stessa cosa per la famiglia Ford e Carnegie: e anche questo dobbiamo dire a favore dell’America: indipendentemente dalla ricchezza degli individui, dalla grandezza del suo territorio, dal sistema fiscale, gli americani hanno regalato più soldi in beneficenza di qualsiasi altro paese al mondo: sia per numero d’individui che per totale devoluto, che per differenze demografiche l’America è senza alcun dubbio il Paese più generoso del mondo. I miliardari americani non devolvono in beneficenza solamente per sgravi fiscali, ma per abitudine, per una filantropia insita nel cuore americano. Ted Turner ha regalato un miliardo di dollari. Ha mai sentito di nessun europeo che ha devoluto in beneficenza un miliardo di dollari? Riproviamoci: ha mai sentito di qualcuno in Europa che ha regalato 100 milioni di dollari? Se anche riduciamo l’enormità dell’economia americana al livello di una qualsiasi economia europea non troveremo comunque un filantropo con una generosità paragonabile a quella degli americani. È straordinario quello che fanno gli americani. Nel caso della Bosnia, ad esempio, i cittadini Usa hanno dato cinque volte quanto quelli di qualsiasi altro Paese…

Il settimanale Time sta raccogliendo una lista di personaggi e invenzioni di questo secolo da salvare per i posteri. Lei cosa ci metterebbe in questa lista?

Per l’America la scoperta della tolleranza, l’idea che il resto del mondo può sempre essere diverso ma non per questo peggiore. Certamente anche l’invenzione della cibernetica, Internet e poi anche qualche opera d’arte, qualche bellissimo romanzo. E la musica, la grande musica americana.

Clinton, l’ultimo presidente americano di questo secolo, passerà alla storia come un buon presidente?

Beh, vediamo: l’economia è alle stelle, l’America non si è isolata e anzi è coinvolta – troppo o troppo poco, dipende dalle varie opinioni della gente – ma è coinvolta attivamente negli equilibri mondiali. Clinton ha portato gli americani a riconoscere il loro ruolo nel mondo e ha sottolineato la vicinanza con l’Europa. In più ha fatto un’ottima politica contro la discriminazione razziale. Credo che Clinton sarà ricordato come uno dei tanti presidenti americani, un gradino al di sotto dei grandi come Lincoln, Truman o Roosevelt che hanno dovuto affrontare grosse crisi come la guerra civile americana o le due guerre mondiali.

Gli anglosassoni sono stati i padroni del diciannovesimo secolo, adesso si affaccia la Cina. E noi europei abbiamo un futuro?

Io spero tanto che l’Europa abbia un ruolo importante nel prossimo secolo: credo e spero che siano ancora i valori occidentali e le tradizioni greco-romane e giudaiche ad influenzare questo nostro mondo, non i fondamentalismi totalitari del Medio Oriente. I cinesi offrono speranza e paura: la speranza è che riescano a ottenere un sistema politico democratico, il terrore è che invece si separino in fazioni in guerra tra loro, come nei Balcani, tornando alla tradizione del passato storico della grande Cina. Ma anche se dovessero imparare dall’America a rispettare l’individuo e ad abbracciare le idee democratiche, credo che la Cina potrà affiorare quale grande potenza mondiale solo nel ventiduesimo secolo, non nei prossimi cent’anni.

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