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Adnan lo sceicco senza limiti, James il raja senza corona

giugno 16, 2017 Sandro Fusina

Khashoggi combinò un grosso affare già all’università. Brooke, fondatore della dinastia di un piccolo stato del Borneo, ispirò Salgari per un suo personaggio

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Adnan Khashoggi. Nacque il 25 luglio 1935. Nacque alla Mecca, la città santa dell’islam. Il padre, di origine turca, era il medico di corte del re saudita Ibn Saud. Adnan studiò al Victoria College di Alessandria d’Egitto, dove i figli delle élite del Vicino Oriente si mescolavano, imparavano, giocavano, attenti, per risparmiarsi l’umiliazione della verga, a pronunciare una sola parola che non fosse in inglese. Per gli studi accademici il padre scelse Chico, una delle più antiche sedi dell’Università della California, nella valle del fiume Sacramento, alle pendici della Sierra Nevada.

Da qui Adnan combinò il primo affare importante della vita, una vendita di autocarri all’Egitto per tre milioni di dollari. La sua commissione fu di centocinquantamila dollari. Ed era il 1956. Si abituò alla vita del campus, ma non tornò a Chico per il secondo anno. La posizione a corte, il talento, la disinvoltura per gli affari fecero di lui l’intermediario indispensabile con gli Stati Uniti quando nel 1973 l’Arabia Saudita e altri stati arabi decisero un’intensa campagna di armamenti. Rapidamente Adnan divenne il Khashoggi che la stampa popolare avrebbe conosciuto, il prototipo del creso arabo che si muoveva solo su uno dei suoi tre jet privati, che trascorreva il suo tempo sullo yacht più grande del mondo, lo stesso che la produzione hollywoodiana avrebbe utilizzato per film di James Bond, lo stesso che sarebbe finito a Donald Trump, nel suo appartamento di tre piani nella Fifth Avenue a Manhattan, nelle tenute immense come piccoli stati sovrani e nella villa di Marbella dove, indulgenti con la sua ostentata volgarità, principi del sangue e del denaro aspettavano un invito alle sue feste per aiutarlo a prosciugare fiumi di champagne millesimé, e per combinare intanto qualche affaruccio da milioni di dollari.

A Khashoggi non pesava spendere 230 mila dollari al giorno per spese fisse di mantenimento. Né lo turbava di sapere di non essere, forse, con i suoi quaranta miliardi di dollari di patrimonio, il più ricco del mondo come si strombazzava. Non lo turbavano troppo neppure gli affari giudiziari che mettevano in questione il suo ruolo nella vendita di armi americane all’Iran sotto embargo, o la mano data a un’amica come Imelda Marcos per cancellare le tracce di una fortuna raggranellata in anni di laboriosa dittatura nelle Filippine. Quando il mondo che lo aveva reso ricco svanì, Khashoggi, costretto agli aerei di linea, non si perse d’animo. «Ho agito in modi discutibili per uno scopo nobile», ebbe a dichiarare. È morto martedì 6 giugno.

James Brooke. Nacque il 16 agosto 1940. Quattro anni prima, il padre Anthony era stato ufficialmente designato “raja muda”, ovvero legittimo erede al trono di Sarawak. Del piccolo stato sulla costa settentrionale del Borneo non si avrebbe in Italia ricordo se James Brooke, il fondatore della dinastia, non avesse ispirato a Emilio Salgari la figura del perfido raja bianco nemico giurato della Tigre della Malesia Sandokan. Inutilmente Anthony perse e riacquistò i diritti di successione. I giapponesi si fecero minacciosi, Anthony, volontario nell’esercito inglese, fu utilizzato come soldato semplice nei servizi segreti a Ceylon (oggi Sri Lanka). Dopo la guerra cominciò la guerriglia comunista, il legittimo raja, lo zio Vyner, cedette Sarawak al Colonial Office in cambio di una congrua pensione. Anthony da Singapore diresse un movimento di opposizione. Ci fu persino un attentato mortale. Estraneo, Anthony fu assolto con formula dubitativa.

Alla sua morte, nel 2011, i diritti di successione passarono a James che andò ad allungare la lista dei re senza corona, melanconica compagnia di personaggi che pur coltivando altri interessi, dalle corse automobilistiche alla poesia, dall’arte alla psicoterapia, non rinunciano a organizzare comitati e trust, se non per rivendicare il trono, almeno per far sì che le vicende di una dinastia, se pur breve come quella dei Brooke, non vengano dimenticate. James Brooke è morto sabato 27 maggio.

Foto Ansa

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