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Per adesso, loro hanno perso

giugno 23, 1999 Tempi

editoriale

Forza Italia è il primo partito nel paese. I popolari hanno battuto le sinistre in quasi tutta Europa e sono tornati in maggioranza al Parlamento di Strasburgo. A volte ritornano, e forse è un bene per un’Europa portata in guerra, per la prima volta dopo mezzo secolo, dai governi della sinistra expostneocomunista contro una Belgrado nazional-comunista. Naturale che, a detta di certi arroganti politici governativi italiani, domenica scorsa non sia successo niente.

Naturale che per la schiera di ampollosi chierici alla Mussi-Veltroni non ci sia niente di meglio che un pessimo risultato elettorale – politicamente istruttivo ma tecnicamente ininfluente sul parlamento italiano – per rafforzare la leadership diessina all’interno di un esecutivo a maggioranza sempre più risicata, formato da partitini e ministri di ventura, tenuti insieme dall’ormai esclusivo e goloso collante del potere. Ma certo che D’Alema andrà avanti fino al 2001: volete che i Dini, le Bindi, i Cossutta, i Mastella, i Buttiglione che tutti insieme raggiungono a mala pena i suffragi europei della sola Bonino, ma che esprimono più della metà dei ministri, mettano a repentaglio un governo che, a questo punto, rimane l’unico loro portafoglio di clientela politica? La paradossale situazione italiana è la seguente: non soltanto viviamo in uno dei pochi paesi non africani il cui governo si regge su un rassemblement di trasformisti di destra e di sinistra, ma siamo in un paese in cui la stabilità dell’esecutivo sembra assicurata proprio da questa attitudine al trasformismo. Anomalia che, nel caso presente, assicura che né il leader dell’esecutivo, né tanto meno i suoi alleati (specie quelli prigionieri dei “trenta denari”) abbiano interesse a mollare l’osso di un potere conquistato fuori dalle urne. Al di là dei computi aritmetici da primi della classe, D’Alema e i suoi asinelli sanno molto bene di essere ormai minoranza nel paese reale, proprio per questo chiudono gli occhi e puntano ad arrivare ad ogni costo alla fine della legislatura, convinti che, in un biennio, grazie ai posti di potere da cui condizionano e controllano la vita del paese, possano vedere la fine del tunnel. Il ragionamento politico è ovviamente sensato, ma non è detto che centrerà l’obbiettivo. D’Alema infatti dovrebbe domandarsi: se dopo aver fatto fuori tutta la classe politica del dopoguerra (eccetto il Pci), la portentosa macchina giudiziaria alleata non è riuscita a mettere in galera Berlusconi ma ha ottenuto un risultato esattamente contrario (al punto che nella Milano-cattedrale di Mani pulite, Marcello Dell’Utri ha battuto ai voti e nelle preferenze perfino l’eroe del pool e leader degli asinelli Antonio Di Pietro) come è possibile arginare l’espressione politica di una società stanca delle camicie di forza imposte dallo statalismo nella scuola come nel fisco, nella sanità come nel lavoro? Ma sotto un altro profilo ci appare particolarmente significativa la lezione venuta dagli esiti del voto milanese e lombardo: nella città e nella regione da cui è partita la rivoluzione che probabilmente puntava a blindare a sinistra i prossimi decenni italiani, la politica giustizialista funzionale al nuovo Principe suggerita dal Tribunale di Borrelli&Co è stata chiaramente e, ci auguriamo, definitivamente respinta da un consenso popolare che ha fatto volare le forze politiche notoriamente più polemiche con certa magistratura (la lista Bonino-Pannella al 13% e Forza Italia oltre il 35%). Tant’è che nella competizione politica con il Berlusconi che voleva sfasciare, l’eroe perde dieci a uno,12O mila voti di preferenza per il Cavaliere, solo 12 mila per il mitico Tonino, ampiamente superato anche dal nostro uomo a Strasburgo Mario Mauro.

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