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Ad Haiti non abbiamo tombe su cui piangere, ma una chiesa dove pregare

gennaio 13, 2012 Fiammetta Cappellini

In un paesaggio che porta ancora le ferite del terremoto di due anni fa, la gente trova il tempo di versare quelle lacrime che finora ha trattenuto. Ma con l’anniversario la ferita si riapre e il dolore riaffiora. Tutto, intorno, parla di distruzione ma anche di una redenzione inaspettata e gratuita. Lettera di un’operatrice Avsi da Port-au-Prince.

Le nostre giornate cominciano presto, praticamente all’alba, con il caldo che nei quartieri si fa già sentire al sorgere del sole ed asciuga l’umidità notturna. Non avevo mai notato quanto umide fossero le notti haitiane fino al terremoto: due settimane a dormire sul cemento del parcheggio, senza materassi e senza coperte. Lo ricordiamo ancora. Già alle 6 e mezza siamo pronti ad affrontare il traffico micidiale della metropoli col suo panorama, che non ha mai smesso di evocare la catastrofe. Le strade di Port-au-Prince sono intasate e troppo piccole. Parte della carreggiata è ancora occupata dalle macerie: sono riusciti a rimuoverne poco più della metà. Le strade sono così strette che ogni manovra di un camion si trasforma in incubo per decine di auto. Le piazze occupate dai rifugi di fortuna dei terremotati.

Ma la gran parte della circolazione haitiana è costituita dai pedoni. A causa dell’assenza totale di marciapiedi, la strada è invasa da scolari in uniforme, manovali di tutti i generi, donne dirette al mercato con tutto il loro piccolo commercio raccolto nella cesta sopra la testa. Arriviamo agli uffici di Martissant e Cite soleil in tempo per l’alzabandiera della scuola elementare con cui dividiamo lo spazio. L’inno nazionale è uno dei pochi momenti che riescono a zittire il caos continuo delle strade haitiane. Alle 8 in punto “la Nazione si alza in piedi per salutare la bandiera” e per pochi istanti il patriottismo interrompe il traffico. I nostri bambini sanno che si trovano davanti ad un evento molto serio, già a tre anni, al primo anno di asilo.

Poi il via vai riprende. Apriamo l’ufficio, una piccola folla già radunata intorno, in attesa di tutto. Cominciano le attività: monitorare le presenze a scuola, andare a cercare i bambini assenti, a volte casa per casa, più spesso tenda per tenda. Già, perché di tende –  a Port-au-Prince – ce ne sono ancora decine di migliaia. Oltre 500 mila persone non hanno ancora trovato un alloggio. La maggior parte dei bambini scolarizzati da Avsi sono vittime del terremoto ancora alloggiate in rifugi. Molti sono orfani di entrambi i genitori. Andarli a cercare è una priorità. Un bambino assente, in queste condizioni, spesso non ha accanto a sé un adulto responsabile.

Così gli assistenti sociali partono, zaino in spalla, cappellino a visiera in testa, il logo Avsi bene in vista. In questi quartieri, bastioni di violenza, il nostro logo è una protezione contro le bande armate e contro la delinquenza comune. Spesso una protezione anche contro il malcontento della gente, che per fortuna non si è mai riversato su di noi. Il nostro lavoro è stimato perché viene dalla base, nasce in seno alla comunità stessa. Mentre l’équipe “educazione” parte, l’équipe “nutrizione” è già al lavoro. Alle 9 hanno già pesato e visitato decine di bambini. La lotta alla malnutrizione è il fiore all’occhiello di Avsi ad Haiti. Il ministero della Salute è soddisfatto dei nostri risultati, e le mamme applaudono le infermiere ogni volta che l’ago della bilancia segna un successo. Le mamme guardano quelle bilance come se attendessero da loro un verdetto. Ma la tenacia dei nostri operatori e di queste mamme ha spesso la meglio su tutte le previsioni dei protocolli.

Il grosso del lavoro dell’équipe comunque è spesso più umano e sociale che tecnico: ascoltano, consolano, condividono. La gente delle nostre comunità è stanca. Dalla tragedia ha imparato a risollevarsi, ha reagito con dignità e grandissima forza d’animo, con una fede che lascia sbigottiti. Ma anche la fede si nutre di segni, anche la speranza deve essere alimentata. E sulla lunga distanza non è facile. In concomitanza dell’anniversario del terremoto il dolore rinasce, la ferita aperta ricomincia a sanguinare. La gente vuole ricordare, vuole piangere i propri morti, gli stessi che non ha avuto tempo di piangere nel 2010, quando sopravvivere era più urgente. Allora lottavamo per non farci travolgere dal dolore, oggi difendiamo il nostro diritto di fermarci a ricordare, di lasciare che il dolore si esprima.

Lasciamo il terreno verso la base logistica delle Nazioni Unite per una delle frequentissime riunioni di coordinamento. La zona dell’aeroporto non cessa di essere un caos di gente e di mezzi, un girone infernale. Lo stesso nei quartieri alti, dove hanno sede le organizzazioni internazionali. Percorrendo le arterie principali incrociamo le autobotti che portano l’acqua potabile ai campi dei terremotati. Sono sempre meno numerose: i fondi scarseggiano. Eppure la gente continua a bere acqua infetta e l’epidemia di colera ancora non è domata. Come faranno senz’acqua? Come faremo senza fondi per dargliela? Non lo so. Oggi la comunità internazionale emette bilanci: metri cubi di macerie spostate, beneficiari serviti, scuole ricostruite… Lo facciamo inevitabilmente anche noi, ma il bilancio della nostra gente è molto più umano e molto meno tecnico. Oggi, nel ricordo del 12 gennaio 2010, ci sentiamo più uniti, più forti, temprati dalla vita e dal dolore condiviso. La nostra Nazione è fragile economicamente e vulnerabile, ma lo spirito degli haitiani è forte, indomito.

Il Governo ha indetto un giorno di memoria nazionale e di lutto. Ho detto che avremmo chiuso gli uffici, ho chiesto allo staff che cosa avrebbero fatto. «Andremo in chiesa. Non abbiamo nemmeno una tomba su cui piangere, quindi ci troviamo tutti lì a pregare per chi non c’è più, e a pregare per i nostri figli, che il Signore ci renda capaci di proteggerli e di dare loro un futuro». La giornata della memoria è ecumenica e interreligiosa come solo la fratellanza del dolore sa essere. E anche questo è per noi un grande insegnamento. Da straniera, ritengo un privilegio che i colleghi haitiani mi sentano parte della loro memoria del 12 gennaio. Mi fanno sentire che aver condiviso questa tragedia renda il legame con loro piu vero. Dei bambini si dice spesso che “il dolore li ha resi adulti”. Ecco, non posso immaginare un Paese più adulto di Haiti oggi.

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