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Acqua passata?

settembre 23, 2017 Mariarosaria Marchesano

La Banca europea vara un programma per rimettere in sesto la rete idrica nazionale. Duecento milioni per il centro-sud, ma la prima a fare richiesta dei fondi è la BrianzAcque

rete idrica

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – L’emergenza siccità e il razionamento dell’acqua a Roma potrebbero essere solo l’inizio di un incubo nazionale se non si trova una soluzione unica al finanziamento degli interventi per la manutenzione delle reti idriche dei comuni italiani. Ad eccezione dei grandi gruppi, la maggior parte dei gestori, infatti, ha difficoltà a trovare le risorse necessarie per rendere efficienti le infrastrutture di distribuzione dell’acqua, mettendo così a rischio l’erogazione del servizio e la disponibilità per i cittadini di un bene di primaria importanza. Il problema è molto serio ma pare essere sottovalutato dalla politica, nonostante gli sforzi del ministero dell’Ambiente guidato da Gian Luca Galletti durante le ultime emergenze. Di fronte a questa situazione, che al rischio idrogeologico legato alle caratteristiche del territorio italiano tende ad aggiungere il pericolo di un collasso infrastrutturale, la Banca europea degli investimenti ha deciso di intervenire con un programma ad hoc per l’Italia del valore di 200 milioni. Non una grande cifra, se si considera il fabbisogno del paese che, come stimato dalla stessa Bei, ammonta a 3 miliardi di euro all’anno, ma neanche troppo piccola se si considera che i fondi sono destinati soprattutto ad aziende di piccole e medie dimensioni che devono contribuire anche di tasca loro.

I cambiamenti climatici sono un dato di fatto e la previsione di aumento delle temperature nei prossimi anni, accompagnate da ondate di caldo e improvvise e imponenti piogge, come nel caso dell’alluvione di Livorno, va presa molto sul serio. Reti idriche inadeguate provocano una media del 35 per cento di perdite in rete prima ancora che l’acqua raggiunga le case italiane. Occorre, dunque, urgentemente riqualificare la rete. «Grazie al sostegno del piano di investimenti per l’Europa, siamo in grado di finanziare direttamente le aziende idriche italiane di piccola e media dimensione», spiega Despina Tomadaki, la funzionaria addetta ai prestiti della Bei che segue quest’operazione insieme con l’economista Patricia Castellarnau.

Un tandem femminile che non è un’eccezione nella nomenclatura della Bei presieduta dal tedesco Werner Hoyer e che vede come vice presidente Dario Scannapieco. L’intera divisione per le politiche ambientali, climatiche e sociali della Bei, istituzione che rappresenta il braccio finanziario della Ue, è presieduta dall’italiana Monica Scatasta, la quale in più di una circostanza ha fatto sapere che i fondi non mancano, ma servono programmi d’investimento affidabili e progetti che prendano in considerazione i cambiamenti climatici.

Un cane che si morde la coda
Tenendo fede a questo principio, volto a stimolare un atteggiamento di responsabilità e compartecipazione degli Stati che beneficiano degli stanziamenti, è stato varato di recente il nuovo canale d’investimento che va in aiuto alla rete idrica del nostro paese. La Banca ha messo a disposizione un programma strutturale che offre 200 milioni di euro per opere idriche, sistemi fognari e impianti di trattamento delle acque reflue, ma finanzierà solo la metà del costo dei vari progetti, prevedendo che dell’altra metà debbano farsi carico i gestori delle reti idriche. «Le piccole aziende del settore sono considerate troppo rischiose per beneficiare di un prestito diretto», continua Tomadaki, «la Bei è stata finora molto attiva nel settore idrico in Italia, ma questa è la prima operazione a interessare in modo diretto le piccole e medie aziende». In pratica, il finanziamento avverrà senza l’intervento di un intermediario bancario nazionale, com’è sempre avvenuto in passato.

In Italia, i servizi idrici sono regolamentati dallo Stato e sono organizzati in 64 aree di servizio, Esistono più di 2.700 operatori che erogano servizi a quasi 7.700 comuni. A parte alcune grandi aziende idriche, del calibro di Acea, A2A e Hera, che servono circa il 50 per cento della popolazione complessiva, la restante parte della rete è presidiata da piccoli gestori, per i quali l’accesso al credito è diventato estremamente difficile. Perché? Come spiega Andrea Guerrini, docente di economia aziendale all’Università di Verona nonché presidente del consiglio di gestione dell’Asa, azienda di servizi ambientali di Livorno, «il tradizionale modello di finanziamento degli interventi di manutenzione e riqualificazione è entrato in crisi a causa dell’avvicinarsi delle scadenze delle concessioni di gestione delle reti. Questo sta avvenendo un po’ in tutt’Italia provocando una sostanziale paralisi delle attività. Ci sono contratti che scadono nel giro di due o tre anni e altri anche tra sette o otto anni, ma si tratta pur sempre di periodi di tempo ritenuti insufficienti dal sistema bancario che per questi tipi di prestiti ha bisogno di coprirsi con garanzie reali e nel lungo periodo».

In proposito, va precisato che le uniche garanzie di cui i gestori idrici dispongono per l’accesso al credito sono rappresentate proprio dai contratti di concessione del servizio che intercorrono tra i comuni e le aziende, private, pubbliche o miste che siano. Insomma, un cane che si morde la coda. Ne sa qualcosa Publiacque, l’azienda che gestisce la rete idrica fiorentina la cui concessione scade nel 2021. Quali sono le alternative possibili? «Le ricerche fatte in questo campo dimostrano che i modelli che funzionano meglio sono quelli del nord Italia, come l’Alto Adige, e del nord Europa, quali Danimarca e Germania. Qui la manutenzione delle infrastrutture viene finanziata con soldi pubblici, che arrivano però da tariffe particolarmente gravose che i cittadini sono disposti a pagare a fronte di un servizio efficiente», prosegue Guerrini. «L’Italia è come la Francia: ha un modello di gestione misto, pubblico-privato. Nel nostro paese sarebbe difficile far passare l’idea che è necessario aumentare il costo del servizio perché verrebbe recepito come l’ennesima inefficienza dello Stato che viene scaricata sui bilanci delle famiglie o come un regalo ai privati. Ma il problema esiste e dovrebbe essere affrontato al più presto, pena il progressivo peggioramento della qualità dell’acqua e l’aumento del rischio di allagamenti e infiltrazioni in concomitanza con forti precipitazioni».

Il paradosso del Nord
Secondo i calcoli della Bei, nel settore idrico italiano il divario d’investimento che esiste tra il fabbisogno di opere e quelle effettivamente realizzate è in continuo aumento ormai da anni. Oggi è di quasi 3 miliardi di euro all’anno. E il programma messo in atto tenta, almeno in parte, di colmare questo divario intanto che il ministero dell’Ambiente individua una soluzione valida per l’intero settore, sbloccando il cortocircuito tra gestori e banche oppure costringendo i comuni a reinvestire parte degli utili in opere di riqualificazione. «Il prestito del programma strutturale sarà destinato alle aziende dell’Italia centrale e meridionale maggiormente bisognose di investimenti», afferma Patricia Castellarnau, precisando anche che vi saranno benefici non solo per gli abitanti, in termini di miglioramento della qualità e della copertura dei servizi, ma anche per l’ambiente con minori perdite nella rete e maggiore capacità di far fronte agli effetti dei cambiamenti climatici. Insomma, una ciambella di salvataggio lanciata soprattutto al centro-sud Italia. Paradosso, però, che la prima azienda idrica ad aver richiesto il prestito della Bei operi nell’Italia nord-occidentale. È la BrianzAcque, che gestisce i servizi idrici integrati della provincia di Monza e Brianza: destinerà le risorse al miglioramento delle proprie infrastrutture idriche e fognarie.

Foto Ansa

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