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A.C.A.B., il duro lavoro dei celerini

febbraio 1, 2012 Simone Fortunato

L’esordiente Stefano Sollima dirige un buon film dal taglio documentaristico. Protagonisti un gruppo di celerini impegnati a mantenere l’ordine nelle zone calde del paese e dove spesso la violenza prende il sopravvento

Film duro, cupo, dagli aspetti controversi. È l’esordio cinematografico di Stefano Sollima, già regista della buona serie televisiva Romanzo criminale e che sceglie una materia difficile da trattare, quella raccontata dal giornalista Carlo Bonini nel romanzo omonimo A.C.A.B. (l’acronimo sta per All Cops are Bastards), in cui si racconta il lavoro duro e difficile dei celerini impegnati nei posti caldi del paese, dal presidio allo stadio alle manifestazioni. Sollima (figlio del regista Sergio) ha molti meriti: il primo è quello di realizzare un robusto film di genere traendo il meglio dai quattro ottimi protagonisti (Giallini, Favino, Nigro e l’esordiente, sorprendente Domenico Diele) e realizzando ottime sequenze d’azione come quella in testa al film, molto realistica e coinvolgente. Il taglio è quello del documentario: tanti, fatti e poche parole. Il risultato è spiazzante. Un epopea con protagonisti quelli che Pasolini chiamava i veri proletari, opposti ai sessantottini figli della borghesia e che Sollima tratteggia effettivamente come figli del popolo, impegnati in polizia più che per grandi ideali per pagare il mutuo, dove nessuno si salva da una violenza che genera violenza e da uno Stato che non svolge la sua parte.

Il film da questo punto di vista è nerissimo e toglie ogni speranza nonostante la significativa svolta nel finale: c’è chi come Cobra (Favino) è un veterano di poche parole e dai modi spicci. Un personaggio ambiguo, legatissimo ai suoi compagni che chiama fratelli, esempio vero per le “spine”, come vengono chiamate le reclute, ma vittima anche lui di eccessi di violenza. C’è chi, come il novellino interpretato da Domenico Diele, è un coatto entrato in polizia perché senza reali alternative e che usa mezzi non leciti per garantire una casa alla madre sfrattata. Nel finale ha uno scatto di dignità che pagherà caro ma forse non basterà a garantirgli lo status di eroe positivo della vicenda. Altri sono dei padri alle prese con realtà problematiche: il bravo Giallini ha grosse difficoltà nel rapportarsi con un figlio caduto nella trappola neofascista mentre Nigro è alle prese, come tanti padri purtroppo, con il dramma della separazione e dell’allontanamento della figlia. Sollima, per non cadere nelle trappole dell’ideologia e del qualunquismo, evita discorsi sociologici e si attiene ai fatti. Il problema degli immigrati, lo sfascio della famiglia, la crisi economica da un lato, il fascino dell’appartenenza a un gruppo, di qualunque colore esso sia (dai circoli neofascisti alle squadre della polizia, ai coatti delle periferie, fino alle tifoserie). O sei in un gruppo o sei niente, afferma Favino/Cobra. Il gruppo salva o meglio ti fa sopravvivere, perché lo Stato non fa la sua parte.

La politica, rappresentata da un candidato consigliere comunale a Roma e sostenitore di Gianni Alemanno, è fatta di slogan e promesse non mantenute; lo Stato rappresentato dai funzionari di Polizia è decisamente poco incisivo. Conta quindi solo sopravvivere in un mondo che pare impazzito e immerso nella violenza e nel sangue: dall’omicidio Reggiani al caso Sandri fino alla morte dell’ispettore capo Filippo Raciti e alle violenze della scuola Diaz (davanti alle quai persino Cobra e compagni prendono le distanze). Sollima elenca fatti e descrive soluzioni, per lo più violente e inutili, come quelle del pestaggio della banda degli albanesi e non cede, fortunatamente, al qualunquismo becero di alcuni poliziotteschi all’italiana a cui pure guarda per stile e ritmo, ma non indica una possibile via. Non si trova né nella politica, né nelle istituzioni, né nella Chiesa e nemmeno nella famiglia.

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