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Noi abruzzesi, che ci chiniamo solo per la genziana

febbraio 6, 2017 Luigi Amicone

Ritratto del tipo umano abruzzese, che sa che basta un solo gesto esemplare per dare senso a tutta una vita

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Quando sali all’altopiano di Campo Imperatore e di lì vedi la luna, tu entri in un tempio dove potresti assistere al più spettacolare dei concerti dei Pink Floyd. Lato Atom Heart Mother. E invece ora non senti più cantare nemmeno la macellaia di Castel del Monte. La ragazzona felliniana che per tutta l’estate aveva presidiato l’altopiano e tenuto compagnia ai cavalli, sfilettando per gli avventori carne di agnello e di pecora. Ma che cavolo raccontano che non c’era nemmeno uno spazzaneve giù a Rigopiano, quando tutti sanno che da fine novembre a marzo, da Farindola a L’Aquila, versante occidentale del Campo, neve o non neve, da un certo punto in avanti, la strada è sempre rimasta chiusa, per disposizione di non si sa bene quale autorità statale, tutto l’inverno?

Ma che vanno dicendo sulle fondamenta dell’hotel, quando una massa ciclopica di neve ha chiuso definitivamente anche il rifugio Tito Acerbo che era lì, appena sopra il resort di Rigopiano, da almeno settant’anni? Quanti soliti brutti film stanno girando sulle povere vittime e rovine abruzzesi. Intanto, i suoi belli e struggenti canti li senti cantare solo dai figli di don Giussani. Uno dei quali, Alessandro Riccetti, è morto al proprio posto di lavoro, in reception, sotto il resort Rigopiano. «Pe cantà sta chiarità/ ncore me sente tremà!/ Tutte stu ciele stellate, tutte stu mare/ Che me fa sugna…».

Luntane cchiù luntane, altro che neve. Come tutti i popoli italiani, anche l’anima degli abruzzesi ha accumulato molta sabbia sopra di sé. «Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sulla faccia dell’abisso», dice un verso di T. S. Eliot, «come non è mai accaduto prima». Tutti senza Dio, ma in pantofole, anche noi italiani siamo diventati cinici, arroganti, borghesi, accomodati nella menzogna globalizzata. In un mondo che non è mai stato così piccolo e deserto come adesso che si può ispezionarlo e incontrare “gente”, da un capo all’altro del mondo, con un “clic”.

Ma gli abruzzesi ci salveranno. Perché? «Perché l’abruzzese si china solo a raccogliere la genziana». Lo abbiamo visto. O per lo meno subodorato in certe scene di disgrazia sotto il monte. Di certo, lo abbiamo udito dalla viva voce di uno dei familiari dei morti di Rigopiano. La genziana, appunto. Forte e gentile, come battezzò il tipo umano di questa terra un giornalista che aveva le stesse generalità di un grande scrittore ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio nazista, l’abruzzese si china al fiore. Ma non si piega alla menzogna. Della lagna, del capro espiatorio, del diritto insaziabile a portare alla sbarra qualcuno.

Perfino il cardinale Bruno Vespa
E come mai? Come mai con tutta la pasoliniana mutazione antropologica che c’è stata in Italia, la scomparsa delle lucciole, il nulla educativo, il dissolvimento di ogni senso del limite, la massificazione, la Chernobyl delle intelligenze e delle coscienze, l’abruzzese che abbiamo visto prendersi in faccia più neve di quanta ne sia mai venuta giù in Alaska e che in un fazzoletto di giorni ha collezionato il guinness dei primati di ciò che noi chiamiamo volgarmente “sfiga” (terremoto, valanga, alluvione, elicottero sfracellato al suolo) l’abruzzese, dicevo, rimane presente al reale, e casomai canta con Rino Gaetano «ma il cielo è sempre più blu»?

Ci tocca correggere Primo Levi. Gli abruzzesi non sono forti e gentili. Sono pazzi e cocciuti. Folli e caparbi. Bizzarri e ostinati. Indomabili e indomiti. Come mio padre. Ci vuole un valtellinese per capirli. O un calabrese di montagna. O uno della brigata sassarese. Anche mia madre, che è di versante pugliese – mentre io sono un figlio bastardo nato a Milano – conosce soltanto il sole salato delle grandi pianure. Mentre gli abruzzesi, di pianure ne hanno solo 100 chilometri, l’1 per cento del territorio. Il resto è mare lucente e dolce collina sotto la doppia imponenza dei massicci della Majella e del Gran Sasso.

Tra tanti abruzzesi massicci e famosi che conosciamo – John Fante, Croce, Flaiano, Pannella (e perfino il cardinale Bruno Vespa) – tutti e ciascuno, anche di quelli secchi come una bastone di scopa, anonimi, siano essi presi a zappare sulle colline o a chattare su Facebook, hanno questo marchio di fabbrica: animo dannunziano e Stato libero di Fiume. Follia e caparbietà sono le sue spade, non la sa lunga, ma sa che basta anche un solo gesto esemplare per dare senso a tutta una vita.

La follia domina generalmente lungo la fascia costiera (e specialmente dalle parti di Giulianova). Mentre la caparbietà appartiene piuttosto all’uomo dell’Appennino, lato occidentale, tra L’Aquila e Avezzano, dove tra pianori e tumuli brulli che ricordano paesaggi dell’Anatolia orientale, il sangue delle bestie e degli uomini scorre insieme al tremare costante della terra. In mezzo c’è l’uomo delle colline, l’abruzzese che pazzia e ostinazione modera in una sorta di arcadia agropastorale che resiste a ogni progresso virtuale. D’altra parte, non c’è posto al mondo che possa servire a tavola la perfezione della pasta (non solo De Cecco), del vino (non solo quirinalizio di Valentini) e soprattutto la passata di pomodoro, le salsicce, i peperoncini e, definitivamente, l’olio d’oliva. Specialmente tra le colline che dalla Valle del Tavo salgono verso Pianella, Cepagatti, Collecorvino, Loreto Aprutino, Penne, Case Bruciate, Farindola, posso assicurare che l’arcadia esiste. Certo, la natura aiuta. Per esempio, non voglio neanche immaginare come poteva essere l’eremo di Celestino all’epoca in cui per il «gran rifiuto» venne a seppellirsi in una vallata della Majella, che ancora oggi è così nascosta, solitaria, selvaggia, che forse il sito è perduto anche dai migliori boy scout.

Terra di conquista per eserciti in transito – normanni longobardi bizantini francesi spagnoli e infine piemontesi – nessuno dei “tipi” sociali che si sono avvicendati nella storia dell’Abruzzo ha messo radici: soldatini di eserciti nazionali o guerrieri di ventura, ufficiali, preti, nobili, borghesi e, infine, negli ultimi decenni, sradicati, migranti, proletari in conflitto di classe per diventare funzionari di partito, sindacalisti, impiegati statali e infine grillini, nessuno di costoro è riuscito a scalzare il “tipo” abruzzese.

Ci vorrebbe un Thornton Wilder
Oggi le sette piaghe d’Egitto sono le stesse del resto d’Italia. Ma l’abruzzese, che serba in cuore la pazzia e l’ostinazione del contadino (che conosco) con le gambe a L, il quale piuttosto che lasciare il proprio fazzoletto di terra si spezzerà le ginocchia, sa bene come non tacitare la coscienza e respingere le sirene del teatrino mediatico-giudiziario. Del quale direbbe quello che i suoi avi dicevano di un borgo evidentemente malfamato della provincia di Pescara. «Gente di Salle o popolaccio indegno ch’avete la coccia piena di tigna e senza cervello, avete lu Cristo appeso allu legno e pe’ bande li sunete là zampogne». E così aspettiamo l’alba di un giornalista, narratore, romanziere che ci dica come sono andate veramente le cose su a Rigopiano. Ma alla maniera buzzatiana di una Marina Corradi o di un Thornton Wilder del ponte di San Luis Rey. 

«Come n’a vena d’ore, l’acqua allu mare si ni va, l’acqua lucente e chiara in mezz’al mare si va a strafunnà». E allora, per finire, sentite questa storia che arriva fino a noi portata dall’acqua del canto chiaro e lucente abruzzese. C’era una volta un tale Bonifacio IV, monaco benedettino e santo di Valeria dei Marsi, dunque originario di quella zona aquilana oggi devastata da terremoti e valanghe. Bonifacio IV fu papa fra il 608 e il 615. E visse il suo ministero petrino tra longobardi e bizantini nei tragici tempi in cui genti straniere e natura matrigna minacciavano di sommergere quel che restava dell’Impero. Nel mentre insistevano sull’Italia alluvioni, terremoti, carestie, pestilenze e calamità di ogni genere.

Ebbene, quel monachello che dopo essere stato uno dei collaboratori di papa Gregorio Magno fu eletto inaspettatamente papa per la prematura morte di Bonifacio III, dopo soli nove mesi di pontificato e nove di Sede vacante, fece due cose simbolicamente gigantesche e che oggi potremmo definire di estrema laicità positiva: pur di salvare dalla distruzione il maggiore e più illustre tempio pagano della Roma antica, quello dedicato alla dea Cibele, detto altrimenti Pantheon, domandò e ottenne dal crudele e sanguinario imperatore bizantino Foca il permesso di trasformarlo in una chiesa consacrata alla Madonna (e ancora oggi è Sancta Maria ad Martires). Quindi, istituì la festa di Ognissanti, stabilendo così la perfetta continuità e comunionalità tra terra e cielo, tra vivi e morti. E questo accadeva proprio mentre la cristianità orientale implodeva, Gerusalemme e l’Impero erano invasi, conquistati e devastati dalle orde del re di Persia Cosroe II. Non sono strabilianti le analogie con il paesaggio di rovine e di calamità attuali? Eppure, l’abruzzese pazzo e indomito si china solo a raccogliere la genziana.

Foto Ansa

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