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«Non dite che abolire ogni limite all’aborto è “buon senso”. È pregiudizio»

luglio 1, 2016 Benedetta Frigerio

Una riflessione sulla sentenza della Corte suprema che ha abbattuto i nuovi paletti normativi del Texas sugli standard di sicurezza delle cliniche abortive

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La legge antiabortista approvata in Texas nel 2013, dopo una lunga ed estenuante battaglia parlamentare che aveva sancito la vittoria del governatore Rick Perry contro una senatrice determinata come Wendy Davis (per fare ostruzionismo aveva parlato 11 ore di fila), è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte suprema americana. Aveva contribuito a far chiudere 30 cliniche abortive delle 40 che erano in attività nello stato. L’analista politico Deirdre Cooper, della Texas Alliance for Life, spiega in un articolo ospitato da The Public Discourse (pubblicazione online del think tank Witherspoon Institute) perché la sentenza del 27 giugno è da ascrivere a una concezione positivista del diritto che non appartiene alla tradizione e alla Costituzione degli Stati Uniti.

QUALE «BUON SENSO». Innanzitutto bisogna premettere che la legge texana, oltre a interdire le interruzioni volontarie di gravidanza dopo la 20esima settimana di gravidanza, imponeva alle cliniche abortive di adeguarsi agli standard di igiene e sicurezza degli ambulatori chirurgici. Sono stati proprio i costi di tale adeguamento a costringere diversi centri a chiudere. Il tribunale supremo però «sostiene che nessun requisito va anteposto all’interesse che lo Stato ha per la salute delle donne», nota Cooper sottolineando la falsità dell’argomentazione. Pretestuoso, secondo l’autore dell’articolo, anche l’appello della maggioranza della Corte al «buon senso», visto che ben «nove grandi strutture operano tutt’ora in Texas con la capacità di provvedere agli aborti».

CHI SCRIVE LE LEGGI. Il buon senso evocato dai giudici che hanno sottoscritto il verdetto è «lontano da ciò a cui si riferiva Alexander Hamilton su The Federalist quando parlava dei “naturali e semplici dettami del senso comune”». Il buon senso americano «comprende i princìpi basilari della legge naturale e i loro immediati corollari», come dimostra «il giuramento di Ippocrate». Infatti, continua Cooper, «la nostra Costituzione stabilisce che al legislatore spettano il potere e la responsabilità di tradurre i princìpi morali basilari in legge positiva». Proprio in virtù di questa visione il diritto americano limita il potere discrezionale della legge positiva, lasciando agli stati la libertà di legiferare come meglio credono sulle questioni etiche. «Purtroppo» però, osserva Cooper, «l’attuale Corte si è arrogata il compito di legiferare tramite l’interpretazione e traveste la sua passione, il suo pregiudizio e il suo interesse da “buon senso”». Con il rischio tra l’altro di dare il via a una valanga di ricorsi contro i numerosi freni normativi imposti all’aborto negli ultimi anni da diversi stati americani.

IL MACELLAIO. Secondo Cooper inoltre «i giudici Breyer, Kagan, Sotomayor, Kennedy e Ginsburg» con la “opinion” che hanno firmato dimostrano «di aver fatto propri gli interessi dell’industria dell’aborto», dal momento che quel verdetto «cita il costo dell’adeguamento (delle cliniche ai nuovi standard sanitari, ndr) come un motivo per sentenziare contro il buon senso del popolo del Texas». Ma non è finita. I giudici favorevoli alla cassazione della legge texana hanno fatto riferimento nella deliberazione al famigerato caso del ginecologo macellaio Kermit Gosnell e della sua “clinica degli orrori”, lo stesso caso utilizzato dai sostenitori della norma per promuovere la necessità della riforma. Ma la conclusione dell’«ala liberal» della Corte è che «non c’è ragione di credere che un ulteriore livello di regole avrebbe avuto effetti sul comportamento» del medico sanguinario. Un ragionamento, commenta Cooper, che «ridimensiona la capacità della legge di alterare i comportamenti umani»: un paradosso per la società moderna sempre pronta a “educare” i cittadini attraverso la legge. O forse bisogna piuttosto ritenere che i giudici sono troppo «convinti che l’aborto sia un valore positivo per le donne» per non vedere ogni possibile limite alla pratica come una minaccia.

PORRE FINE ALL’ABORTO. La decisione della Corte suprema secondo Cooper può avere effetto su tutte le norme statali di questo tipo, e dunque rischia di infliggere un «duro colpo alle donne e ai bambini» di tutta l’America, dato che ora leggi analoghe a quella texana «saranno abrogate in tutti gli Stati». Ma dove ha origine questa venerazione dell’aborto, dettata dalla «paura» di avere figli? Secondo l’analista la causa è una concezione distorta dell’amore. Un «amore di sé disordinato». Per questo, riflette Copper, «dobbiamo recuperare una capacità di comprensione dell’ordine dell’amore in cui l’oggetto ultimo dell’amore non siamo noi stessi». Abbiamo bisogno di «un rinnovamento dell’idea dell’amore come dono si sé». Solo così «la mia generazione porrà fine all’aborto». A quello che Cooper chiama «regime culturale macchiato del sangue di sei milioni di bambini non nati».

Foto Ansa

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