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«Abolire l’anonimato materno? Così si colpirà chi rinuncia eroicamente al proprio disegno sul figlio. Come ha fatto Marta»

dicembre 10, 2014 Benedetta Frigerio

Intervista a Paola Bonzi (Cav Mangiagalli): «L’adozione va tutelata in ogni modo, basta leggi che intendono i bambini come beni di consumo da usare o scartare»

Cambiare le norme sulla tutela dell’anonimato materno, protetto dalla legge sull’adozione del 1983 e dal codice della privacy del 2003? Secondo Paola Bonzi, storica responsabile del Centro di aiuto alla vita dell’ospedale Mangiagalli di Milano, è «un errore, un rischio troppo grande messo in coda ai troppi che già ci prendiamo e che saranno accollati ai nostri figli». Secondo la Bonzi, che grazie all’opera del Cav ha salvato migliaia di figli e di mamme dall’aborto, l’effetto del testo che la Camera si appresta ad approvare «rischioso non solo per le donne ma anche per i loro bambini e le famiglie che li hanno adottati».

Insomma non si salva nessuno.
Se il tribunale può muoversi arbitrariamente per rintracciare la madre su richiesta di un figlio, come prevede il testo alla Camera, si rischia di ledere la vita privata di una donna che magari in quel momento non poteva tenere il bambino, ma che potrebbe anche aver superato poi il momento difficile e trovato un equilibrio. Andare a scombussolarlo è ingiusto. Ma è una cosa che può causare danni anche al figlio stesso e alla sua famiglia adottiva. Il figlio, come tutti bambini dati in adozione, crescerà comunque con qualcosa in meno. Anche nelle adozioni meglio riuscite rimane una ferita, che spesso riemerge nel periodo dell’adolescenza e che può portare alla ricerca della madre biologica, ricerca che può essere causa di nuove delusioni: se la donna ha chiesto la condizione dell’anonimato una ragione ci sarà. La coppia adottiva, infine, potrebbe vedersi ulteriormente ridotte le garanzie di crescere al proprio meglio il bambino accolto. Aggiungo poi che la maternità non è solo quella biologica, ma consiste nell’educare al senso della vita.

Quest’ultimo è l’argomento preferito dai sostenitori della fecondazione eterologa, molti dei quali, però, paradossalmente rispetto all’anonimato materno si schierano a favore del testo ora in Parlamento, perché «ognuno ha il diritto di conoscere le proprie origini».
Questa è tutta un’altra questione. Io parto in ogni caso dal più debole, il figlio che va preservato. La legge sull’adozione serve a tutelare il bambino, quella sull’eterologa a metterlo nei guai: negare a priori che la maternità biologica coincida con quella spirituale significa creare volontariamente la ferita di cui ho parlato prima.

Qualcuno arriva a sostenere che sia meglio abortire che dare in adozione il proprio figlio.
È un’altra argomentazione astratta e illogica. Se il figlio c’è, è meglio con una ferita che morto: l’anonimato serve proprio a non procurargli altri danni derivanti da una situazione drammatica. Ma oggi si sragiona perché si butta via la bussola dell’evidenza. La mia logica è semplice: la realtà e la natura sono fatte in un certo modo e noi dobbiamo seguirle e rispettarle. E dove c’è una devianza cercare di correggerla al meglio. A questo serve l’adozione.

Natura? Creazione ordinata? Non sono argomenti passati?
Sì, per me chi ha fatto le cose è un Creatore buono che pensa tutto al meglio, per la nostra felicità. Ma la natura è natura per tutti, non occorre una grande fede o una particolare intelligenza per rendersi conto che forzandola, prima o poi, ci si ritrova nei guai.

Una madre che dà un figlio in adozione sta seguendo la natura?
Una madre che rimane incinta senza volerlo o si ritrova in una situazione dura e decide eroicamente di privarsi di suo figlio piuttosto che ucciderlo sta seguendo la natura e infatti non interrompe la gravidanza. Salvaguardando anche se stessa dalla ferita dell’aborto.

Ha detto eroica?
Le racconto la storia dolorosa di una donna che ho seguito personalmente. Marta, chiamiamola così, sapeva di avere il cancro, tutti i medici le dicevano di abortire perché le cure non erano compatibili con la vita. Venne da me circa una decina di volte per chiederci aiuto: parlammo con i medici offrendole supporto e lei decise di proseguire la gravidanza. Cosciente del fatto che le restava poco tempo da vivere, decise di partorire suo figlio e di darlo in adozione. «Paola – mi chiese – ma io sono una cattiva mamma?». Si immagina cosa risposi di fronte a tanta carità. «Tu – la confortai – sei una brava mamma perché ti privi della dolcezza di cullare questo bambino che potrebbe consolarti alla fine della tua vita, per dargli un futuro migliore». Intanto riuscimmo a ottenere dal tribunale il permesso affinché Marta potesse scrivere una lettera per il piccolo, gliel’avrebbero letta i genitori adottivi. Il bimbo nacque a febbraio, lei morì dopo nove mesi. Il suo fu un gesto straordinario ed eroico, fatto con grande carità e amore.

Ma proprio per questo non sarebbe giusto che tutti i bambini sapessero che le loro madri non volevano abbandonarli ma hanno “dovuto” farlo?
Ricordo altre due donne che sono venute da me a dirmi che piuttosto che abortire volevano dare il figlio in adozione. Entrambe desideravano per i figli che portavano in grembo quella crescita sana che loro non avrebbero potuto garantirgli loro proprio per la situazione in cui li avevano concepiti. La sola cosa che feci fu lavorare per far comprendere loro la gratuità di quel gesto.

In effetti suona strano in un mondo dove il figlio è concepito come un possesso.
Poi non lamentiamoci se i nostri giovani crescono disadattati: non facciamo altro che togliere loro certezze, e pretendere anziché sacrificarci per loro. È un relativismo che genera la cultura dello scarto di cui parla papa Francesco. Per questo non approverei mai un’altra legge che va in questa direzione.

Cosa intende quando dice che il relativismo genera la cultura dello scarto?
Oggi bisogna per forza essere “strani” e “diversi”. Se una persona è normale si deve quasi vergognare e rischia di passare come reazionaria. Mentre oggi, per fare ciò che vuole, l’uomo sostiene che non c’è nulla di stabilito. Così niente è importante in sé, conta solo ciò che decide il soggetto e tutto può essere usato per questo fine, anche la vita altrui che si trasforma in un bene di consumo da usare o scartare. Al contrario, nell’adozione la vita la si protegge e la si accoglie. Perciò, ripeto, l’adozione va tutelata.

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