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A Bruxelles la matematica è un’opinione (politica). Dalla corruzione all’ambiente, tutte le euro-statistiche taroccate

febbraio 17, 2014 Rodolfo Casadei

Conti pubblici. Economia sommersa. Emissioni di gas serra. Flussi di persone. Non si contano i rapporti e gli studi Ue “aggiustati” per forzare l’integrazione o per fare gli interessi di qualche stato

european-parliament-parlamento-europa-1Coi numeri l’Unione Europea ha avuto sempre problemi, sin dalla sua nascita ventidue anni fa. Perciò non c’è da meravigliarsi se la Commissione europea pubblica, con notevole ritardo sui tempi previsti, un mediocre rapporto sulla corruzione nei paesi aderenti e avvalora dati privi di base scientifica riguardanti l’Italia. A Bruxelles la matematica è sempre stata un’opinione (politica, naturalmente), se permette di forzare tempi e modi dell’integrazione, oppure se serve a fare gli interessi degli stati, specie quelli più grossi. La Commissione predilige la prima delle due proposizioni condizionali, il Consiglio europeo la seconda.

Fu il Trattato di Maastricht nel 1992, atto istitutivo dell’Unione che succedeva alla Comunità europea, a mettere nero su bianco le cifre dei criteri contabili che chi voleva entrare a far parte dell’unione monetaria europea, destinata a sfociare nell’adozione della valuta europea comune, avrebbe dovuto rigorosamente rispettare: rapporto fra il deficit pubblico annuale e il Pil nazionale non superiore al 3 per cento; rapporto fra il debito pubblico e il Pil non superiore al 60 per cento. Sappiamo poi come è andata: il criterio del 60 per cento non è mai stato preso in considerazione nemmeno vagamente (Italia e Belgio ne furono esentati da subito), quello del 3 per cento è stato applicato con severità (apparente) al momento dell’ingresso dei vari paesi nell’euro, dopodiché è diventato poco più che facoltativo.

european-parliament-parlamento-europa-3I primi pasticci coi numeri l’Unione Europea ha cominciato a farli nell’imminenza dell’adozione dell’euro, quando vennero presi per buoni dati paese chiaramente taroccati. Un errore di generosità, diranno sempre gli euroentusiasti: si trattava di far fare al maggior numero possibile di paesi europei un grande passo irreversibile verso un’unione finanziaria che poi sarebbe diventata politica. Una furbata che ha fatto parecchie vittime e che alla fine si rivolterà anche contro chi l’ha escogitata, dicono gli eurocritici: la Germania voleva esportare più Mercedes e più Bmw e investire nel debito pubblico e privato europeo i suoi profitti per non alimentare inflazione in patria, i paesi euromediterranei volevano denaro a tassi stracciati per finanziare i consumi e la spesa pubblica.

Dopo di allora la disinvoltura nel maneggiare le cifre è diventata un’abitudine, uno strumento di governo dell’Unione. Anche in materie di importanza molto minore della moneta comune. Come per esempio il Rapporto anti-corruzione che con non poca fanfara la Commissione europea ha reso pubblico settimana scorsa.

Tutti i giornali italiani e alcuni stranieri hanno titolato su quello che pareva il contenuto più suggestivo del rapporto: la corruzione costa all’Europa 120 miliardi di euro all’anno, e l’Italia da sola è responsabile della metà di questa somma, cioè 60 miliardi di euro. Entrambi i dati sono campati per aria. Il rapporto fa essenzialmente la radiografia delle misure anti-corruzione in vigore nei 28 paesi dell’Unione, spiega i meccanismi di controllo e gli strumenti penali a disposizione, dà conto dei dibattiti sulla efficacia o inefficacia delle misure in vigore, concentra l’attenzione sul tema degli appalti pubblici. Ci sono capitoli paese e c’è un’indagine di Eurobarometro ricalcata su quelle che annualmente produce Transparency International: vengono poste ai cittadini dei vari paesi domande intorno alla percezione che loro hanno della corruzione.

european-parliament-parlamento-europa-4In pratica si tratta di un sondaggio d’opinione, dal quale si conclude che probabilmente la Grecia e l’Italia presentano fenomeni maggiori di corruzione della Danimarca e della Finlandia perché alla domanda “lei crede che la corruzione sia molto diffusa nel suo paese?” rispondono “sì” il 99 per cento dei greci e il 97 per cento degli italiani, ma solo il 20 per cento dei danesi e il 29 per cento dei finlandesi. A parte i dati macroeconomici relativi ai vari paesi, nel rapporto non ci sono altre cifre che non siano percentuali di risposte a domande rivolte al pubblico, tranne le due che hanno fatto i titoli dei giornali: 120 miliardi di perdite per corruzione in Europa, 60 nella sola Italia. Quando però si cerca di capire come la Commissione europea sia arrivata a produrre questi due dati, si scopre che li ha semplicemente scopiazzati, e pure male.

La verità della Corte dei Conti
Dei 120 miliardi si parla a pagina 3 e si rimanda a una nota. Nella nota si legge: «I costi economici totali della corruzione non possono essere facilmente calcolati. Il dato citato è basato su stime di istituzioni e corpi specializzati, come la International Chamber of Commerce, Transparency International, UN Global Compact, World Economic Forum, Clean Business is Good Business, 2009, che suggeriscono che la corruzione ammonta al 5 per cento del Pil mondiale». La stessa nota, tale e quale, era apparsa in un’altra comunicazione della Commissione europea, datata 6 giugno 2011 e intitolata Fighting Corruption in the EU. Passano gli anni, e la Commissione combatte a parole la corruzione ma non riesce a produrre lo straccio di una cifra e continua a citare le vecchie cifre di altri.

E i 60 miliardi italiani? Li troviamo nel capitolo dedicato al nostro paese dove si legge: «La Corte dei Conti italiana ha sottolineato che i costi diretti totali della corruzione ammontano a 60 miliardi di euro all’anno, equivalenti al 4 per cento circa del Pil». Ma la Corte dei Conti non ha mai parlato così! Nella relazione del suo procuratore generale presentata il 16 febbraio 2012 a pagina 100 si poteva leggere: «Se l’entità monetizzata della corruzione annuale in Italia è stata correttamente stimata in 60 miliardi di euro dal Saet del Dipartimento della Funzione pubblica, rispetto a quanto rilevato dalla Commissione europea l’Italia deterrebbe il 50 per cento dell’intero giro economico della corruzione in Europa! Il che appare invero esagerato, considerando che il restante 50 per cento si spalmerebbe, senza grandi problemi, negli altri 26 paesi dell’Unione Europea (allora erano in tutto 27, ndr)».

A titolo d’esempio, si prenda in considerazione la stima dell’economia sommersa nei 28 paesi dell’Unione fatta dal professore austriaco Friedrich Schneider (fonte utilizzata anche dalla Commissione europea). Diversamente da quello che spesso si scrive, l’Italia non è né il primo né il secondo paese per economia sommersa nell’Unione a 28: davanti a lei ci sono ben 11 paesi, che hanno fra il 22 e il 32 per cento di Pil in nero; l’Italia avrebbe il 21,6 per cento di Pil sommerso, che non è poco (vedi grafico riportato qui sotto). Ma se sommiamo il nero della Germania (13,5 per cento) con quello della Francia (11 per cento), paesi che presentano un Pil superiore a quello dell’Italia, già intuiamo che l’economia sommersa italiana è nettamente inferiore alla metà del totale dell’Unione, e a spanne possiamo dire che verosimilmente il sommerso italiano potrebbe equivalere a un quinto del totale. Come potrebbe la corruzione valere addirittura la metà del suo “costo” totale europeo?

economia-sommersa-europa-2012-tempi

Statistiche taroccate
Insomma, a Bruxelles o non sanno leggere quel che scrive la Corte dei Conti italiana oppure fanno finta, per ragioni squisitamente politiche. Più probabile la seconda. Quando le statistiche non sono taroccate, come quelle sulla corruzione, sono imbellettate. Per esempio quelle sulle disoccupazione sono scritte in uno strano modo. Prendete il comunicato stampa Eurostat sulla disoccupazione dell’8 gennaio scorso. Esordisce così: «Il tasso di disoccupazione nell’Eurozona era del 12,1 per cento nel novembre 2013, stabile da aprile. Il tasso di disoccupazione nell’Unione a 28 era del 10,9 per cento, stabile da maggio. In entrambe le zone i tassi sono cresciuti in rapporto al novembre 2012, quando erano 11,8 per cento e 10,8 per cento rispettivamente».

european-parliament-parlamento-europa-5Questo modo di comunicare i dati della disoccupazione, che Eurostat pratica da quando esiste l’euro, crea la falsa impressione che la disoccupazione, dove più e dove meno, cresce ovunque in Europa: sia dove circola l’euro sia dove si usano le valute nazionali. Così non è. Se analizzate i dati con un po’ di attenzione scoprite una ben diversa verità, che è la seguente: la disoccupazione continua a crescere nei paesi che hanno adottato l’euro, mentre è leggermente calata in quelli che sono rimasti alle valute nazionali. Se nel giro di un anno la disoccupazione nell’Eurozona (17 paesi) è cresciuta di 0,3 punti percentuali, mentre nell’Europa a 28 è cresciuta dello 0,1, questo significa che negli 11 paesi dove non c’è l’euro l’occupazione è cresciuta! Ma a Bruxelles non racconterebbero le cose così nemmeno sotto tortura.

Sono numerose le circostanze in cui la Commissione viene bacchettata per l’uso disinvolto dell’aritmetica. Per esempio il progetto di riforma del mercato delle emissioni di gas a effetto serra è stato definito dal direttore scientifico della cattedra di Economia del clima dell’Università Dauphine di Parigi «un capolavoro di tecnocrazia bruxellese». Le “quote di riserva” che introdurrebbe, pensate per rendere più costose nel tempo le quote di emissioni scambiate fra produttori, causerebbero in realtà una volatilità dei prezzi, la cosa peggiore dal punto di vista economico.

Festival of Europe Open day 2013 in StrasbourgI conflitti d’interesse
Altro oggetto di polemica anti-Commissione è il sistema “smart borders” per velocizzare i controlli dei flussi di persone alle frontiere senza rinunciare alla sicurezza. Dal 2008 la Commissione europea se ne occupa e l’anno scorso ha avanzato due proposte di regolamento dopo aver commissionato una serie di studi di valutazione d’impatto. Il Parlamento europeo s’è lamentato che le valutazioni sono «basate su un impianto tale da legittimare l’opzione politica già scelta dalla Commissione». E ha fatto notare che anche stavolta ha giocato coi numeri.

Lo studio di valutazione d’impatto del 2010 stimava così i costi identificati: «Per quanto riguarda il valore dei costi, va preso in considerazione il valore mediano, considerando una possibile oscillazione del 25 per cento circa, in più o in meno». Invece negli studi di valutazione successivi gli stessi costi di prima vengono definiti «valore massimo». Ma in realtà nessun nuovo dato fa pensare che i costi non saranno mai più alti del previsto del 25 per cento, anzi i sistemi sperimentati nel Regno Unito fanno temere proprio questo.

Quando non sono attaccabili sotto il profilo tecnico, certi studi della Commissione lo sono per i conflitti d’interesse che presuppongono. Per esempio László Andor, il socialista ungherese commissario europeo per l’Occupazione, gli affari sociali e l’integrazione, ha commissionato uno studio sull’impatto che gli immigrati non attivi hanno sui bilanci del welfare dei paesi europei. Lo studio, commissionato a due istituti (l’anglo-americano Icf Ghk e il belga Milieu Limited), dimostrerebbe numeri alla mano che l’impatto degli immigrati privi di lavoro sui bilanci del welfare e della sanità dei paesi europei è molto basso, e che pertanto quello del “turismo dell’assistenzialismo” sarebbe un mito. L’esistenza di un fenomeno di stranieri comunitari che si recano nel Regno Unito per lucrare benefit senza lavorare è stato al centro di molti dibattiti politici britannici, e ha causato un giro di vite sulle politiche di welfare riservate agli immigrati. Lo studio voluto dal commissario ungherese mette in dubbio l’esistenza stessa dell’oggetto del dibattito.

european-parliament-parlamento-europa-7Le leggi ad personam
Tutto normale? Non proprio, quando si considera che Andor è la stessa persona che ha denunciato alla Corte di Giustizia europea il Regno Unito perché «in violazione del diritto europeo, non applica il test di “residenza abituale” agli stranieri comunitari che risiedono nel paese e richiedono benefit di competenza della sicurezza sociale, e invece applica il cosiddetto test del “diritto a risiedere”, in conseguenza del quale cittadini dell’Unione Europea non possono ricevere specifici benefit di sicurezza sociale ai quali hanno diritto in base al diritto comunitario, come per esempio assegni familiari». Sì, Londra sottopone le richieste di provvigioni di welfare di cittadini stranieri che non lavorano a condizioni più rigide della maggior parte degli altri paesi dell’Unione. E Secondo Andor questo vìola il diritto europeo.

Ma non è tutto: i due istituti di ricerca a cui è stato appaltato lo studio sopra citato sono da tempo consulenti della Commissione europea. Fra il 2007 e il 2012 hanno strappato contratti di consulenza per la bellezza di 85 milioni di euro: difficile aspettarsi da loro una sconfessione delle posizioni di Andor. L’autrice del capitolo sull’accesso degli stranieri comunitari al sussidio di disoccupazione nel Regno Unito è un’avvocatessa scozzese esperta di diritto ambientale, abituale consulente retribuita della Commissione europea sul recepimento delle direttive ambientali europee nelle legislazioni degli stati membri.

Ah, naturalmente il capitolo sull’Italia del Rapporto anti-corruzione dell’Unione criticava le leggi ad personam e i conflitti di interesse scarsamente regolati.

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