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2015, un anno di belle speranze e poca sostanza. Ecco perché le riforme di Renzi non ci aiuteranno a crescere

gennaio 25, 2015 Filippo Astone

Ripresina, sì, ma trainata più dalla buona sorte che dalle misure del governo. Non era meglio puntare sull’innovazione invece che sulla svalutazione del lavoro?

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Come andrà l’economia nel 2015? Ci saranno un po’ di posti di lavoro in più? Staremo tutti meglio o peggio? I ragazzi avranno qualche speranza o saranno costretti a emigrare? E se resteranno qui, li attende un’esistenza perennemente precaria? E gli affitti? E la spesa? Ce la faremo a farla o dovremo ancora tirare la cinghia? Altro che presidenza della Repubblica, abolizione del Senato, agibilità politica di Silvio Berlusconi e compagnia bella. I temi che davvero interessano alle famiglie italiane sono questi. Tutto il resto, alla fine, è noia.

In breve, si può dire che nel 2015-2016 ci sarà una piccola ripresa economica trainata da fattori internazionali e dall’andamento dell’economia mondiale (+4 per cento tra il 2015 e il 2017). In pratica, un colpo di fortuna ci impedirà di declinare ancora di più, e ci farà riemergere un pochino, ma solo un pochino. In tutto ciò, le tanto sbandierate riforme del governo di Matteo Renzi non avranno alcun merito. Sono solo un gigantesco rimescolio di carte finalizzato a conquistare il consenso di elettori faciloni e male informati.

Dunque, l’economia italiana andrà un po’ meglio, e la disoccupazione smetterà di crescere. Il merito è solo della buona sorte: ci saranno congiunture economiche internazionali molto favorevoli (come l’attuale calo del prezzo del petrolio) e anche l’Italia ne beneficerà. Così, il Pil crescerà dello 0,5 per cento nel 2015 e dell’1,1 per cento nel 2016; i consumi delle famiglie dello 0,5 per cento e dello 0,8 per cento; le esportazioni di beni e di servizi addirittura del 3,5 per cento e del 4 per cento. Siamo ben lontani dal recupero dei livelli pre-crisi (il Pil pro capite è sceso del 12,3 per cento reale dal 2007, tornando ai livelli del 1997) ma tant’è. Non ci saranno posti di lavoro in più, ma almeno il tasso di disoccupazione si stabilizzerà. Nel 2014, infatti, il tasso di disoccupazione è stato del 12,7 per cento: nel 2015 è atteso crescere al 12,9 per cento, per poi calare al 12,6 per cento nel 2016 e diminuire sensibilmente a partire dal 2017. Prima che la crescita dell’economia si rifletta sull’occupazione, infatti, è sempre necessario un intervallo di tempo durante il quale si scontano ancora gli effetti della crisi precedente. Quali meriti in tutto ciò avranno il governo di Matteo Renzi e le sue riforme? Nessuno. Ma l’ex Rottamatore gode di buona sorte, potrà reclamare il merito di questo mini-miglioramento dell’economia e amplificarne la portata.

Che cosa ci farà bene
Ma non c’è solo la già citata crescita dell’economia mondiale nei prossimi tre anni che farà bene all’Italia. Nel biennio 2015-2016 il centro studi di Confindustria prevede ben cinque situazioni contemporaneamente favorevoli all’economia italiana, e quindi al lavoro: il crollo del prezzo del petrolio; la svalutazione dell’euro; gli scambi mondiali in accelerazione; la diminuzione dei tassi di interesse; la politica di bilancio europea più favorevole alla crescita. L’elemento più importante è il petrolio. A fine 2014, il prezzo del barile è sceso di oltre un terzo in poche settimane e secondo tutti gli osservatori si stabilizzerà sui valori più bassi ancora per moltissimo tempo. Il calo del barile rappresenta un enorme vantaggio per le nostre aziende (l’Italia è il secondo paese manifatturiero d’Europa dopo la Germania, con una forte presenza di imprese energivore) che quindi potranno spendere meno, fare più utili, vendere prodotti più competitivi in virtù del loro prezzo più basso. Il greggio più a buon mercato nel 2015 comporterà minori esborsi per le aziende italiane pari a 14 miliardi di euro, un vantaggio superiore a quello che qualsiasi manovra economica potrebbe erogare.

Altro elemento importante è la crescita del commercio mondiale, che è già cresciuto del 2,7 per cento nel 2013 e del 3,2 per cento nel 2014. Nel 2015 aumenterà del 4,4 per cento e nel 2016 addirittura del 4,5. Una crescita che aiuta molto le aziende italiane, le migliori delle quali sono esportatrici.

Terzo fattore, il cambio euro/dollaro, che nel 2014 è sceso a 1,2 euro per un dollaro, e secondo quasi tutte le previsioni nel 2015-2016 potrebbe calare ancora, rendendo i prezzi dei beni venduti all’estero ancora più competitivi.

Resteremo a galla, è vero, ma non parliamo di fine del declino. L’Italia, insieme alla Spagna e alla Grecia, è l’unico paese europeo che non ha recuperato i livelli pre-crisi e non sembra nemmeno volerci provare. Spende in ricerca e sviluppo appena l’1 per cento del Pil, mentre la media dei paesi europei avanzati è del 3 per cento. Tutto il contrario degli Stati Uniti di Barack Obama, che grazie alla sua ricetta economica si stanno risvegliando alla grande: il loro Pil è cresciuto dell’1,9 per cento nel 2013 e del 2,3 per cento nel 2014. In futuro è prevista una ulteriore crescita del 3,2 per cento nel 2015 e del 2,9 per cento nel 2016.Si fa fatica a vedere, anche solo a immaginare, un cambiamento di passo, una svolta, una speranza. I paesi che hanno progredito (Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna e, in qualche misura, la Francia) hanno tutti seguito una ricetta basata su una chiara visione del futuro; forti investimenti in istruzione, ricerca e sviluppo; significativa presenza dello Stato pur senza alterare la concorrenza; politica industriale per rafforzare la manifattura. Si è lavorato su distretti industriali geograficamente localizzati, con una forte collaborazione con le università. In questi luoghi, le università, generosamente finanziate dallo Stato, fanno ricerca di base che mettono a disposizione delle aziende del luogo, spesso organizzate con grandi industrie intorno alle quali ruotano piccole e medie imprese e tante start-up.

Solo il manifatturiero – soprattutto se di qualità – può essere il motore principale di una crescita economica sostenibile, in virtù dell’innovazione tecnologica che esso crea e alimenta, e che dalle fabbriche si irradia al resto del sistema paese. Oggi, la competitività di un paese dipende solo dalla sua capacità di intercettare i cambiamenti in atto. E soprattutto da quanto le sue industrie riescono a innovare. Il manifatturiero è vitale ovunque. Ma lo è particolarmente in Italia, paese trasformatore da sempre, visto che ha pochissime materie prime e che ne compra abbondantemente dall’estero. Se non rivende all’estero le materie prime trasformate, l’Italia muore. Ecco perché non è più accettabile l’immobilismo della politica italiana sulle scelte strategiche. Ecco perché urge una forte politica industriale.

Un’azienda manifatturiera non è fatta solo di macchine. È un sistema cognitivo distribuito, che aumenta ancora di più la sua complessità (e quindi la sua capacità di creare valore economico e sociale) se ruota attorno a tecnologie avanzate. Il gigantesco patrimonio di conoscenza implicita ed esplicita che forma questo sistema cognitivo risiede nella memoria delle persone che ci lavorano (padroni, manager, operai, impiegati, fornitori) in misura uguale, o spesso anche maggiore, dei file che sono depositati in vari computer. Uno dei principali problemi dell’Italia è un 25 per cento di capacità produttiva che è rimasto inutilizzato. Prima della crisi il manifatturiero pesava per il 21 per cento circa del nostro Pil, adesso è il 16 per cento. In altre parole, le nostre fabbriche potrebbero facilmente produrre e vendere un quarto dei manufatti in più, ma non lo fanno perché mancano clienti. Solo una politica industriale modellata sulle esperienze di successo fatte all’estero può risolvere questo problema e dare slancio al paese.

A cosa serve il Jobs Act?
Ma il governo Renzi non ha fatto niente di tutto questo. Ha solennemente promesso di risolvere il problema dei debiti della pubblica amministrazione con le aziende private, ma nei fatti si è adoperato pochissimo per farlo. Il decreto Sblocca Italia ha sbloccato poco o niente. Renzi e i suoi consiglieri economici (in primis Filippo Taddei) sono ancora convinti assertori di una impostazione pseudo neoliberista, basata sull’idea che lo Stato debba solo arretrare, ridurre la sua presenza e che le imprese, lasciate libere, possano dare il meglio di sé. Renzi non vuole una politica industriale. I suoi interventi economici sostanziali si possono ricondurre a tre filoni: gli 80 euro di aumento retributivo/sconto fiscale dato solo a una certa categoria di dipendenti (spendendo 10,5 miliardi di euro all’anno, che se fossero stati investiti in ricerca e sviluppo avrebbero potuto dare una scossa strutturale significativa); gli sgravi per le assunzioni; il Jobs Act che di fatto abolisce l’articolo 18 e concede una totale libertà in tema di licenziamenti individuali. Anche se Marchionne dice che grazie al Jobs Act farà 1.500 assunzioni (e vista la facilità con la quale smentisce i suoi annunci, è legittimo qualche dubbio), in realtà queste “riforme” non spostano niente. Spostano solo il consenso a favore di Renzi, facendo credere ad alcune categorie sociali che si venga incontro ai loro desiderata.

Con la libertà di licenziare, il presidente del Consiglio obbedisce all’Europa (che in realtà chiede la flessibilità del mercato del lavoro nell’ambito di un sistema di ammortizzatori sociali efficaci, che è tutt’altra cosa) e conquista il consenso di pancia dei piccoli imprenditori che godono di questa libertà teorica. Con gli 80 euro (che in realtà non hanno fatto crescere i consumi, e quindi l’economia, nemmeno di mezzo punto percentuale) l’ex sindaco di Firenze fa credere alla classe medio-bassa di aiutarla. Con il Jobs Act, Renzi fa credere a masse di lavoratori precari (che in realtà resteranno precari, anche perché cocopro, cococo e partite iva monocliente non sono state abolite) di dar loro un po’ più di stabilità, rendendo possibile un finto contratto a tempo indeterminato. Il cosiddetto “contratto a tutele crescenti”, in realtà, non offre nessuna tutela crescente, ma solo un modesto indennizzo monetario, che, certo, aumenta un po’ nel tempo in relazione all’anzianità di servizio del lavoratore, ma nei fatti non tutela nulla e nessuno. La libertà di licenziare, anzi, potrebbe far diminuire il numero di lavoratori effettivamente occupati. Peraltro, in Italia, la facilità di fare licenziamenti collettivi per motivi economici c’era già. Bastava (e basta) proclamare uno stato di crisi (che si può fare anche con i bilanci in attivo, è sufficiente proclamare la necessità di una ristrutturazione per accrescere la competitività) e iniziare una trattativa sindacale per la messa in mobilità, o in cassa integrazione, di un certo numero di lavoratori.Sul medio-lungo periodo, poi, la possibilità di facili licenziamenti individuali farà scemare notevolmente il potere dei sindacati nell’ambito delle trattive contrattuali, e quindi farà diminuire il valore reale dei salari. A questo va aggiunta la preferenza accordata ai contratti aziendali a discapito di quelli nazionali. I contratti nazionali di lavoro – pochi forse lo ricordano – servono a tutelare la quota di profitti destinata agli stipendi rispetto a quella destinata agli utili. Riducendo il loro peso, si riduce anche il valore degli stipendi. Il sospetto (forse la certezza) è che si voglia trasformare l’Italia in un paese che compete non grazie al valore aggiunto dei suoi prodotti di qualità, ma al costo del lavoro più basso.

Prima che sia troppo tardi
Le “riforme” del suo governo sono solo un gigantesco rimescolio di carte finalizzato a conquistare il consenso di elettori poco informati e zero consapevoli, lasciando in realtà le cose come stanno. Tutto il gioco del Jobs Act e degli incentivi, purtroppo, non crea nuovi posti di lavoro. Le aziende assumono nuovi lavoratori non se questi costano meno, ma se hanno del nuovo lavoro da far svolgere loro. E il lavoro si crea con nuovi prodotti (resi possibili, non ci stancheremo di ricordarlo, soprattutto da significativi investimenti pubblici e privati in istruzione, ricerca e sviluppo) e nuovi mercati. Senza questo, le assunzioni fatte col Jobs Act saranno le stesse assunzioni che ci sarebbero comunque state, ma vestite diversamente, e con zero tutele reali. Purtroppo, il governo non ha fatto niente per supportare le imprese nel lancio di nuovi prodotti e nella creazione di nuovi mercati. Ha solo agito per diminuire il valore reale dei salari nel medio e lungo periodo e per facilitare i licenziamenti individuali. Quando il paese si sveglierà e se ne accorgerà, sarà dolorosissimo.

Foto fabbrica da Shutterstock

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