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Una cosa le imprese sognano per il 2014: meno tasse e burocrazia. Succederà?

gennaio 6, 2014 Matteo Rigamonti

Tra tasse assurde e adempimenti impossibili da ottemperare, le imprese sono sopravvissute a stento nel 2013. L’anno nuovo porterà in serbo qualche buona notizia e maggiore libertà nel Paese? Tutte le richieste degli imprenditori

Se c’è una cosa che gli italiani desiderano per il 2014 è una e quella rimane: meno tasse e burocrazia. Meno tasse sul lavoro, sui redditi, sulla casa, gli immobili e i servizi. E minor presenza dello Stato e delle sue amministrazioni con adempimenti così spesso inutili e costosi. Lo dicono le imprese, lo chiedono le famiglie e le scuole, lo sperano i lavoratori. Perché, se una cosa il 2013 l’ha insegnata agli italiani, è che di sole tasse si può morire. E l’export, che indubbiamente ha fatto registrare record positivi in questi anni di crisi, da solo non può reggere le sorti del Paese.

NEL MIRINO DEL FISCO. A pagare il dazio maggiore al fisco italiano, come osserva Luigi Campiglio, docente di economia alla Cattolica di Milano, sono le famiglie, che pagano 402 miliardi di euro di tasse, il 60 per cento delle entrate statali e, per questo motivo, non riescono più a risparmiare né quasi a consumare. A seguire ci sono le imprese, per cui, a voce praticamente unanime, le tasse sul lavoro sono così alte da pregiudicare ogni tentativo di nuove assunzioni e di sviluppo del loro business. «Fare impresa in Italia con una pressione fiscale che supera il 70 per cento è da eroi o incoscienti», spiega a tempi.it Ivan Malavasi, presidente di Cna. E «come si fa ad assumere se le tasse sul lavoro pesano per oltre il 40 per cento?», si chiede Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato.

ANDARSENE DALL’ITALIA? Quest’anno gli italiani hanno lavorato per oltre cinque messi per il fisco. Nel 2013, infatti, il tax freedom day è arrivato solo il 12 giugno. Fino a quel giorno, gli italiani, hanno praticamente lavorato per pagare l’erario. Mentre solamente a partire dal giorno successivo hanno effettivamente iniziato a lavorare e guadagnare per sè stessi. Legittimo, dunque, che in molti si chiedano, per esempio, perché morire di tasse in Italia quando in Polonia lo Stato chiede solo il 20 per cento alle imprese? Oppure, che ci sia anche chi pensi seriamente di trasferirsi in Svizzera, dove per ogni mille euro di salario un datore di lavoro deve versarne solo 200 al fisco. Ma ciononostante in Italia c’è anche chi desidera restarci, come Whirlpool nei suoi stabilimenti di Biandronno. E non è un caso che ciò avvenga in una delle regioni più amiche delle imprese, la Lombardia, che con la Macroregione potrebbe addirittura ridurle, le tasse.

L’INCERTEZZA DELLE REGOLE. Mentre anche le grandi aziende cominciano a ridurre gli ordinativi, facendoli sempre più spesso dall’oggi al domani, fare impresa in Italia è sempre più difficile. E non è solo l’insostenibile livello della pressione fiscale a preoccupare gli imprenditori italiani (e gli investitori stranieri). «È l’incertezza delle regole che ci spaventa», spiega Alberto Bal0cco, amministratore delegato dello storico marchio piemontese di panettoni e dolci natalizi. Del resto, come si fa ad operare con un minimo di sicurezza in un Paese dove le tasse cambiano nome dall’oggi al domani, con grave danno per i commercialisti e le imprese, che sono obbligati a fare i salti mortali per presentare dichiarazioni dei redditi senza errori e in tempi record? Provateci voi a fare i conti con la burocrazia! I normali cittadini hanno avuto un test di cosa possa voler dire, quando hanno dovuto pagare la Tares o si sono trovate a dover fare i conti con il redditometro. Immaginatevi lo sforzo richiesto per chi, invece, gestisce un’impresa, magari di piccole dimensioni, senza potersi permettere un addetto alle pratiche fiscali, e già ha mille altre cose a cui pensare. Per non parlare poi della miriade di oboli e balzelli, odiosi e inutili, come la tassa sull’ombra, richiesti dal fisco alla maggior parte dei commercianti. E c’è anche chi, come Maria Grazia Lopez che gestisce una gioielleria a Como, è stata costretta a fare l’investigatore per conto del fisco. Impossibile dirà il lettore? E invece no. È la logica conseguenza delle dubbie norme che limitano l’uso del contante, introdotte a suo tempo già dal governo Monti e che con Letta hanno fatto scuola sugli affitti, con il rischio, però, di «deprimere il mercato immobiliare» (Corrado Sforza Fogliani).

LO SPAURACCHIO DELLA BUROCRAZIA. Non c’è bisogno di chiamarsi Bernardo Caprotti, il patron di Esselunga, per accorgersi dell’insostenibile farraginosità della burocrazia italiana. Se Caprotti, infatti, ci ha messo otto anni prima di poter iniziare i lavori di costruzione di un supermercato a Novara e quasi tre anni per vincere un’assurda battaglia legale a Genova per poterne aprirne un altro, anche Whieldon Ross Stacey, titolare di un hotel in riva al lago di Como ne ha dovuti impiegare due di anni prima di poter ampliare l’hotel.  E anche Nino l’imbianchino, a cui conviene lavorare da solo, fa sempre più fatica a far quadrare i conti a fine mese. La burocrazia italiana costa 7 mila euro l’anno a impresa, pari a 31 miliardi di euro l’anno bruciati: che sono due punti percentuali di Pil in meno. E c’è anche chi, come l’azienda Giordano Vini, per le tasse e la burocrazia, non riesce a crescere e ad assumere nonostante vorrebbe farlo. Difficoltà condivisa persino dai giovani di Hi-Fun, l’impresa che ha inventato la cornetta per i-Phone, che non chiedono aiuti allo Stato ma semplicemente più libertà per poter operare.

DA DOVE RIPARTIRE? Hai voglia poi a proclamare, come più volte si è udito in questi ultimi mesi, che «taglieremo il cuneo fiscale», se poi l’acconto Ires e Irap da solo basta ad annullarne l’effetto. La verità è che, come ha spiegato a tempi il presidente di Acqua Sant’Anna Alberto Bertone, è «assurdo tassare l’utile fino al punto di togliere la voglia di fare impresa». Senza considerare poi l’ostacolo all’imprenditorialità rappresentato dall’articolo 18, che impedisce i licenziamenti nelle imprese più grandi. Proprio sui licenziamenti e il cuneo fiscale è intervenuta la Spagna per tentare di uscire dalla crisi: a Madrid si è cercato di dare un impulso vero alla produttività ed è stata messa in atto una riforma del lavoro che il ministro ha definito aggressiva. Persino l’austera Germania ha tagliato le tasse per ripartire.

ISTRUZIONE E GIOVANI IN PERICOLO. Negli ultimi tempi si è anche fatto un gran parlare di mettere in contatto il mondo della scuola e della formazione professionale con quello del lavoro. In merito, si sono più volte pronunciati anche Pietro Ichino (qui la sua intervista dove spiega ai ragazzi «come trovare un lavoro anche nella peggiore crisi degli ultimi ottant’anni») e Michele Tiraboschi con il suo centro studi e scuola di alta formazione Adapt. Eppure, mentre il «gigantesco piano» sul lavoro annunciato da Renzi parrebbe essersi già sgonfiato in partenza, si constata il sostanziale fallimento della riforma Fornero sull’apprendistato, il perdurante abuso degli stage da parte di Stato e regioni ancor prima delle imprese e il consueto assalto alla Legge Biagi da parte del solito blocco di intellettuali, politici e sindacalisti. Tutto questo mentre la formazione professionale continua a rappresentare il futuro o, al massimo, una rara eccezione, per quanto efficiente possa essere nell’offrire sbocchi professionali concreti e opportunità vere ai giovani, l’alta formazione e i dottorandi il più delle volte si rivelano essere vicoli ciechi dal quale i nostri giovani migliori faticano poi ad uscire piombando in ritardo e senza esperienze nel mercato del lavoro e l’esistenza delle scuole paritarie è di fatto minacciata dalla Tares e dall’Imu, che ancora non si sa se saranno confermate o meno nel 2014.

CHE FARE? Sperando, pertanto, che con l’anno nuovo il governo non voglia almeno ricorrere ad alcun tipo di imposta patrimoniale, e in attesa che si decida a ridurre sul serio le tasse sul lavoro, non resta, forse, che godersi questi ultimi giorni di vacanza, magari facendo una bella gita in macchina… Ah no, è vero, anche la benzina, purtroppo, costa sempre di più, per via delle accise sul carburante. Forse, sarebbe meglio sedersi in poltrona, con una bella birra in una mano e una sigaretta nell’altra. E rilassarsi. Sapendo, però, questo va detto, che «un sorso su due» della nostra bionda se lo beve il fisco. E così anche per un tiro su due della nostra sigaretta. Bei tempi, quando una Marlboro costava 500 lire: oggi, infatti, un box da 20 costa 5 euro. E aumenterà ancora.

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3 Commenti

  1. bernie says:

    partire dal mio punto di vista e’ l’unica soluzione.
    nel 2014 le tasse non scenderanno in maniea sostanziale, continueranno a prenderci per il.. togliendoci le briciole per far vedere che appunto sono diminuite.
    si pu,rimanere ma ci si scordi che per sopravvere si possa lavorare in onesta’.

    • ragnar says:

      Perfettamente d’accordo. O meglio, sarà così fintanto che magistratura e classe politica manterranno regole contorte e incerte da rigirare a proprio favore quando fa comodo o per far salire/salvare parenti e/o amici, mentre gli altri dovranno sempre e solo pagare.
      Altrimenti i consensi dove li trovi? Le clientele vanno pagate.
      Ecco perché l’unica soluzione è un colpo di stato e una ricostruzione fatti come Dio comanda, cercando di salvare il poco di buono che rimane.

  2. Antonio says:

    meno tasse e burocrazia nel Paese il cui popolo è ancora infetto da comunismo e odio idoelogico contro proprietari ed imprenditori? La vedo difficile. Per la serie, si alla libera impresa, però poi io stato filo sovietico te la faccio piangere.

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