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1956. La nostra prima emergenza profughi

ottobre 19, 2016 Rodolfo Casadei

Sessant’anni fa a Budapest la rivolta che spaventò l’Unione Sovietica e finì repressa nel sangue. Anche allora l’Italia fu chiamata a un grande sforzo di accoglienza

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Un murale dipinto sul muro di un edificio di Budapest per commemorare la Rivoluzione antisovietica del 1956 (23 ottobre-4 novembre). Sopra il ritratto di un giovanissimo “martire” di quei giorni, campeggia una citazione di Sandor Marai: «Un popolo disse: basta!»

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

In maggio l’Università Cattolica di Milano aveva anticipato tutti, con una conferenza storico-culturale dal titolo “L’eredità del 1956”, che aveva affrontato uno per uno tutti i punti e i momenti salienti della Rivoluzione ungherese dando la parola a storici, registi, poeti, testimoni e protagonisti come l’eroica Maria Wittner, una dei combattenti delle giornate di Budapest, ferita, fuggita, rientrata nel paese, arrestata, condannata a morte e infine liberata dopo 13 anni di carcere.

Sabato 15 ottobre è stato il turno di Bologna, per iniziativa del gruppo “Il mio 1956” animato da discendenti di profughi ungheresi in Italia, di proporre il più importante evento di commemorazione su suolo italiano della Rivoluzione ungherese nell’imminenza del suo sessantesimo anniversario.

I drammatici fatti che scossero per la prima volta il blocco sovietico ebbero infatti luogo fra il 23 ottobre 1956, il giorno della manifestazione popolare davanti alla radio di Stato repressa nel sangue e dell’abbattimento della statua di Stalin a Budapest, e il 10 novembre, quando le truppe sovietiche ripresero il controllo del paese dopo che la capitale era stata invasa da 4 mila carri armati e 75 mila soldati, il primo ministro riformista Imre Nagy arrestato e sostituito dal collaborazionista János Kádár. Più di 3.200 persone persero la vita fra insorti, soldati russi e collaborazionisti ungheresi trucidati dagli insorti. Circa 200 mila ungheresi fuggirono dal paese.

Una vera e propria élite
Queste vicende a Bologna saranno rievocate da Ivan Plivelic, che da militare di leva si unì alla rivolta, autore del libro La mia rivoluzione. Budapest 1956, dal quale è stato anche tratto un filmato che sarà proiettato in occasione dell’incontro, e da Laszlo Molnar, un altro profugo in Italia, tenore dell’orchestra con coro della città di Szeged e studente di ingegneria all’università di Bologna. «La maggior parte degli esuli del ’56 andò a stabilirsi in Austria, Germania e Svizzera», racconta Filippo Farkas, uno degli organizzatori dell’iniziativa bolognese, figlio di un profugo di quegli anni. «In Italia ne arrivarono circa 10 mila, ma se ne fermarono solo alcune centinaia. L’Italia a quel tempo era un paese ancora troppo povero, dal quale gli italiani stessi emigravano. Rimasero qui coloro che volevano continuare gli studi universitari, grazie al sostegno e alle facilitazioni che alcune università italiane decisero di fornire loro e a borse di studio del valore di 30 mila lire all’anno messe a disposizione dal ministero degli Interni. Le università di Milano, Roma, Bologna, Padova soprattutto, ma anche di Napoli e Catania, videro arrivare una piccola legione di studenti universitari ungheresi. In quelle città il ricordo che hanno lasciato è quello di una élite di professionisti, in particolare medici, chimici e farmacisti». A Bologna il cardinale Giacomo Lercaro e l’Università degli Studi si presero a cuore in modo particolare il destino di quegli esuli.

Occorre ricordare che quella degli ungheresi è stata storicamente la prima ondata di richiedenti asilo stranieri in Italia dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Viene spontaneo il paragone con gli avvenimenti odierni. Un primo treno con 2-3.000 profughi arrivò a Bologna già fra l’8 e il 9 novembre. Poco dopo anche la presidenza del Consiglio dei ministri italiana autorizzò la Croce Rossa Italiana (Cri) a organizzare centri di accoglienza, e fra il 22 novembre e il 17 dicembre arrivarono in Italia 3.480 rifugiati ungheresi. Sull’intero territorio italiano vennero allestiti 16 centri di accoglienza nei quali gli ungheresi poterono alloggiare, ricevendo tre pasti giornalieri e assistenza sanitaria. Nulla in confronto alla pressione che si trovò ad affrontare l’Austria, che dovette organizzare 257 campi di accoglienza che ospitarono oltre 180 mila esuli. Per poter far fronte alla situazione, il governo austriaco fece appello all’Unhcr (l’ente Onu per i rifugiati) e ricevette aiuti da Stati Uniti, Canada, Francia, Repubblica Federale Tedesca, Gran Bretagna e Svizzera.

In un rapporto redatto nel 1957 dal direttore generale della Cri Edoardo Roccetti si fa menzione dei costi dell’ospitalità. La spesa complessiva per gli aiuti ammontò a 246,8 milioni di lire, cui furono aggiunti altri 650 milioni per i costi di mantenimento dei centri. Una cifra prossima a 10 milioni di euro di oggi. La metà dell’importo venne coperta dallo Stato italiano, l’altra metà da pubbliche sottoscrizioni, cui la popolazione aderì con generosità.

Molto meglio l’America
Nessuna spesa invece per l’integrazione, anzi: le autorità cercavano di convincere gli ungheresi ad emigrare altrove. «Ancora alla fine degli anni Cinquanta, con cadenza semestrale mio padre veniva invitato dalla Questura a prendere in considerazione l’emigrazione in America», racconta Filippo Farkas. «Per molti altri ungheresi effettivamente l’Italia fu solo un paese di passaggio: Stati Uniti, Canada, Australia, Sud America divennero le mete finali, fortemente proposte dalle stesse autorità italiane».

Foto Ansa

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1 Commenti

  1. Kolciak scrive:

    Differenza significativa è che quegli ungheresi, sia per numero che per cultura e attitudine, erano assolutamente integrabili e anzi sarebbe stato un delitto abbandonarli al loro destino. Mentre oggi entra chiunque e sotto qualunque pretesto.

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