21 Dicembre 2009
Copenaghen, un vertice religiosamente frainteso
Le aspettative salvifiche e illusorie che lo hanno reso un mezzo fiasco
di
Tempi
Il 18 dicembre si chiude a Copenaghen la conferenza delle Nazioni Unite che ha forse suscitato più attese da quando esiste l’Onu. L’uso martellante di parole come “salvezza”, “colpa”, “calamità” ha conferito una natura religiosa all’obiettivo del summit: contrastare i cambiamenti climatici. Ma il risultato finale pare più simile alla Torre di Babele che non alla discesa sulla Terra della Gerusalemme celeste: un accordo a maglie larghe e non vincolante per non compromettere il dialogo fra gli Stati, ma che lascerà dietro di sé una scia interminabile di recriminazioni. C’è da meravigliarsi? Quando si regredisce all’adorazione della “madre Terra” e si attribuiscono prerogative salvifiche ai sacerdoti dell’ideologia, il minimo che ci si deve aspettare è il fallimento pratico, e cose ben peggiori normalmente (la storia insegna) seguono. Lo spirito di Copenaghen è ben riassunto dalla duplice decisione delle autorità danesi, che da una parte hanno proibito l’allestimento di alberi di Natale nell’area del Bella Center dove si sono svolti i lavori per «non offendere» le delegazioni dei paesi extraeuropei con un simbolo della tradizione cristiana, dall’altra hanno applaudito le chiese che hanno suonato 350 rintocchi di campana per lanciare un messaggio circa i livelli di concentrazione di Co2 nell’atmosfera desiderabili. Quando le chiese annunciano la ragione per cui esistono, cioè l’incarnazione dell’Unico che salva, sono emarginate; quando invece si associano al coro di chi si illude che l’uomo può salvarsi da sé, ritrovano il rispetto del mondo. Eppure senza l’umiltà che viene dalla coscienza che l’uomo non è il padrone del suo destino, qualunque impresa è destinata ad annegare nello scambio di accuse, nel trionfo degli egoismi e, in un terribile finale, nell’imposizione totalitaria.