05 Maggio 2009
Perché la strategia obamiana non promette bene
L’inutile appello ai jihadisti moderati
di
Rodolfo Casadei
Nove su dieci non funzionerà. Gli specialisti all’interno dell’amministrazione Obama producono analisi ogni giorno più raffinate sulle realtà del “teatro afghano-pakistano”, ma il progetto presidenziale di vincere la guerra e la pace in Afghanistan da una parte mandando più soldati e più aiuti civili, dall’altra cooptando i “talebani moderati”, è destinata verosimilmente al fallimento. Il motivo? Prima di tutto va ricordato che un’amnistia e un programma di reinserimento per talebani che depongono le armi esiste già da quattro anni e migliaia di combattenti ne hanno usufruito. I talebani afghani che non si sono lasciati comprare o sedurre negli ultimi quattro anni non sono minimamente interessati a un accordo con Hamid Karzai sia per rigidità ideologica, sia perché convinti che la guerra stia volgendo a loro vantaggio e che sempre più sarà così.
Forse non tutti sanno o ricordano che il regime talebano potrebbe essere ancora in sella, e potrebbe addirittura godere del riconoscimento internazionale, se nel 2001 il mullah Omar avesse accettato di chiudere le basi di al Qaeda e di consegnare Osama bin Laden agli Stati Uniti dopo gli attacchi dell’11 settembre. Ma rifiutò lo scambio e preferì sacrificare il suo regime piuttosto che rinnegare i princìpi jihadisti. Pensare che oggi accetti la stessa proposta con la sola contropartita di diventare il numero due di Karzai, è pura utopia. Lo schema iracheno che si vorrebbe riproporre in Afghanistan non può funzionare: mettere un cuneo fra al Qaeda e i pashtun, che rappresentano il nerbo della resistenza al governo di Kabul e alle truppe straniere che lo sostengono, non è facile come staccare le tribù sunnite irachene dai militanti internazionali della causa di Bin Laden. Nel secondo caso a tenere insieme le forze c’era solo l’ostilità per gli invasori americani, ma gli orgogliosi iracheni hanno subito risentito le imposizioni qaediste. Diversissimo il caso afghano. Lì al Qaeda fa parte del paesaggio locale dai lontani anni Ottanta: è stata fondata in Pakistan nei campi profughi dei pashtun afghani fuggiti dal loro paese invaso dai sovietici, e molti volontari arabi negli anni hanno intrecciato parentele attraverso matrimoni. Come scrive Peter Bergen, «anche se i talebani non sono mai stati un movimento monolitico, sono molto più vicini oggi ad al Qaeda di quanto non lo fossero prima dell’11 settembre. (…) I livelli superiori dei talebani si sono fusi ideologicamente e tatticamente con al Qaeda». Ne sarebbe prova il fatto che anche i talebani hanno cominciato a partecipare al jihad globale: il gruppo dei talebani pakistani di Baitullah Mehsud ha inviato attentatori suicidi in Spagna nel 2008 e ha rivendicato (strumentalmente) la strage di Binghamton (Usa) dell’aprile scorso.
Ma a far apparire velleitaria la strategia di Obama è anche la troppo poco compresa natura transfrontaliera dell’insurrezione afghana. I talebani sono un movimento nato fra i pashtun, etnia che vive a cavallo della frontiera afghano-pakistana: 14 milioni (il 42 per cento del totale) sono afghani e 29 pakistani, ma per la grande maggioranza di essi questa distinzione non ha nessun senso. Ed è per questa ragione che i servizi segreti pakistani hanno accompagnato l’ascesa del movimento in Afghanistan e poi permesso l’insediamento delle loro basi logistiche e di comando in territorio pakistano dopo la sconfitta del 2001: il Pakistan ha sempre visto nei talebani la forza che avrebbe creato un governo amico in Afghanistan. Il problema è che la creatura è sfuggita al suo dottor Frankenstein: oggi i talebani, afghani e pakistani, sono impegnati a stringere un’alleanza coi movimenti jihadisti del Punjab, la più popolosa regione del Pakistan, per abbattere e sostituire il governo di Islamabad. Un’eventualità che gli americani e i loro alleati non possono certo scongiurare combattendo i talebani sulle montagne afghane o offrendo loro posizioni ministeriali a Kabul. Anzi.