tempi.esteri Martedì 09 Febbraio 2010 
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Welcome to Sherwood

Budget irrisori, attori volontari, location regalate. E grandi exploit al botteghino. Così la parrocchia battista di Albany è diventata la major del cinema cristiano

di Alan Patarga
La domenica si vedono tutti alla funzione. C’è il reverendo Catt che annuncia la parola del Signore e l’assemblea che lo ascolta, assorta. Pare una chiesa come tutte le altre, con i mattoncini rossi e il vialetto d’ingresso con le siepi, la Sherwood Baptist Church di Albany, in Georgia. Ma non lo è. Quella che potrebbe sembrare una comune parrocchia di provincia è diventata, nel giro di cinque anni, poco meno di una major cinematografica, con tre film all’attivo, decine di milioni di dollari di incassi e un solo obiettivo: diffondere il messaggio cristiano grazie alla magia del grande schermo.
In principio è stato quasi un gioco partito dalla passione per il cinema di due fratelli, Alex e Stephen Kendrick, entrambi pastori della chiesa battista di Albany. Quando, qualche anno fa, il giovane reverendo Alex si trovò a dover cambiare la sua automobile, diventata ormai troppo vecchia, andò in uno di quei piazzali con in mezzo una baracca nei quali, in America, si trovano le vetture usate d’occasione. Il venditore gliene fece vedere qualcuna. E, a sentir lui, erano una meglio dell’altra. Quella che aveva scelto Alex, poi, era una meraviglia. Diceva. Peccato che qualche giorno dopo il ministro della Sherwood Church si trovò lontano da casa con l’auto in panne. La fregatura servì a sviluppare il soggetto di quello che sarebbe diventato il primo film della Sherwood Pictures, la casa di produzione fondata nel 2003 dai fratelli Kendrick e dal pastore Michael Catt.
All’inizio i soldi per girare non c’erano. «Pensa a rendere coerente la storia, lavora sulla sceneggiatura, al resto penserà il Signore», disse il pastore anziano ad Alex. Nel giro di poche settimane, tutti i parrocchiani sapevano del film che si stava preparando e, ciascuno secondo le proprie possibilità, cominciarono a versare il loro contributo in denaro. In cassa entrarono 20 mila dollari. Un’inezia rispetto ai budget milionari di Hollywood, tutti grandi star ed effetti speciali. Abbastanza, però, per girare con una videocamera Canon e reclutare un cast tutto composto da attori volontari. Flywheel, la storia di un venditore d’auto usate che ha una crisi di coscienza e grazie alla fede ritrovata smette dCultura-Hollywood_02.jpgi truffare i clienti, fu distribuito in poche sale della Georgia e trasmesso da alcune stazioni tv confessionali. Però piacque, tanto che, una volta editato per l’home video, il dvd vendette centomila copie.

Il “favore” della censura
I centomila dollari netti incassati con l’opera prima servirono a finanziare la seconda. Due anni dopo era pronta la sceneggiatura di Facing the Giants, un underdog movie su una squadra universitaria di football americano guidata da un coach abbonato alla sconfitta che riesce a raggiungere i playoff e a giocarsela in finale con la squadra dei campioni, i Giants. La vittoria, con un po’ di preghiere, arriverà. Così come arrivarono pure, per la Sherwood Pictures, gli incassi veri, grazie a un accordo nato quasi per caso con la Sony per la distribuzione del film in qualche centinaio di sale in giro per l’America, e grazie a un inaspettato regalo della commissione federale per la censura, che consigliò la visione del film ai minorenni «solo se accompagnati dai genitori». Ne nacque un caso nazionale: poco dopo la pubblicazione della notizia su Drudge Report, il sito di news e gossip più cliccato d’America, decine di migliaia di e-mail di protesta raggiunsero i burocrati della commissione. La polemica generò pubblicità e nel giro di poche settimane di programmazione Facing the Giants incassò oltre 10 milioni di dollari, cui si aggiunsero più tardi gli altri 20 milioni ricavati dalla versione per la vendita.
A raccogliere i fondi per finanziare la pellicola successiva ci pensò direttamente la Sony, che mise a disposizione dei fratelli Kendrick un budget da 500 mila dollari più l’occasione di entrare in contatto con un attore molto noto al grande pubblico: Kirk Cameron, l’ex ragazzino della serie tv Genitori in blue jeans da diversi anni impegnato in film a vocazione spirituale. In poco meno di un mese – tra ottobre e dicembre 2007 – le scene di Fireproof, la storia di un vigile del fuoco in crisi matrimoniale, erano tutte girate.

«Salveremo le famiglie dal collasso»
Il metodo, sempre lo stesso: tutti attori volontari (ad eccezione del protagonista, in questo caso), location “regalate” dai proprietari, compresa una casa semiabbandonata utilizzata per la scena di un incendio, mezzi messi a disposizione dai pompieri di Albany. Ma soprattutto una sceneggiatura semplice, che sembra funzionare: il vigile del fuoco Caleb ormai non fa altro che litigare con la moglie, dopo anni di convivenza, e pensa – come tanti in America e in Occidente – che l’unica via d’uscita sia il divorzio. Saranno i suoi genitori, da poco “rinati” cristiani, a convincerlo a leggere un libro The Love Dare, il coraggio di amare, che cambierà la sua vita e quella della sua famiglia. Il libro esiste davvero, ed è uscito pochi giorni fa nelle librerie statunitensi, in concomitanza con le prime proiezioni di Fireproof, che nel primo weekend al botteghino (26-28 settembre) ha incassato già 6,8 milioni di dollari pur essendo proiettato soltanto su poco più di ottocento schermi in tutta l’America. Quarto nella classifica assoluta dei film più visti della settimana, primo tra quelli proiettati in meno di mille sale, il nuovo film dei fratelli Kendrick ha incantato il pubblico e mobilitato migliaia di comunità cristiane della nazione, con prevendite record, biglietti omaggio alle coppie a rischio (specie quelle in cui lui è un pompiere o un poliziotto, con turni massacranti che mettono a dura prova il ménage familiare) e addirittura babysitter pagate dai parroci pur di consentire una serata al cinema a mogli e mariti che quasi non si parlano più. Chi invece il film pare non capirlo è la critica, che non riesce a spiegarsi il successo di un copione tanto lontano dagli stereotipi dei blockbuster hollywoodiani. «Hollywood non m’interessa e non la capisco», ha spiegato d’altro canto il reverendo Alex in un’intervista a un magazine cinematografico online. «Noi puntiamo a fare film completamente diversi, pure gli obiettivi sono diversi. Che il film lo vedano in tanti però interessa anche a noi: se riuscissimo a scongiurare anche soltanto l’un per cento dei divorzi in questo paese vorrebbe dire che abbiamo salvato quasi un milione di famiglie dal collasso. Quella sì che sarebbe una soddisfazione».

 

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